L’IMAM ABU HANIFA E GLI ATTI CULTUALI ISLAMICI NELLE LINGUE NAZIONALI

 

E questo messaggio lo rendemmo facile all’intelletto, nella tua lingua…” (Corano, 19:97)

 

 

La riforma evolutiva e genuina dell’Islam inizierà quando si riconoscerà che le Parole Divine espresse in ogni lingua hanno il loro carattere Divino, e che la preghiera recitata in qualsiasi lingua è accettata da Allah. Il Profeta Muhammad (S) aveva permesso ai suoi discepoli stranieri di recitare le preghiere nella loro lingua. Salman il Persiano, che l’Imam Ali aveva salvato da un leone, fu il primo ad ottenere quest’autorizzazione. È riferito che Salman al-Farisi tradusse il primo capitolo del Corano, al-Fatiha, in lingua Persiana affinché i Musulmani Persiani potessero recitarlo nelle loro orazioni (The Islamic Quarterly, Volumi 11-13, 1967). Inoltre, aveva espressamente permesso ad altri di recitare il Corano nei loro rispettivi dialetti dichiarando che è stato rivelato in sette lingue.

 

La tradizione Musulmana narra che ai primordi dell’Islam era pratica comune parafrasare in vernacolo locale dopo la recitazione in Arabo. Alcuni governanti Arabi dopo aver conquistato nuove terre erano interessati a tradurre parti del Corano nei dialetti locali. Tuttavia, non sembra esserci stato nessun tentativo di tradurre l’intero Corano in un’altra lingua straniera durante il primo periodo della storia Islamica (Abdullah Saeed, The Qur'an: An Introduction, pag. 121).

 

Il Corano è una prova per tutta l’umanità, e la sfida del Corano a comporre versi simili (Corano, 2: 23, 10: 38, 11: 13, 17: 88, ecc…) si applica alle persone di ogni nazionalità e persino ai demoni. Perciò, anche i Persiani vennero sfidati a comporre dei versi simili in Persiano.

 

Nei primi secoli dell’Islam, era opinione generale che gli atti devozionali compiuti senza un’adeguata comprensione del cerimoniale fossero inutili. L’Imam Abu Hanifa considerò che la recitazione della preghiera (namaz) e del sermone (khutba) è lecito e valido in qualsiasi lingua. (Vedasi “Il Jawahir al-Akhlatiyyah di Allamah Muhammad Akhlati” e il “Radd al-Muhtar ala ad-Durr al-Mukhtar di Muhammad Amin ibn Abidin ash-Shami” - capitolo sulle preghiere). I discepoli di Abu Hanifa, Abu Yusuf e Mohammad, accettarono la dottrina del loro maestro con qualche riserva. Dichiararono che quando una persona non conosce l’Arabo, può validamente offrire le sue preghiere in qualsiasi altra lingua.” Allamah Sayyid Ahmad bin Muhammad al-Tahtawi (1231/1816), un grande giurisperito Hanafita Egiziano, affermava che il parere autorevole dell’Imam Abu Hanifa dovrebbe essere seguito. Anche i commentatori del “Durr ul-Mukhtar” riconobbero la validità delle preghiere recitate in Persiano.

 

I giuristi Hanafiti permettono che gli atti cultuali Islamici siano recitati in tutte le lingue locali anche se il Musulmano abbia una sufficiente padronanza della lingua Araba. Queste azioni includono la chiamata alla preghiera (adhan); la dossologia aprente della preghiera (takbir al-ihram); la recitazione del Corano durante la preghiera; il tashahhud alla fine della preghiera; il sermone (khutbah) durante preghiera del Venerdì e nei giorni dell’Aid; le due testimonianze di fede (le shahadatayn) durante la conversione all’Islam e il Talbiya durante l’Hajj.

 

Sicuramente queste disposizioni erano guidate da considerazioni pratiche, ma vennero avanzate delle prove teologiche sulla natura specifica del Corano, sul suo significato miracoloso e sulla sua composizione in solo Arabo, o su entrambi. I giuristi Hanafiti conclusero che il miracolo del Corano era nella sua composizione e nel suo significato. Un nativo Arabo poteva capire entrambi i miracoli, ma un non-Arabo (i giuristi e gli oratori Hanafiti, e gran parte della popolazione erano di madrelingua Persiana) avrebbe potuto comprendere il miracolo del significato del Corano traducendolo.

