L’ARCHITETTURA ABITATIVA SCIITA E I MIRACOLI DELLA MADAH NEL PAMIR

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L’Imam impersona il principio Solare dell’Islam

 

Uno dei più importanti bagagli culturali del Pamir è la casa tradizionale Pamiri, nota in loco come ‘Chid’. Essa incarna elementi dell’antica filosofia Ariana preesistente — tra cui il Zoroastrismo —, molti dei quali sono stati assimilati dalla tradizione Pamiri Ismailita. Ad un occhio inesperto, l’abitazione Pamiri si presenta come una struttura semplice e primitiva, ma per le persone che vivono in essa ha un ricco significato religioso e filosofico. Il simbolismo delle peculiari caratteristiche strutturali della casa Pamiri risale ad oltre duemila e cinquecento anni fa. La progettazione architettonica della casa Pamiri che incorpora specifici credi religiosi sciiti, carica energeticamente la barakat nel processo di guarigione e di risanamento ambientale. Per gli Ismailiti Pamiri, i panjtan (i cinque corpi puri) sono il primo canale di distribuzione dell’energia associata alla barakat Divina.

La dimora abitativa è il simbolo dell’universo, ma anche il luogo di culto e della preghiera privata per i Pamiri Ismailiti, in quanto non hanno ancora moschee nel Gorno-Badakhshan. La casa Pamiri è rigorosamente arredata con importanti simboli religiosi e filosofici. L’abitazione Pamiri è un luogo sacro e simbolicamente puro per ogni Ismailita.

La tradizionale casa Pamiri è normalmente costruita di pietre e intonaco, ha un tetto piatto sul quale il fieno, le albicocche, i gelsi o lo sterco sono essiccati ad uso combustibile.

Vecchia casa in Andarob (quartiere Ishkashim). Il lucernario può essere visto sul tetto

Casa moderna in Pamir

Le case Pamiri impostano i loro elementi e la loro costruzione sul numero sette. La numerologia ha un significato religioso nella fede Ismailita. Ci sono sette universi o orbite celesti (Corano 23: 17), sette cieli (Corano, 23: 17; 65: 12; 78: 5), sette continenti o terre (Corano, 64: 12), sette mari (Corano 31: 26), sette divisioni dell’Inferno che ha sette porte (Corano, 15: 44), sette orifizi nella testa, sette giorni in una settimana, e così via per ampie parti del Creato. Il numero sette nell’Islam corrisponde anche ai sette versetti del primo capitolo del Corano, l’Aprente, in Arabo al-Fatiha. Durante i riti dell’hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, i pellegrini circumambulano intorno alla Ka’aba sette volte. I pellegrini a Mina lanciano sette sassi contro i jamrah che simboleggiano la tentazione di Satana. Nel misticismo Islamico, il Corano ha sette sensi. Attar, nel suo celebre poema intitolato “Il linguaggio degli uccelli”, descrive le sette valli della ricerca mistica. Il sette è presente anche nella versione Coranica dei “sette dormienti di Efeso” (Corano, 18: 9 segg.).

Un’abitazione costruita secondo i principi dell’Ahl ul Bayt è anch’essa suddivisa concettualmente in sette parti. Le prime tre parti sono le tre aree vitali (‘Sang’ o ‘Sandj’) che simboleggiano i tre aspetti della creazione: umana, animale e vegetale. La quarta parte che riguarda la pavimentazione, chalak, rappresenta la terra. Normalmente, il pavimento è in terra battuta e su di esso arde il fuoco (oggi più frequentemente un forno in ghisa); esso corrisponde anche al mondo inanimato. La quinta parte è correlata al focolare o alla stufa della stanza e rappresenta l’elemento fuoco. La sesta e la settima parte dell’abitazione è costituita di piattaforme rialzate lungo i lati della stanza, dette loshnukh e barnekh. Esse rappresentano gli elementi aria e acqua, ma anche l’anima vegetativa, la loshnukh, e l’anima cognitiva, la barnekh.

