PERCEZIONI
GIAINISTE DELL’ISLAM
NELLA
STORIA MODERNA
A
cura di Paul Dundes. È lettore di Sanscrito presso il dipartimento
dell’Università d’Edinburgo (Scozia). È specializzato in
filologia Indo-Ariana e religione Giainista.
La forte
risposta che gli accademici hanno trasmesso alla politica portata avanti dalle
attuali organizzazioni nazionaliste Indù, è stata un raro caso di
competenza Indologica, filologica e storica. Il senso principale di questa
risposta evidenzia l'artificiosità delle relazioni Indù-Musulmane
dal dodicesimo secolo in avanti, le quali furono di natura esclusivamente
conflittuale. Metcalfe ha sostenuto che le categorie storiografiche enunciate
dai Britannici durante il primo periodo moderno, ricalcarono pericolosamente
questo stile interpretativo d’interazione tra Indù e Musulmani. Inoltre,
precisò che un iniziale e condiviso idioma estetico, culturale e
religioso, fu cancellato a favore di uno stereotipato e mutuo modello
antagonista che avvantaggiasse un gruppo a scapito dell'altro.
Questo modello
può sembrare idealistico e ingenuo in una situazione d’inequivocabile
provocazione. Talbot ha dimostrato in conformità a delle iscrizioni, che
lungo la frontiera fra il Sultanato di Delhi ed il regno dei Kakatiya
nell'Andhra Pradesh durante il quattordicesimo secolo e dopo, le percezioni che
gli Indù ebbero dei Musulmani non furono ostili, ma coinvolsero anche
elementi d’accomodamento ideologico e d’integrazione contingente riguardante
particolari circostanze politiche e militari che prevalsero nella regione.
È, in
ogni caso, una verità lapalissiana, che qualsiasi generalizzazione o
interpretazione dovrebbe basarsi per avere un grado di validità sul
maggior numero di prove disponibili. Di conseguenza, omettere le fonti
Giainiste che analizzano l’interazione fra Indù e Musulmani nella storia
moderna, è senza dubbio un segno di debolezza. 1
Il termine
“Indù” è presentato come designazione indiscutibile,
apparentemente corrispondente agli indifferenziati abitanti “autoctoni” del
subcontinente che non si convertirono all'Islam, e qualsiasi fluido riferimento
che ridiscuta alla base le relazioni Indù-Musulmane, è
completamente negato.
Le interessanti
e specifiche testimonianze Giainiste di quest'area, possono applicarsi ad una
caratterizzazione particolarmente utile delle percezioni che gli Indù
hanno dei Musulmani in uno scritto innovativo di Sheldon Pollock. 2
In base al materiale testuale, che
include elementi epigrafici e architettonici in senso lato, Pollock ha mostrato
in modo convincente che la narrazione del Ramayana sia “profondamente e
fondamentalmente un testo d’alterizzazione” e, dall’undicesimo secolo, il
conseguente sviluppo del culto di Rama ha spinto gli Indù a demonizzare
i Musulmani paragonandoli ai raksasa,
i demoni nemici del dio Rama.
Non si trattò di una retorica
puramente politica o poetica. Il poeta Svetambara Giainista, Devavimala Ganin,
fornisce nel suo autocommentario all’Hirasaubhagya,
un'enorme biografia poetica del famoso monaco Hiravijaya Suri (ne parleremo
ulteriormente più avanti), che è una testimonianza specifica del
significato generale dato da Pollock. Nella sua descrizione dello Sceicco Abu'l Fazl, — il ministro Musulmano dell'imperatore Mogol Akbar
come il Sukra del mondo, ovvero “il guru dei demoni terreni” — Devavimala conferma che la designazione vernacolare
corrente dei Musulmani era “demoni.” (idanim
ca lokabhasaya yavana asura ucyante).