 

Sostennero che gli Arabi stessi non potevano riprodurre un Corano uguale, pertanto, la sua miracolosità risiedeva nel suo significato e nella sua struttura. Il Profeta, durante la sua vita, aveva permesso alle tribù Arabe non locali di recitare il Corano in diversi ahruf, le sette recitazioni dialettali Arabe (al-Bukhari, 2287; Muslim, 818) poiché non tutti parlavano il dialetto Coraiscita. Per facilitare la recitazione del Corano in diversi dialetti fu fatta questa concessione. Gli Hanafiti ritennero che la diffusione dell’Islam dovesse avvenire anche in altre lingue.

 

I giuristi Hanafiti decretarono che il significato delle frasi dovesse sostituire l’originale Arabo durante l’adempimento rituale. Per esempio, al posto del takbir al-ihram in cui è detto “Allahu Akbar” (Dio è Grande) si declamasse “Khoday bozorg ast” (Al-Imam Abu Hanifa, al-Fiqh al Akbar, 2 ed. Hyderabad, 1399/1979). Alcuni riportano che fu consentita la chiamata alla preghiera (adhan) in Persiano.

 

Muhammad ibn al-Hassan al-Shaybani, uno dei più importanti giuristi Musulmani (morto il 189 Egira/804 d.C.) riporta nel “Al-Mabsut Kitab al-Asl al-ma’ruf bi’l-Mabsut (Beirut: ‘Alam al-Kutub, 1410/1990)” che Abu Hanifa disse:

 

«Se l’aprente (al-Fatiha) della preghiera durante la recitazione è detta in Farsi, e la (persona) è competente in Arabo, la preghiera è valida. Abu Yusuf e Muhammad hanno detto: “Non è permesso salvo che non sia competente in Arabo.”»

 

Muhammad ibn Ahmad Al-Sarakhsi, (morto il 490 Egira/1096 d.C.), detto “Shams al-a’imma” (“il Sole degli Imam”), fu un giurista Persiano di scuola Hanafita che scrisse nel suo “Usul al-Fiqh”:

 

 

“Il Profeta è stato inviato all’umanità intera, e un segno della sua profezia è il miracoloso Corano. Va detto che si tratta di una prova Divina per tutta l’umanità. È noto che il miracolo del Corano in lingua Araba non è una prova per il non-Arabo… Per questo motivo, Abu Hanifa ha permesso la recitazione della preghiera in lingua Farsi… Qui risiede il senso che prova l’immutabilità del Corano. L’obbligo di recitare il Corano non è sceso da chi non capisce il miracolo (originale) se può recitare in Farsi. Se si è in grado di recitare in Arabo, allora non serve recitare in Farsi. Non perché non sia (anche) miracoloso, ma perché bisogna seguire il Profeta e i Salaf nell’esecuzione corretta di questo pilastro obbligatorio, cioè eseguire la recitazione in Arabo.”

 

Un problema sorto abbastanza precocemente nella storia Islamica riguarda il permesso di recitare la Torah, i Salmi (Zabur) e il Vangelo (Injil) durante la preghiera Islamica. Seppur questa richiesta fu respinta da Muhammad ibn al-Hasan al-Shaybani, il discepolo di Abu Hanifa, fu approvata da altri studiosi Hanafiti successivi. La sola idea che qualcuno potesse recitare scritture non Islamiche durante la preghiera, dimostra che le società erano impregnate di un Islamismo che risolveva ogni esigenza giuridica, linguistica e cultuale. È rilevante che questa domanda fu sottoposta ad al-Shaybani nei primi tempi dell’Islam.