 

     

La stanza principale nelle case Pamiri. Si osservino le piattaforme rialzate lungo i lati

 

L’abitazione degli Ismailiti Pamiri presenta un triplice tavolato (se sanj) a strati.

Il primo livello (chalak sanj) situato vicino ed attorno al focolare (otashdon) indica il “mondo inanimato”, il secondo livello (loshnukh sanj) posto sopra e attorno al primo livello designa il “mondo vegetale” o “l’anima vegetativa”. Il terzo livello (barnekh sanj) sopra il secondo indica il “mondo animale” o “l’anima sensuale”. Giacché il primo livello simbolizza “il mondo inanimato o senza vita”, è più in basso rispetto al secondo e al terzo livello. Queste simbologie sono ripetute per la costruzione del lucernario. Il camino (kitsor o otashdon) è importante per la casa Pamiri: in sua mancanza la costruzione della casa non ha senso poiché le cerimonie avvengono nei suoi pressi.

 

I CINQUE PILASTRI

Architettonicamente, l’abitazione Pamiri è rigorosamente strutturata con cinque pilastri in legno posti all’interno della casa, i quali incarnano i “cinque corpi Puri” “Panj Tani Pok”: il Profeta Muhammad, l’Imam ‘Ali, Bibi Fatima Zahra, l’Imam Hassan e l’Imam Hosseyn (Panjtan).

I cinque pilastri di sostegno simboleggiano i cinque membri della Famiglia dell’Imam ‘Ali: Muhammad; suo genero ‘Ali; la figlia di Muhammad, Bibi Fatima (moglie di ‘Ali); e i loro figli, Hassan e Hosseyn. Nel simbolismo Zoroastriano corrispondono alle maggiori divinità (maschili e femminili) (‘Yazata’ o ‘Eyzad’): Surush, Mehr, Anahita, Zamyod e Ozar. Il numero cinque riflette anche i cinque pilastri dell’Islam e le cinque preghiere quotidiane dei Musulmani.

Pilastro 1. Il pilastro principale che simboleggia il Profeta Muhammad (‘Khasitan-Shokhsutun’) si trova alla sinistra dell’ingresso. Era tradizionalmente fatto di ginepro, un albero sacro e simbolo di purezza, il cui fumo ha proprietà curative e disinfettanti. Oggi, non ci sono più abbastanza ginepri di dimensioni adeguate per fare questo pilastro nelle case di nuova costruzione. La culla del bambino sarà normalmente messa vicino a questo pilastro dove si compiono anche delle cerimonie. Il ginepro, il salice e la tamarix hanno un ruolo importante nelle abitudini tagiche per le loro proprietà medicinali e curative.

 

Il pilastro dell’Imam ‘Ali nel museo del villaggio di Langar (distretto di Wakhan) integra il simbolo del Sole perché ‘Ali è il Sole della Wilayah

 

Pilastro 2. Il pilastro simboleggiante l’Imam ‘Ali (‘Vouznek-sitan’) si colloca diagonalmente alla sinistra dell’ingresso. Nella tradizione Zoroastriana, questo pilastro corrispondeva all’angelo dell’amore (‘Mehr’). Durante i matrimoni, gli sposi si siedono presso questo pilastro con la speranza di essere benedetti dalla fortuna e dalla felicità (‘barakat’). La tradizione richiede che oltre al proprio padre e al suocero, la sposa abbia un terzo padre, cioè la persona che presso questo pilastro scopre ritualmente la sua faccia dai sette veli durante la cerimonia nuziale.