Tuttavia, un’eventuale
inapplicabilità di questa caratterizzazione è intravista in
un’altra biografia, quella del monaco e poeta Giainista Hiravijaya Suri, la Jagadgurukavya, scritta da Padmasagara
nel 1589; infatti, nella prima metà di questo lavoro, sono le forze
d’opposizione Indù alle imprese militari dell’imperatore Mogol Akbar ad
essere descritte in modo diabolico. (v. 41c: mudgalalaksam aksatabalam Hindvasuratrasakam; and v. 87cd: esa srimad
Akbarrah ksititale kesam na Hindvasura-lksmapanam hrdaye camatkritkaro 'sty
adarsayan dorbalam).
L’interesse di Pollock si è
concentrato sul vasto mondo politico-militare dell’Asia Meridionale, proprio
quando i Giainisti cessarono di parteciparvi in maniera significativa attorno
al quindicesimo secolo. I testi Giainisti del quattordicesimo e del
quindicesimo secolo contengono numerose descrizioni delle devastazioni
Musulmane, non dissimili da quelle trovate nella letteratura Indù, le
quali evidenziano la resilienza del Giainismo ed il miracoloso potere delle
immagini dei grandi maestri.
Il tono della comunità
Giainista iniziò a cambiare quando inserì gradualmente nei suoi
territori quello che divenne col tempo l’egemonico impero Mogol di Akbar. Le
continue visite dei monaci Giainisti alla corte imperiale Mogol, in particolare
quella di Hiravijaya Suri, sono presentate nella letteratura Giainista
carismaticamente, per via dei loro affascinanti insegnamenti, ma non c’è
dubbio che il desiderio evocativo della comunità Giainista fosse di formalizzare le relazioni con le autorità
politiche.
Perciò, si può
sostenere che la letteratura Giainista, come pure i poemi di Padmasagara e di
Devavimala, furono composti nell’elegante ambiente di patrocinio e
d’adulazione, in cui gli interessi economici della comunità Giainista
erano promossi; sebbene, è molto improbabile che l’Hirasaubhagya, forse l’ultimo gran mahakavya (poema
epico-religioso), sia stato recitato alla corte Mogol.
Ciononostante, non si può
negare che questi scrittori Giainisti furono degli “indigeni” non Indù;
e seppur dei problemi di designazione identitaria esistettero tra Indù e
Giainisti nel diciannovesimo e ventesimo secolo, essi formarono una particolare
visione della presenza Musulmana nell’India Settentrionale e Occidentale.
Certamente, il monaco Giainista
Padmasagara rimane meravigliato del paragone fatto da Hiravijaya Suri a Srimathuda (Suprema Personalità
di Dio), cioè al Dio dei Musulmani (trovato nel Jagadgurukavya v. 139; ete
nihsprhapungava yativarah srimatkhudarupino / drsyante ‘tra na cedrsah
ksititale drsta visistah kvacit), suggerendo l’adattamento di un’antica tradizione
di similitudine agiografica alle radicali e mutate circostanze. 3
Infatti, questo riferimento a khuda (Dio) sottolinea un’altra
manifesta omissione nell’accogliere le recenti e dotte percezioni che si hanno
dei Musulmani dell’Asia Meridionale: non è mai stata divulgata nessuna
vera informazione sull’Islam come tradizione religiosa, essendo ritenuta
contraria all’Induismo. Desidero parlare proprio di quest’omissione. Gli stessi
Musulmani svilupparono da tempi remoti una ragionevole ed accurata comprensione
delle religioni Indiane, o almeno dell’Induismo, ma nonostante una presenza
Musulmana nell’Asia del Sud risalente all’ottavo secolo, dall’epoca delle
invasioni Arabe nel Sindh, ci sono poche e corrette testimonianze nei testi
Sanscriti dal tardo periodo medievale sul percorso soteriologico Islamico, con
la sua serie d’ipotesi teologiche ed escatologiche.
Nell’undicesimo secolo, il testo
Buddista del Kalacakra Tantra
è, in effetti, l’unica fonte che fornisce qualche notizia sull’Islam, ma
queste indicazioni furono aggiunte alla scrittura profetica dell'apocalittica
battaglia, in cui i Buddisti aiutati dagli Indù, avrebbero distrutto i
barbari ed eretici invasori Musulmani.