 

Muhammad ibn al-Hassan al-Shaybani, (morto il 189 Egira/804 d.C.) riporta nel “Al-Mabsut Kitab al-Asl al-ma’ruf bi'l-Mabsut”:

 

 

«Domandai a Muhammad: “Qual è la tua opinione se un uomo recita la preghiera in Farsi, ma è competente in Arabo? Rispose: “La sua preghiera è valida.” Disse: Anche la supplica (dua)?” Rispose: “Sì.” Questa è l’opinione di Abu Hanifa. Abu Yusuf e Muhammad dissero: “Se un uomo recita nella preghiera qualche passo attinto da Torah, Vangelo e Zabur, che legga bene o meno il Corano, non è permesso poiché queste parole non sono del Corano o del tasbih (ricordo di Allah).”»

 

Masud ibn Ahmad al-Kasani (deceduto il 587 Egira/1191 d.C.) riporta nel “Badai al-Sanai fi Tartib al-Sharai”:

 

 

“Se qualcuno recita un pezzo di Torah, Vangelo e Zabur nella preghiera, ed è sicuro che non sia corrotto (il versetto), ciò è permesso secondo Abu Hanifa. E se non è sicuro, in tal caso, non è permesso, perché Allah si è espresso a riguardo sulla corruzione che essi operano: “Storpiano le parole della Scrittura cambiando loro senso” (Corano, 4:46). Quindi, è possibile che si trattino di parole in uso al volgo (non il linguaggio Divino); ragion per cui non è stato deliberato perché sono parole dubbie e probabilistiche. E se (qualcuno) dice il tashahhud, la khutba nel giorno del Jumu’a (Venerdì) in Farsi, o esegue una macellazione rituale (dhabiha), o risponde labbayk mentre è in stato di ihram in Farsi o in qualsiasi altro lingua, allora è lecito per consenso.”

 

Se gli studiosi Musulmani considerano corrotto il Vangelo, è probabile che ne travisino il valore e lo sminuiscano a semplice scrittura biografica della vita di Gesù. Non sarebbe “una parola divina” nel vero senso del termine. Ma se nelle fonti Islamiche il “Vangelo” è la parola di Gesù contenuta in tali biografie, i Musulmani devono ammettere che il ricordo che la prima comunità Cristiana aveva della vita di Gesù non era stato “corrotto”.

 

Storicamente parlando, non è difficile dimostrare che i primi Cristiani - la generazione che ha scritto e conservato i Vangeli - credessero che Cristo fosse il figlio teologico di Dio, e conservassero chiaramente le pratiche Cristiane degli apostoli e dei loro seguaci, seppur i Musulmani sostengono che solo Gesù promosse il tawhid.

 

Come possono i Musulmani relazionarsi alle precedenti rivelazioni Abramitiche se le ritengono piene di incoerenze logiche? Questo dilemma fu manifestato abbastanza chiaramente da alcune personalità durante la seconda generazione di Musulmani. In particolare, lo studioso Hassan al-Basri (morto il 110 Egira/ 728 d.C.) dichiarò:

 

 

Narrò Hammmad ibn Salamah da Habib… che Al-Hassan domandò: “Ai bambini dhimmi è insegnato il Corano?” Rispose: “Sì. Non recitano forse la Torah e il Vangelo? Essi fanno entrambi parte del Corano.” Replicò: “Entrambi appartengono al Libro di Allah.”

 

Non è realistico obbligare l’umanità intera a pregare in una sola lingua, farlo è irrazionale e vieta la vera comunione con Dio. Recitare più volte al giorno in una lingua straniera parti memorizzate di un Libro Sacro non promuove lo sviluppo spirituale di un individuo. Molti Musulmani memorizzano il Corano e recitano una preghiera senza comprenderne il significato: la consuetudine conduce a risultati sociali e culturali inverosimili. Molti Musulmani non-Arabi lamentano per via dell’incomprensione linguistica una stato di deconcentrazione nella preghiera, una mancanza di connessione e di dialogo col Divino.

Il mistico Habib al-‘Ajami, detto anche Habib al-Farsi, incontrava notevoli difficoltà nel pronunciare l’Arabo e recitava il Corano in Persiano durante la preghiera. Successivamente, divenne discepolo del grande teologo Hasan al-Basri, e suo successore. Persino, dopo aver appreso i rudimenti dell’Arabo la sua pronuncia era incomprensibile o difettosa.