La struttura è munita, inoltre, di due travi portanti trasversali: la prima è perpendicolare ai pilastri del Profeta Muhammad e dell’Imam ‘Ali; la seconda, è perpendicolare sia al pilastro di Bibi Fatima sia ai pilastri e dell’Imam Hassan e dell’Imam Hosseyn. Per i Pamiri Ismailiti, la prima trave simboleggia la ragione universale (‘Aqli-kul’), mentre la seconda l’anima universale (‘Nafsi-kul’). Nello Zoroastrismo, le due travi corrispondevano ai mondi materiale e spirituale.

Pilastro 3. Diagonalmente dall’ingresso c’è il pilastro che simboleggia Bibi Fatima (detto ‘Kitsor-sitan’ o pilastro del focolare). Bibi Fatima è considerata il custode della vita terrena. Il rituale di vestizione della sposa avviene presso questo pilastro. Il Kitsor fornisce calore ed ha proprietà curative. Cura la radicolite e i reumatismi. L’abbigliamento indossato per l’occasione corrisponde alla tradizionale percezione di Fatima Anahita (la “pura” in Persiano antico): il vestito cerimoniale è di color rosso fuoco, poi la sposa indossa bracciali, anelli, orecchini. Nella tradizione Zoroastriana, questa colonna corrispondeva all’angelo che custodiva il fuoco. Questo forno/camino è tra il secondo e il terzo pilastro, ma è più vicino al terzo pilastro. Ad esso sono correlati i rituali del fuoco perché la sua venerazione è parte integrante dell’Islam (Vedere l’articolo ‘L’Agni Yoga Islamico’).

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L’interno di un’abitazione Pamiri in Roshtkala: in primo piano il pilastro di ‘Fatima’, poi, sullo sfondo in senso orario abbiamo i pilastri che simboleggiano l’Imam ‘Ali, il Profeta Muhammad e l’Imam Hosseyn

 

Pilastro 4 e 5. Il quarto pilastro dell’Imam Hassan (poiga-sitan) e il quinto pilastro dell’Imam Hosseyn (barnekh-sitan) sono uniti per dimostrare la stretta relazione parentale tra i due Imam fratelli. La traversa è scolpita con ruote Solari perché gli Ahl ul Bayt sono i sovrani della vera religione incentrata sul Sole (Rumi, Mathnawi, Libro Sesto, verso 797-8). Questa trave forma l’anticamera della madahkhan (casa della madah o maddah in Pamiri). Talvolta tra i pilastri dei due Imam decorati di ruote Solari sono collocate le corna della pecora di Marco Polo (Ovis ammon polii) in virtù del rapporto tra il Bicorne e il Sole: “vide il Sole che tramontava in una fonte limacciosa e nei pressi c’era un popolo. Dicemmo: O Bicorne, puniscili o trattali con benevolenza.” (Corano, 18: 86)

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I pilastri dell’Imam Hassan e dell’Imam Hosseyn nel museo di Langar (distretto di Ishkashim)

 

La madah attraverso diverse pratiche musicali, sonore, meditative e devozionali guarisce i suoi membri. Benjamin Koen, professore presso l’Università statale della Florida, ha descritto in un convincente studio di etnomusicologia medica i fenomeni di guarigione e la terapia multimodale connessi alla madah.

I partecipanti si preparano al compimento della madahkhan presso uno dei suoi due pilastri (o dell’Imam Hassan o dell’Imam Hosseyn) offrendo la loro preghiera (salat), dei du’a (invocazioni) e la munajat (il colloquio interiore con Dio). Il pilastro dell’Imam Hassan è considerato il posto d’onore per il capo religioso (‘Khalifa’) o per l’ospite principale. Di norma, l’ospite lascia un piccolo spazio in prossimità di questo pilastro alludendo che il posto è riservato al Califfo. Nella tradizione Zoroastriana, questo pilastro impersonava ‘Zamyod’. La seconda parte della madah, detta haidari (il leone), si riferisce all’Imam ‘Ali e in essa si narrano storie leggendarie ed esempi tratti dalla sunna: lo scopo è di dimostrare l’efficacia del potere della preghiera nella guarigione o il suo positivo miglioramento. Infine, si recita il setayesh (un elogio) che costituisce la terza ed ultima parte della cerimonia.