Non prima della fine del sedicesimo
secolo nell’Hirasaubhagya sono stati
enunciati alcuni importanti elementi Sanscriti che familiarizzano questa
scrittura all’Islam. L’Hirasaubhagya è
una biografia di Hiravijaya Suri (1527-1595), il leader del lignaggio Tapa
Gaccha dei monaci Giainisti Svetambara murtipujaka
(gruppo che venera, attraverso riti e cerimonie, immagini e
rappresentazioni di una divinità). Il suo prestigio storico deriva
dall’influenza che ebbe sull'imperatore Mogol. Akbar si astenne temporaneamente
dalla caccia e dall’assunzione di carne, praticando l’ahimsa (la non violenza), la pietra di paragone della vera
religione.
Si ha la percezione che Akbar sia
stato un pluralista religioso autentico. Tuttavia, l’ammirazione per
l’atteggiamento mentale aperto di Akbar fa dimenticare le tendenze esclusiviste
delle molte autorità religiose che consultò, comprese le
Giainiste, che rappresentarono e ritrassero l’Islam nell’Hirasaubhagya.
Le parti più significative
dell’Hirasaubhagya (da ora in poi HS)
che offrono una comprensione Giainista dell’Islam, sono presenti nel capitolo
tredicesimo e quattordicesimo. Hiravijaya, fu convocato da due emissari ad Agra
per passare il periodo dei monsoni (questa è una variante rispetto al
tema del mahakavya). Prima di esser ricevuto a corte da Akbar (HS 13.126),
prese parte ad un gosthi o colta
riunione in una casa, vicino al palazzo imperiale (HS 13.133), insieme al
grande studioso Abu’l Fazl, al quale tenta di dimostrare la superiorità
del Giainismo sull'Islam.
Devavimala considera Abu’l Fazl un
esegeta del Corano che conosce il “segreto interiore di tutti i sastra (i testi
sacri) degli Yavana (in Sanscrito Greci)” e colui che seduce nei dibattiti
poiché è tormentato dai dubbi nello studio delle religioni (HS
13. 134). Devavimala presentò la seguente relazione sull’Islam redatta
dallo Sceicco (HS 13.137-43):
“Gli antichi
profeti (paigambara) della nostra
religione hanno dichiarato nelle sacre scritture (samaya) che chiunque appartenga alla razza Yavana è posto
sulla terra per essere un deposito, per essere un ospite di Yama, il dio della
morte, o suri.
(*suri:
epiteto che in antichità si aggiungeva al nome personale per indicare un
insegnante spirituale o religioso. È
anche un titolo dei pontefici Giainisti)
Tutta la gente
che si solleverà dalla terra al momento della distruzione (parivarta), si avvicinerà al
Signore Supremo (paramesvara)
chiamato Dio (khuda), che è
simile al volere di un re terreno nel mezzo della sua assemblea (asthani).
Egli
illustrerà il bene ed il male dalla sua mente pura come se fosse uno
specchio, e stenderà correttamente il proprio giudizio su
quell'assemblea, abbandonando ogni considerazione d’affiliazione religiosa (svaparanurodha).
Egli
valuterà la buona o la cattiva condotta di un individuo, e lo
ricompenserà adeguatamente, proprio come la terra produce abbondanti
raccolti dai diversi semi di cereali.
Alcuni saranno
assunti in cielo (bhisti) da lui, al
pari delle navi che raggiungono la riva col vento favorevole. Poi godranno la
felicità, estasiati dalla straordinaria varietà di piaceri che
là sperimenteranno.
Altri, con i
loro peccati andranno all'inferno (doyaki)
e, come passeri attaccati da falchi o come vasi cotti sul fuoco dai vasai,
sperimenteranno la miseria per mano dei guardiani di laggiù.
O suri,
è questo il pronunciamento del vero Corano, simile alle dichiarazioni
dei grandi ed animati uomini? Oppure appare falso come un fiore che cresce nel
cielo?”
La discussione
è inevitabilmente chiara ancor prima d'esser descritta, allorché
Devavimala, nel suo autocommentario, qualifica l'Islam ed il Giainismo
concorrenti, essendo coinvolti rispettivamente nella violenza e nella
compassione (himsadaye… virodhidharme),
col primo diretto di sicuro all'inferno e col secondo guidato al cielo verso la
definitiva liberazione spirituale (HS 13.135 con autocommentario).