Si narra che “Hasan al-Basri pregava spesso con Habib, ma la pronuncia Araba di Habib era così difettosa che Hasan restò incerto sulla validità della sua preghiera; e sapeva che, legalmente, se la preghiera di chi la guida è invalida, lo è pure quella di coloro che hanno pregato dietro di lui. Dopo un momento di esitazione, Hasan recitò la preghiera da solo. Ma, la notte seguente, ebbe una visione in cui Dio lo rimproverava per aver immaginato che, sulla bilancia divina, una purezza d’intenzione ed un fervore grandi quanto quelli di Habib potessero pesare meno di qualche errore di pronuncia.” (Martin Lings, Iniziazione al sufismo. Il misticismo nella vita quotidiana, pag. 104-105) La preghiera in lingua Persiana di Habib al-‘Ajami lo mise in contatto con Dio che lo rese straordinario per i suoi miracoli.

Gli Hanafiti sono lodabili per questo impegno nonostante siano solo una parte del mondo Islamico. Giungono a conclusioni che rivelano l’iniziale spirito della pratica e della legge Islamica. Purtroppo, il loro ragionamento illuminante sul tema della preghiera non è sottoposto ad un giudizio libero e indipendente. È una delle tragedie dell’Islam.

Le prove Coraniche della preghiera Islamica nella lingua nazionale

Allah non è stato ingiusto creando la varietà di lingue presenti sul nostro pianeta.

“E uno dei suoi segni è la creazione dei cieli e della terra e la varietà delle lingue vostre e dei vostri colori. E certo in questo c’è un segno per i saggi.” (Corano, 30: 22)

“Vi sono, ad esempio, tante varietà di suoni di lingua nel mondo, e nessuno di essi è senza significato”. (1 Corinzi 14:10)

Quali lingue parlavano Mosè e Gesù? Ebraico e Aramaico probabilmente. In quale lingua Zaccaria invocava il Signore? (Corano, 19: 4). In quale lingua la moglie del Faraone pregava Dio di salvarla? (Corano, 66: 11) Forse nella lingua Egizia. In quale lingua pregavano tutti gli altri Profeti e Messaggeri anteriori a Muhammad?

“E non mandammo nessun Messaggero che non parlasse nella lingua del suo popolo” (Corano, 14: 4)

“E così noi ti rivelammo un Corano Arabo perché tu ammonisca la madre delle città e chi abita attorno” (Corano, 42: 7)

È evidente in quest’ultimo versetto che la sfera di competenza del Corano Arabo non si applica all’umanità intera, ma solo alla zona della Mecca e Medina. Al contrario, il messaggio del Corano è per tutta l’umanità. Al Profeta fu chiesto di ammonire la madre delle città e le aree adiacenti che capivano il dialetto Coraiscita. È indubbio che se il messaggio dovesse recapitarsi a qualcuno in Cina, bisognerebbe tradurlo.

In che lingua testimoniammo prima di nascere?

“E quando il tuo Signore trasse dai lombi dei figli d’Adamo tutti i lor discendenti e li fece testimoniare contro se stessi: “Non sono Io, chiese, il vostro Signore?” Ed essi risposero: “Sì, l’attestiamo!” (Corano, 7: 172)

Il contratto primordiale fu fatto in Arabo? O avvenne in una madrelingua che non avevamo ancora imparato? Come fu Dio in grado di capire la nostra testimonianza? In quale lingua ci rivolgemmo a Lui? Il versetto non lascia spazio a nessuna ambiguità, noi gli rendemmo testimonianza.

“O voi che credete! Non accostatevi all’orazione con la mente ottenebrata (in Arabo Sukara), ma attendete di poter sapere quello che dite...” (Corano, 4: 43)

I commentatori moderni hanno limitato il significato del termine ‘Sukara’ all’intossicazione alcolica, ma nel Corano ha un’estensione molto più ampia. Esso include un qualsiasi stato mentale che comporti una perdita di lucidità: sdegno, rabbia, confusione, distrazione, squilibrio mentale, ecc....