 

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I pilastri dell’Imam Hassan e dell’Imam Hosseyn nel museo di Yamg (80 km da Ishkoshim) dedicato all’astronomo Sufi Muboraki Vokhoni (morto nel 1885).

 

Le cerimonie funebri sono svolte vicino al pilastro dell’Imam Hosseyn (barnekh-sitan) mantenendo accesa per tre giorni una lampada o una candela. Nella tradizione Zoroastriana, questo pilastro era associato ad ‘Ozar’.

Ci sono diversi gruppi di travi. Il loro numero totale varia a seconda delle dimensioni della casa e dell’interpretazione locale e filosofica. Ci sono diverse teorie riguardanti il loro numero. Per alcuni, il totale deve corrispondere al numero dei 49 Imam Ismailiti; per altri il numero deve uguagliare i 72 partigiani uccisi nella piana desertica (dashti) di Karbala. Nella maggior parte dei casi, ci sono tredici travi intermedie di cui sei sono sul camino e rappresentano Adamo, Noè, Abramo, Mosè, Gesù e Muhammad, i sei Profeti maggiori dell’Islam; mentre le altre sette travi raffigurano i primi sette Imam dell’Ismailismo. Nello Sciismo Duodecimano e Alevita potrebbero rappresentare i 12 Imam più il Profeta Muhammad.

Ulteriori travi sul soffitto possono includere gruppi di diciotto o diciassette putrelle corrispondenti agli elementi della cosmogonia Ismailita.

Una piattaforma rialzata (di circa 50 cm) si staglia sulle pareti interne della casa. Sotto la piattaforma c’è un’area di stoccaggio, ma prima della diffusione delle stufe metalliche, il focolare domestico era incorporato in questa piattaforma come nella foto seguente:

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Camino nel museo Sufi Muboraki Vokhoni a Yamg (quartiere Ishkashim)

 

Un lucernario, noto come ‘chorkhona’ (‘quattro case’), incorpora quattro strati quadrati concentrici che rappresentano rispettivamente i quattro elementi naturali: terra, acqua, aria e fuoco; quest’ultimo è più in alto poiché è toccato per primo dai raggi Solari.

 

Lucernario nel Museo Sufi Muboraki Vokhoni a Yamg (quartiere Ishkashim)

 

Lucernario di una vecchia casa Pamiri a Roshorv (Valle di Bartang)

 

Lucernario nel museo di Langar (quartiere Ishkashim)

 

LA MADAH (IL PANEGIRICO ELOGIO DIVINO) NEL PAMIR

Video

 

L’esecuzione della madah, innanzitutto, prevede una struttura architettonica come la suesposta Child del Pamir che carica energeticamente la barakat secondo i principi spirituali dell’Ahl-ul-Bayt.

Che cos’è la madah? Benjamin Koen nel capitolo “Musica, preghiera e meditazione dinamica nella guarigione”, dichiara che alla base della madah vi è una cultura trascendentale legata ad una particolare dinamica che definisce il “Principio della Certezza Umana.” La madah, spiega, non è differente dalle guarigioni inspiegabili e miracolose che avvengono anche in altre parti del mondo.

Nella madah, la coscienza di ogni partecipante è immersa in uno stato di ineffabile spiritualità, essa è consapevole dell’inizio del processo di guarigione. Gradualmente, nelle settimane seguenti, l’ammalato si sentirà più sano e più forte come se i sintomi della malattia non fossero mai esistiti.

Nella madah, i partecipanti dirigono i loro pensieri verso il regno spirituale immergendosi nella barakat, un’energia pura guaritrice, che è un aspetto intrinseco dell’intera creazione Divina, a cui appartiene anche l’anima umana. Secondo il popolo Pamiri la barakat spirituale si manifesta attraverso la musica, la preghiera e la meditazione della madah: durante la sessione i partecipanti sperimenteranno l’energia guaritrice che produrrà un cambiamento immediato o successivo.