Hiravijaya
risponde al Musulmano (HS 13.146-51) ritenendo impossibile che un dio creatore
presieda un'assemblea assegnando ricompense o punizioni; al contrario, egli fa
appello al karma considerandolo l’elemento decisivo del destino umano.
“Ricorrendo a
quale forma (vale a dire, divina o umana) Egli (Dio) presenzia ad un’assemblea?
È simile ad una creatura mortale che vaga attraverso le varie forme
esistenziali? Per quale ragione (ad esempio, odio e passione) dovrà
assegnare alle persone di questo mondo (iha)
il cielo e l'inferno?
Il karma
precedente che giunge alla realizzazione (pacelima)
ha il potere di assegnare piacere e dolore. Lasciate che sia il karma la causa
efficace del mondo. A che scopo un dio creatore che è simile ad una
mammella sulla gola di una capra?
“Quando il
signore dei monaci cessò la sua arringa, lo Sceicco (Abu' l Fazl)
nuovamente pronunciò questo discorso: “Le parole del tuo enunciato sono
quelle di un oratore riprovevole che ha mal (tathyetarata) interpretato il
Corano?”
Il signore
(Hiravijaya) replicò: “(Se) un creatore per primo (purvam) porta questo mondo in essere e poi lo distrugge come se
fosse fuoco, allora anche lui sperimenterà una vessazione ineguagliabile
(per distruggere ciò che egli ha portato in essere).
Non c’è
creatore o distruttore di quel mondo che dà origine alla
molteplicità dal suo karma. L'esistenza di un tale essere è
simile al figlio di una donna sterile, e appare a mio avviso impossibile (asat).”
Avendo
così con le parole della dottrina Giainista (siddhanta) illuminato quel saggio avversario (purvapaksa), il suri fissò la religione (Giainista) nella
sua mente, proprio come un coltivatore depone i semi nella terra.
Dato che il
dibattito tra un monaco Giainista ed un rappresentante dell'Islam qui descritto
fu un vero e proprio evento storico, si deve riconoscere che l'HS, oltre ad
essere una versione storica Giainista in forma agiografica, appartenne
all'epoca di Devavimala, al genere di mahakavya del vecchio millennio, o epico
di corte.
Un motivo artistico
più ampio sostiene bene il suddetto passaggio: Devavimala suggerisce
alla fine del suo autocommentario sul dibattito, che il modello da lui narrato
è in un altro mahakavya, il Naisadhacarita,
una versione voluminosa e aggiornata di Sriharsa (dodicesimo secolo) del
racconto epico di Nala e Damayanti, in cui l'Induismo ortodosso è difeso
da quattro divinità vediche (Agni, Varuna, Indra e Yama) contro la
dottrina eretica. 4
Devavimala
rappresenta in questo modo un filtro autentico agli eventi e agli incontri
attraverso una griglia di temi e di convenzioni preesistenti in una tradizione
letteraria complessa. Ciononostante, le descrizioni di un tal ghosthi (seminario, discussione) sono sconosciute nella letteratura
Sanscrita. Nel sedicesimo secolo, il devoto poeta Eknath, scrisse in Marathi
vernacolare, un dibattito immaginario fra un Turco ed un Indù, ma tranne
le reciproche recriminazioni enunciate in questo breve lavoro, la conclusione
fu armoniosa.
Quest’ultima
situazione non si presenta proprio nell’HS, dove il Giainismo è ritratto
trionfante come ammette più tardi lo stesso Akbar nel poema (HS 14.12).
Un lettore di fede non Giainista potrebbe dubitare che Abu'l Fazl si sia arreso
troppo facilmente a difendere i suoi principi religiosi; tuttavia, è
notevole che nonostante la scarsa dimestichezza di Devavimala con gli elementi
teologici Islamici e col vocabolario Arabo-Persiano, 5 nell'autocommentario dell'HS, le
dichiarazioni dello Sceicco sull'Islam sono inquadrate in una struttura
familiare ad un Giainista o ad un Indù.