La parola principale utilizzata dal Corano a scopo ammonitivo per descrivere le sostanze inebrianti è ‘Khamar’ (Corano, 5: 90)

“O voi che credete! In verità il vino, il maysir, le pietre idolatriche, le frecce divinatorie sono sozzure, opere di Satana; evitatele, a che per avventura possiate prosperare.” (Corano, 5: 90)

La parola araba ‘Khamar’ che indica in modo specifico l’intossicazione alcolica viene utilizzata anche nei versi Coranici 2: 219, 5: 91, 12: 36 e 12:41 (in questi ultimi due versetti il Profeta Giuseppe interpreta il sogno di un prigioniero circa la spremitura delle vinacce).

L’interpretazione del sostantivo derivato del verbo trilittero ‘sakar’ nel versetto 4: 43 è soggetta ad un’ingiustificata restrizione che nel miglior dei casi equivoca il senso intero del versetto, ma nel peggiore di essi, lo sconvolge.

Il versetto proibisce di compiere le preghiere quando la mente è offuscata perché lo scopo della preghiera è di concentrarsi sul significato delle parole pronunciate.

La ragione di questa proibizione costituisce il punto centrale del versetto che non si occupa della natura della causa.

Quanti Musulmani si avvicinano oggi alle loro preghiere sapendo in anticipo il significato delle parole che reciteranno? Non infrangono l’essenza di questo versetto? Non è forse confusa la mente quando pronuncia parole incomprensibili e insignificanti?

Allah comprende tutte le lingue

“Lo glorificano i sette cieli e la terra e tutti gli esseri che i cieli e la terra racchiudono, e non c’è cosa alcuna che non canti le sue lodi: solo che voi non comprendete le sue parole di lode. In verità Egli è indulgente, perdonatore” (Corano, 17: 44)

Allah non si limita ad una lingua particolare. Egli è il creatore di tutte le lingue, e comprende ogni espressione ed emozione. Dio comprende sulla Terra tutti i dialetti che ha creato fino ai linguaggi di uccelli e formiche. Questo capacità fu concessa anche al Profeta Davide e Salomone.

“E Salomone fu erede di Davide e disse: O uomini! Ci è stato insegnato il linguaggio degli uccelli e parte ci fu data d’ogni cosa: è certo, questo, evidente favore divino.” (Corano, 27: 16)

Salomone capiva anche la lingua dei ginn (27:39) e delle formiche (27.19).

In che lingua inneggiarono i monti, gli uccelli e il Profeta Davide le lodi al loro Signore narrate nel versetto Coranico 21:79 dato che nessuno di essi parlava Arabo?

“Noi facemmo comprendere il giusto giudicio a Salomone, e ad ambedue demmo saggezza e scienza e costringemmo con Davide i monti a cantare le lodi Nostre, e gli uccelli. Sì, così noi facemmo!” (Corano, 21: 79)

I Musulmani ignorano che l’iniziativa dell’Imam Abu Hanifa ha permesso che esperienze recitative di preghiere Islamiche siano avvenute in turco, hindi, siriaco, ebraico, persiano, curdo, berbero, malese, e così via.

L’origine Persiana di Abu Hanifah non spiega da sola questa sua posizione audace. Purtroppo, il parere di Abu Hanifah ci è noto solo attraverso i suoi seguaci, ma nessuno dei suoi due discepoli principali, Abu Yusuf e ash-Shaibani, è giunto alle conclusioni del loro maestro. Entrambi hanno permesso di recitare il Corano nella lingua materna durante la preghiera, ma solo se si è incapaci di recitarlo in Arabo. Dato che la preghiera è la comunione con Dio, affermano gli Hanafiti, è lecito recitare la Parola di Dio nell’originale specialmente per coloro che sono di madrelingua, ma anche attraverso le traduzioni per gli stranieri, poiché l’obbligo è in base alle capacità.

“Signore, non imporci ciò per cui non abbiamo la forza” (Corano, 2: 286)

Perché coloro che non capiscono l’Arabo dovrebbero invocare il loro Signore in una lingua che a malapena comprendono? In quali lingue pregarono i grandi Profeti (Noè, Abramo, Mosè e Gesù) prima dell’avvento della scrittura Coranica? Le loro preghiere non erano ascoltate? Le lodi di tutta la creazione Divina tra cui gli angeli, gli uccelli, i ginn, ecc.... non sono ascoltate perché non sono in Arabo? Lo scopo spirituale della preghiera non trascende forse le barriere linguistiche? Perché non dovrebbero valere o valere di meno le preghiere non recitate in Arabo?