Nello Sciismo Ismailita, la musica mistica e la preghiera sono pratiche che accrescono gli stati di coscienza, la spiritualità, l’estasi e persino la trascendenza. La musica è una forma di preghiera. La musica può essere una forma di meditazione. In alcuni casi, la musica, la preghiera e la meditazione sono inseparabili. Nella madah, la preghiera musicale e la meditazione sono interconnessi. La meditazione è considerata una parte essenziale della preghiera poiché le speranze, le richieste, le aspettative o le certezze si realizzano nel regno dell’azione e della manifestazione.

La preghiera

La preghiera è un’espressione della relazione che l’orante istituisce col “potere Superiore”, seppur sia classificabile in vari modi. Il guaritore spirituale nel Pamir, di norma, utilizza “un antico libro” che ha un gran numero di preghiere per le varie malattie, ma vi sono anche preghiere spontanee, forme libere e colloquiali, suppliche, intercessioni con la richiesta per la guarigione, ecc… Madah significa supplicare Dio.

La preghiera può essere individuale o collettiva, sonora o inespressa, movimentata o immobile, oscillante, gesticolata, meditata o sperimentata spiritualmente.

Le preghiere dipendono dall’intenzione dell’orante; ad esempio, una preghiera può fare la volontà di Dio o la propria.

La preghiera e la poesia sono interconnesse nell’esecuzione della madah, perché in Pamir la poesia mistica Persiana è una preghiera. La più importanti preghiere musicali sono la musica rohani (spirituale e devozionale), la musica tasawufi o erfani (mistica), la musica dini (religiosa), la musica shafai (guaritrice) e la musica darmani (medica).

La madah è un’espressione unica di tutti i parametri della preghiera musicale dinamica; infatti, durante questa cerimonia si sperimenta la combinazione della preghiera unita alla musica. La madah è cantata spesso alla preghiera del Venerdì, ma anche in occasione delle cerimonie funebri. La madah rende l’uomo puro, sincero e amorevole. La madah raccomanda la dolce morale e la saggezza, mostra il modo di vivere.

L’esecuzione rituale della madah evidenzia il batin (la metafisica, l’interiorità, l’arcano, la realtà spirituale o l’essenza mistica) contrariamente allo zahir (il materiale, il visibile, la forma esteriore).

Le preghiere e le poesie della madah sono estratte da alcuni poeti mistici Persiani, soprattutto da Gialal al-Din Rumi e Nasir Khosrow, ma anche da Saadi, Hafez e Sana’i. Brani del Corano e citazioni di ahadith si alternano durante il suo svolgimento. Durante la loro riproduzione, il narratore spiega contemporaneamente il significato dei versi sacri.

Lo strumento principale per l’esecuzione della madah è il Pamiri rubab (liuto a collo lungo), che di solito è accompagnato dal doira (tamburo a cornice). Ogni uomo seduto in cerchio ha un tamburo nella mano sinistra e tamburella con le dita della mano destra. Un primo cantante, senza ritmo, inizia con tre beyt (stanze), un secondo lo appoggia al termine di ogni beyt, e poi tutti insieme ripetono il ritornello ritmicamente durante la riproduzione del doira. Quando la sessione è finita, una seconda inizia a maggiore velocità e con un nuovo ghazal.

Non ci può stare più di un rubab e di un doira, seppur vi sono uno o più tanbur (liuto dal manico lungo), occasionalmente sono presenti anche il ghijack (kamanche/violino) e il setor (simile al sitar Indiano) che si fondono con gli altri strumenti.

Tutti questi strumenti hanno delle preghiere incise nelle loro cavità o sulla loro carcassa. In particolare, il rubab è considerato un essere spirituale in costante stato di preghiera.