La nozione Musulmana del giorno del giudizio è spiegata
nei termini della conclusione di un yuga;
mentre l'affermazione dello Sceicco sulla supposta imparzialità di Dio
nei confronti del giudicato (HS 13.139), è interpretata da Devavimala
nel suo autocommentario che si riferisce al seguente e famoso versetto
Sanscrito (trovato per la prima volta nell’Hitopadesa):
“Il mondo è una famiglia” (vasudhaiva
kutumbakam).
Il
dio Musulmano, descritto da Abu’l Fazl come paramesvara,
è equiparato a quello meditato da tutti gli Indù (HS 13.137
autocomm: samagrahinduvargair
dhyayamanasya jagadisvarasya…); e, in senso lato, la risposta di Hiravijaya
al suo avversario non è diversa dalla sacra confutazione Giainista degli
insegnamenti Indù circa una divinità creatrice che opererebbe
solo sotto l'influsso delle passioni (HS 13.146 autocomm.).
Posteriormente,
non tutti i Giainisti percepirono nell'Islam la himsa (violenza, ecc...); questo fatto è riscontrabile nel Senaprasna, un testo Sanscrito in cui
sono trascritte le dettagliate risposte date da Vijayasena Suri (1547-1614), il
successore nominato da Hiravijaya Suri e capo ascetico del Tapa Gaccha nel
1595, alle domande poste dai membri della comunità Giainista.
Il
monaco e Pandit Bhaktisagara Ganin, indagò se il compimento di una
qualsivoglia azione (kriya) per
ottenere la liberazione spirituale rientri nell'antica categoria dei kriyavadin (opere compiute da credenti).
Quest’osservazione riguarda i Musulmani (turuska)
e i Cristiani (phirangika) che
seguono il falso sentiero (mithyadrsti)
della soppressione della vita (jivaghata)
per raggiungere l'affrancamento spirituale; e se possiamo considerarli kriyavadin.
Questo
problema fu effettivamente sollevato dai “Ricercatori" (dhundhika), una setta Svetambara
Giainista, chiamata in seguito Sthanakvasi, che sostenne la radicale
conformità alla tradizione scritturale e al rifiuto d’adorare immagini.
Per di più, intesero applicare il termine kriyavadin soltanto a coloro che avessero una corretta visione
religiosa (samyagdrsti) o che si
sforzassero di conoscerla. Vijayasena Suri, tuttavia, è conciliante
verso l'Islam, sebbene il testo del Bhaktisagara non relazioni questo termine
al Cristianesimo. 6
Egli
ritenne che l’ottenimento della liberazione mediante l’azione religiosa sia un kriyavadin, ma questo non significa che
l'uccisione sia un mezzo per il suo conseguimento, poiché anche le
principali scritture dei Musulmani vietano di prendere la vita (turuskanam api mulasastresu jivavadhasya
nisiddhatvat).
Ciononostante,
una visione negativa dell'Islam fu probabilmente la norma fra i Giainisti fino
ad un secolo dopo Vijayasena Suri. Questa percezione sfavorevole dell’Islam
è visibile in un testo ancora autorevole fra la setta Digambara
dell'India settentrionale, il Moksamargaprakasaka,
dello studioso laico Todar Mal (1719-1766).