 

Alcune esperienze recitative storiche dell’Adhan e della preghiera Islamica (Salat) nelle lingue nazionali

 

Muhammad Iqbal, in un raccolta di lezioni intitolata “La ricostruzione del pensiero religioso nell’Islam” e pubblicata nel 1930, scriveva:

“Se lo scopo della religione è la spiritualizzazione del cuore, allora essa deve penetrare l’anima umana, così può meglio penetrare l’uomo interiore. . . Scopriamo che quando il Berbero Muhammad ibn Tumart — il Mahdi della Spagna Musulmana — salì al potere e stabilì la regola pontificia dei Muwahhidun, ordinò per il bene dei Berberi illetterati che il Corano fosse tradotto e letto in lingua Berbera, e che la chiamata alla preghiera (adhan) avvenisse in Berbero.”

L’insegnamento pratico del Corano tra i Berberi Marocchini si tramanda di generazione in generazione e si perde nella notte dei tempi: il significato è spiegato dapprima nel dialetto locale, e poi è insegnato il testo Arabo. Non si memorizza in Arabo se non prima di spiegarne il significato (Majallat al-Azhar, VII, No. 3, 192, Al-Qahirah, Majmaʻ al-Buhuth al-Islamayah bi-al-Azhar).

È ben noto che alcuni studiosi nordafricani di scuola Malikita hanno emesso una fatwa che favorisce l’invocazione (al-dua) nei dialetti Berberi (vedere: Abd Allah ibn Hamid ibn Salum al-Salimi, Maarij al-Amal ala Madarij al-Kamal bi Nazmi Mııkhtasar al-Khisal, Saltanah Umman Wizarah al-Turath al-Kawmi al-Thaqafi, 1404/1984, VI1/191-192).

In Turchia, dal 30 Gennaio 1932 al 17 giugno 1950, la chiamata alla preghiera (Adhan) fu fatta in lingua Turca; però, una forte opposizione garantì che l’Arabo restasse la lingua della preghiera.

Il caso dell’Imam della moschea Göztepe

L’Imam Cemaleddin Efendi (morto nel 1964) eseguì la preghiera in Turco il 19 marzo del 1926, il primo Venerdì di Ramadan. Recitò tutti i versetti Coranici, le preghiere e le suppliche in Turco. Proferì il “salaam” finale in Turco. L’Imam recitò i capitoli Coranici, al-Fatihah e al-Asr (Il Pomeriggio) in Turco nella prima rak’at e al-Fatihah e al-Ikhlas (Il Culto Sincero) nella seconda rak’at anche in Turco. Alcuni presenti abbandonarono la moschea e si lamentarono dell’Imam nell’ufficio del Mufti di Üsküdar. L’ufficio del Mufti trasmise un rapporto al direttore degli affari religiosi di Ankara. Un incontro si tenne per ordine del direttore degli affari religiosi Rifat Börekçi, che era stato nominato dallo stesso Atatürk. Il problema venne valutato. Fu deciso di rimuovere l’imam dal suo incarico il 23 marzo del 1926 (decisione numero 743.31).

L’adhan in lingua Curda

Venerdì 20 maggio 2011 inizia nel Sud-est della Turchia la chiamata alla preghiera (Adhan) in lingua Curda. Nello stesso giorno Abdullah Karsak, Imam del distretto di Sanliurfa Suruc, tiene per la prima volta un sermone (khutba) in lingua Curda. Il Partito della Pace e della Democrazia, un partito politico Curdo della Turchia, appoggia l’iniziativa e dichiara che l’adhan continuerà in Curdo perché nel Sud-Est del paese è la lingua dominante della comunità. Gli Imam Curdi vengono destituiti dallo stato Turco e sostituiti da diecimila nuovi Imam. Per tutta risposta, Selahattin Demirtas, leader politico, ha chiesto alla popolazione Curda di non pregare dietro agli Imam che impongono una lingua straniera.