La cultura spirituale della salute in Badakhshan (Tajikistan) si è sviluppata perché la regione è economicamente povera, è sprovvista di medicinali e di altri apparecchi medicali di prima necessità. L’acqua inquinata e l’alimentazione sono un problema continuo e fonte di disagio psicologico poiché portano ad altri innumerevoli problemi sanitari.

L’eziologia locale e le credenze sulle guarigioni variano tra i membri della comunità, che siano essi pazienti o guaritori.

In Badakhshan, i “guaritori” sono leader religiosi locali (mullah e khalifa), figure mistiche, santi, dervisci, madahhan o altri personaggi che sono ritenuti in possesso di barakat, e sono definiti pir o mir.

Nel Badakhshan si hanno, in generale, visioni differenti sulla malattia; tuttavia, si ha una visione olistica dell’eziologia, della salute e della guarigione che nasce da un concetto ampiamente condiviso del sé, noto come aql-tan-ruh/jan. L’aql corrisponde a mente/intelletto/psicologia, il tan a corpo/fisico e il ruh/jan a spirito/anima. I locali ritengo che il modello aql-tan-ruh/jan sia incorporato al loro interno.

Di solito, la malattia fisica la si tratta con le erbe o con la biomedica.

Si ritiene che la preghiera guarisca i sintomi fisici perché la malattia è diagnosticabile nella sfera emotiva, psicologica o spirituale.

La diagnosi dei guaritori è condotta, previo colloquio, sulla storia personale e clinica del paziente.

I guaritori spirituali dichiarano che l’energia spirituale della barakat non solo favorisce la guarigione, ma ha proprietà vitalizzanti che sostengono lo sviluppo della comprensione e della conoscenza del malato, se egli purifica il suo cuore e conduce una vita spirituale.

I guaritori attraverso la barakat possono diagnosticare e trattare la causa della malattia.

La guarigione attraverso la madah

La madah ha la funzione di nutrire e di bilanciare cinque domini: fisico, intellettuale, emozionale, relazionale e spirituale.

L’obiettivo della madah attraverso questi cinque domini è il mantenimento della salute e la prevenzione della malattia.

La madah non riguarda solo l’esecuzione che avviene nello spazio sacro della madahkhan (casa dell’elogio Divino), ma essa ispira ai partecipanti un codice etico che è applicabile nella vita quotidiana.

La madah è anche una pratica curativa, il suo svolgimento avviene generalmente in due modalità:

1. Attraverso il comportamento individuale, l’attenzione e la pratica quotidiana.

2. Attraverso la grazia, la benedizione e la misericordia di Dio, tutti aspetti della barakat.

La poesia tradizionale ha la capacità di rendere efficace le suddette modalità. Lo scopo della madah è di far interiorizzare la barakat ai partecipanti.

La barakat è l’energia spirituale che può guarire, benedire, edificare e trasformare. La barakat emana da Dio e si trova in tutta la creazione, è incarnata al suo interno ed è trasmessa da persone, luoghi sacri, luoghi naturali, costruzioni, acqua, preghiera e musica.

Una persona può essere guarita quando interiorizza la barakat.

La madah è un processo di trasformazione.

Dato che visione del sé è essenzialmente spirituale, la personificazione è considerata un processo di trasformazione a livello spirituale, psicologico e fisico.

L’idea secondo cui l’uomo sia soprattutto un essere spirituale non si trova solo tra la gente del Pamir, ma riguarda tutto il mondo.

L’attenzione meditativa

Durante l’esecuzione della madah, i partecipanti concentrano la loro attenzione secondo delle metodiche uniche e personalizzate.

La maggioranza dei partecipanti si focalizza attentamente su alcune parole o su certi passaggi specifici che a loro avviso incarnano e trasmettono l’energia guaritrice della barakat, e che gli permettono di immergersi nel suono e nel significato del rituale.