Una
sezione di questo lavoro (p. 123-4), scritta in Rajasthani, è dedicata
alla religione Islamica ritenuta secondo Todar Mal priva d’approcci adeguati al
moksamarga, il percorso della
liberazione spirituale. Per Todar Mal, l'Islam è una fallace religione
che rivela molti errori teologici e contraddittori caratteristici dello stesso
Induismo. 7
Egli
sostenne che l'Islam dovrebbe sottoscrivere l'idea
di un sistema unificato, in cui il dio creatore pervasivo e distruttore accordi
la liberazione tramite un profeta (paigambar)
che abbia lo stesso ruolo personificatorio di una divinità (avatara). 8
Todar
Mal asserisce che l'Islam e l'Induismo hanno una posizione etica ambivalente,
talvolta manifestano un atteggiamento compassionevole verso le creature
viventi, a volte l'uccisione è giustificata, 9 qualche volta insistono sull'astinenza
dalla carne, dal vino e dalla caccia; altre volte entusiasticamente propugnano
il loro perseguimento. Le due religioni afferma, inoltre, oscillano tra
l'austerità e la sensualità, a differenza del Giainismo che
promuove una forma di puro ascetismo. Le caratteristiche esteriori dell'Islam e
dell'Induismo sono differenti, come ad esempio la loro nomenclatura di base, ma
queste due religioni sono fondamentalmente uguali. 10
Todar
Mal, conclude il suo resoconto sull'Islam riflettendo sulle motivazioni per le
quali questa religione è così diffusa fra la popolazione Indiana
dell'epoca. La sua risposta è basata in parte sulla dottrina: in altre
parole, l'anima (jiva) trasmigrata
attraverso un tempo che non ha inizio, sviluppa continuamente falsità ed
un appassionato attaccamento agli oggetti sensoriali, cosicché è
molto difficile che non si attacchi alla religione Islamica, seppur è
nota la sua diabolicità. In ultima analisi, Todar Mal attribuisce la
posizione dominante dell'Islam e la crescente marginalizzazione del Giainismo
alla decadenza temporale dell'India, la più abietta di tutti i tempi, la
cui la pratica religiosa è degradata ad un livello mai visto.
Così conclude:
“Osservate!
In questo periodo, i Musulmani sono diventati influenti e gli Indù sono
decaduti. Il censimento dei Musulmani e degli Indù (compresi i
Giainisti) indica che i primi sono aumentati e i secondi sono diminuiti.
È colpa di questo momento particolare.”
Ironia
della sorte, Todar Mal, che denunciò accanitamente l'Induismo e l'Islam
come false religioni, fu giustiziato per essere un disturbatore della quiete
pubblica ed un leader settario. 11
NOTE
1
Ho usato l’espressione “storia moderna” nel senso che possiede
approssimativamente nella storiografia Europea. L’espressione alternativa
“tardo medioevo” e “pre-Britannico” non sono appropriate quando ci si riferisce
alla fine del sedicesimo e alla metà del diciottesimo secolo, in pratica
al periodo trattato da quest’articolo.
2 Sheldon
Pallock, Ramayana and Political Imagination in India, Journal of Asian Studies
52 1993, pag. 261-297.
3 Il Jagadgurukavya conferisce al termine
“Indù” in linea di massima un senso politico. Il versetto 88 si
riferisce alle figlie date in matrimonio ad Akbar dai re Indù; mentre i
versi 89, 90, 92 confrontano Indù e mleccha.
Anche l’Hirasaubhagya
14.273 confronta Indù e mleccha. Pollock
nota come gli artisti Mogol tentarono “di neutralizzare un concetto del
Ramayana che attribuiva nei dipinti delle caratteristiche
comuni tra Akbar e Rama. L’Hirasaubhagya 1.129-137 descrive il
governatore Musulmano del Gujarat simile ad un secondo Rama
che protegge la terra dal Kali Yuga e dai demoni guardiani. Nel 11.153 Akbar
è paragonato a Rama, mentre nel 11.155 Akbar è descritto che
riceve una benedizione da Hiravijaya, allo stesso modo in cui Rama la ricevette
da Hanuman. Devavimala commentando l'HS 11.53, si riferisce alla tradizione
Vaisnava di Narayana e di Laksmi che incarna Rama e Sita, rispettivamente, come
Saivasamaya.
4 Il Naisadhacarita è forse la
presenza letteraria prevalente che si cela dietro l'HS, ed essendo l'ultimo
della mezza dozzina di mahakavya canonici, esercitò un fascino
più sugli scrittori che su Devavimala. Il Traividyagosthi di Munisundarasuri, un testo logico che insegna ai
Giainisti come dibattere con i Bramini, cita un passo del Naisadhacarita in cui il re Nala accoglie un messaggero. I poeti
successivi di corte tentarono di emulare il Naisadhacarita
al fine di instaurare le loro credenziali letterarie. Un predecessore Giainista
di Hiravijaya presso la corte di Akbar, Padmasundara, scrisse tra il 1577 e il
1581 un riassunto del Naisadhacarita
denominato Yadusunbdaramahakavya, un
titolo che presumibilmente è ricordato nel breve resoconto di Devavimala
sulla vita di Hiravijaya, intitolato l'Hirasundarakavya.