Anche nello sciismo Curdo l’adhan è recitato nella lingua madre. Gli Ahl-i Haqq vivono principalmente in Iran e Irak, non hanno moschee, ma una ricerca condotta da Said Khan ha dimostrato che chiamano la gente alla preghiera (adhan) in lingua Curda Sorani. (Khan, “The sect of Ahl-i Haqq (Ali Ilahis),” 38. Cf. Shah nama-ye Haqiqat, 1: 420-22 e Matti Moosa, Extremist Shiites: The Ghulat Sects, pag. 231, 1987)

 

L’adhan in lingua Greca

 

I Vallahadi (dal turco Vallah: O Dio!) sono una popolazione Musulmana di lingua Greca residente in Macedonia convertitasi all’Islam tra il sedicesimo e diciannovesimo secolo. I Vallahadi hanno conservato molto bene la lingua Greca che resta la loro prima lingua. Sono in gran parte sciiti Bektashi e una minoranza aderisce all’Islam sunnita Hanefita. Spesso sono stati assorbiti all’interno dell’Islam Albanese. Entrambe le comunità chiamano alla preghiera (Adhan o Ezan) in Greco, piuttosto che in Arabo, forse per distinguersi dai loro correligionari Albanesi.

 

L’adhan e la preghiera Islamica (Salat) in lingua Macedone

 

I Musulmani Macedoni seguono la scuola Hanafita. I Musulmani di lingua Macedone hanno espressamente richiesto nel 2014 di svolgere tutte le loro funzioni religiose in lingua Macedone compresa la Salat. All’origine di questa richiesta è presumibilmente la presunta Albanizzazione della regione. L’Islam è contrario a qualsiasi imperialismo linguistico e insorge in difesa del vernacolo popolare. In tali occasioni, tutta la liturgia Islamica può eseguirsi nella lingua nazionale. Il 21 novembre 2014, l’organo di informazione Macedone in lingua inglese “Independent Macedonia” pubblicava il seguente articolo:

 

 

L’adhan e la preghiera Islamica (Salat) in lingua Persiana

Si racconta che quando Qutayba ibn Muslim (deceduto il 96 Egira/715 d.C.) conquistò Bukhara e le zone circostanti fino ai confini con la Cina, fece costruire una moschea nell’anno 94 Egira/712 d.C. per la gente di Bukhara. Lo storico al-Narshakhi (deceduto il 959) riporta nel suo “Tarikh Bukhara” (Storia di Bukhara), che la gente di Bukhara pregò in Persiano antico perché non sapeva l’Arabo. Secondo lo storico Turco, Tahir Balcioglu, che cita al-Narshakhi, l’adhan fu cantata in Persiano e i Musulmani salmodiavano l’espressione “kinita nikinet” nella posizione di ruku e “nikunya nikuni” in prostrazione, in sajda (Abu Bakir Muhammad ibn Ja’fer al-Narshakhi, Tarikh Bukhara [History of Bukhara], traduz. A.A. Badawi e N.M. al-Tiraz, Egitto: Dar al-Ma’arif, pag.74).

Anche gli Ismailiti Nizari del Khorasan e del Badakhshan pregarono nella lingua liturgica Persiana durante il periodo di Alamut (1094-1256) e hanno conservato questa liturgia fino ai nostri giorni.

 

 

Bibliografia

 

1.      Aydar, Hidayet, and Necmettin Gökkır, “Discussions on the Language of Prayer in Turkey: A Modern Version of the Classical Debate,” Turkish Studies 8 (2007)

2.      Hidayet Aydar, Mehmet Atalay, Interventions in Adhan Throughout Islamic History: An Evaluation, Journal of Intercultural and Religious Studies. (5). 41-65.

3.      Hidayet Aydar, Mehmet Atalay, The Issue of Chanting the Adhan in Languages. Other than Arabic and Related Social Reactions Against it in Turkey, Istanbul Universitesi Ilahiyat Fakultesi Dergisi Sayi: 13, 2006

4.      Linda G. Jones, The Preaching of the Almohads: Loyalty and Resistance across the Strait of Gibraltar, Medieval Encounters 19 (2013) 71-101