5 Tale
vocabolario include khuda, paigambara (< in Persiano paigambar), bhisti (< in Persiano bihisht)
e doyaki (< in Persiano dojakh).
L’HS conformemente compita Kurana senza la consonante retroflessa “n” che
richiederebbe altrimenti la fonetica Sanscrita. Anche l'autocommentario dell'HS
11.25 per taslim (... pranamapurvam di namma di yavanaprasiddhena...)
e dell'HS 14.107 per santità, non è completamente esatto tra il
Sanscrito pustaka (antica saggezza o
conoscenza esoterica) e l'Arabo adab (convenienza
spirituale). Abu'l Fazl non conosceva il Persiano. I primi monaci Giainisti
conoscevano il Persiano. Per il testo del Parasibhasaya
Sri Rsabhajinastavana, un inno Giainista scritto in Persiano da Jinaprabha
Suri (tredicesimo/quattordicesimo secolo), vedere Caturavijaya,
Stotrasamuccayah, Mumbai: Nirnayasagar 1928, pag. 247-251.
6
Per il punto di vista Giainista sul Cristianesimo, vedere
Vijayadeva-Mahatmya di SriVallabha Upadhyaya, ed. Jinavijaya, Ahmedabad: K. P.
Modi 1928, che è una biografia del successore di Vijayasena Suri,
Vijayadeva Suri (1577-1656). Stando al punto 6.71, il guru del Portoghese (phirangi) fu chiamato nella loro lingua
“padari” (= “padre”), mentre il 6.81
dichiara che il governatore Portoghese (adhikarin)
del territorio di Diu (penisola Kathiawar, India) continuamente adorava Rama e
Sita [= Gesù e Maria?], nessun’altra divinità e mai (approva)
un'altra religione ad eccezione della propria.
7 Todar Mal, naturalmente, non utilizza il
termine “Induismo” (sebbene usi il termine “Indù”), ma piuttosto si
riferisce ad una vasta gamma di categorie, alla fede nel Dio Creatore, alle
scuole filosofiche (darsana), e così via.
8
Moksamargaprakasaka pag. 174: bahuri jaisaim vai avatar bhae manai hai
taisaim e paigambar bhae manaim haim. Questa fu probabilmente l'unica
terminologia autoctona disponibile agli Indiani per descrivere la nozione di profezia
Musulmana, che fu iscritta su una moneta con l’effigie di Mahmud risalente al
regno di Ghazni (undicesimo secolo). La professione di fede Islamica descrive
Muhammad come un avatara
"Immanifesto".
9
Moksamargaprakasaka pag. 174: bahuri vai kahim daya posaim kahim himsa
posaim, taisaim e bhi kahim mihar karna posaim kahim jibahkarna posai haim.
Nota che Todar Mal usa per rispetto dell’Islam le parole mihar e jibah
(cioè < in Persiano mehr,
“buono, compassionevole” e in Arabo zabh,
“macellazione di un animale secondo la legge Islamica” rispettivamente) che
sono equivalenti a daya e himsa.
10 Moksamargaprakasaka
pag. 175: bahuri jaisaim vai kahim
tapascaran karna posaim kahim visaysevna posaim taisam hi e bhi posai haim …
aisaim anekprakarkari samanta paie hai. Yadi api namadik aur aur haim taphapi
prayojanbhut arthki ekta paie hai. Nota che Todar Mal pensa che i Musulmani
riveriscano i maiali allo stesso modo in cui gli Indù adorino la vacca.
11 L’uccisione
di Todar Mal fu una rappresaglia dei maharaja alle “sampradayik upadrav” (agitazioni generali) avvenute in Jaipur nella
seconda metà del diciottesimo secolo, dopo che i seguaci Giainisti del
Pandit Bakhatram Sah attaccarono la comunità Saiva.