Quest’attenzione è analoga all’ascolto olistico e spirituale associato al sama.

Questo processo focalizza l’attenzione in modo microscopico ed espansivo affinché il significato sia interiorizzato. In seguito, è manifestato ciò che è stato interiorizzato, oppure si presta attenzione a ciò che si è interiorizzato e lo si manifesta.

L’obiettivo di avvicinarsi a Dio trasformando il sé inferiore (nafs) in sé superiore (ruh/jan) è sempre promosso. L’obiettivo della trasformazione è raggiungibile, ma una volta che è stato raggiunto, un altro obiettivo o lo stesso obiettivo reinterpretato appare in una luce diversa, cioè di livello superiore.

Per i partecipanti alla madah, questa cerimonia ha un’atmosfera speciale perché è uno spazio sacro che offre ristoro, speranza, comunione mistica e guarigione nella vita quotidiana.

La pratica spirituale e la flessibilità cognitiva

Nel contesto della madah, la musica devozionale sottomette l’io inferiore (nafs) dei partecipanti abbandonandolo al più potente sé superiore (ruh/jan).  

La madah è una dimensione spirituale che definiamo flessibilità cognitiva, cioè uno stato di coscienza flessibile e carico di un potenziale in grado di ristrutturare spontaneamente le conoscenze mentre incrocia nuove prospettive concettuali.

La flessibilità cognitiva indica un potenziale di guarigione in presenza di un cambiamento categorico della natura esistenziale, per esempio, il passaggio dalla malattia alla salute.

La flessibilità cognitiva è quella capacità che i partecipanti abilmente sviluppano per operare i cambiamenti concentrandosi sulle parole potenti, sulla musica e sui suoni della madah, allineando intenzionalmente i propri pensieri col loro significato e con la barakat della madah.

Questo processo indebolisce l’io inferiore e rafforza il sé superiore (la più forte forza della più elevata auto-comprensione con la forza più debole del sé inferiore) mentre si sincronizza facilmente e naturalmente al ritmo esterno.

Il processo di abbandono del sé nel contesto della musica devozionale è paragonabile all’allegoria della falena e della candela nella poesia mistica Persiana. Una falena è incantata e affascinata dalla luce e dalla bellezza (forte processo ritmico) della fiamma, ma può avvicinarsi solo ad una certa distanza da essa prima che sia avvolta e consumata dalla vampa.

L’udienza musicale e devozionale della madah motiva la coscienza al tema centrale dell’amore facendola scivolare dal sé inferiore al superiore.

Un medico anziano del Pamir, il Dott. Shirinbek, afferma che la madah sia l’espressione della volontà Divina, e come tale è ritenuta collegata al regno spirituale infinito.

La celebrazione inizia con la preghiera silenziosa proveniente dal regno spirituale, la quale è anche latente ed emergente dalla coscienza umana.

La coscienza del partecipante durante la prima parte della madah è immersa nel cosiddetto stato quantico, uno stato tra la malattia/morbo e la salute/guarigione.

Lo stato quantico è un contesto (situazione) del corpo-mente-anima in cui la flessibilità cognitiva si sincronizza e aiuta una persona a passare da uno stato ad un altro.

Il Dott. Shirinbek descrive il livello quantistico come la controparte fisica della realtà spirituale: entrambi sono invisibili, eppure ambedue lasciano le loro tracce esistenziali per mezzo dei loro effetti.

Il sottile cambiamento che avviene attraverso i nervi a livello quantico può portare alla guarigione del paziente. Ho analizzato dettagliatamente come certe strutture ritmiche della madah facilitino la flessibilità cognitiva.

Un doppio e triplo metro musicale simultaneo rappresenta l’ultima sezione del cerimoniale complessivo: ormai i partecipanti potrebbero rimanere in uno stato di preghiera meditativa per trenta minuti, un’ora, o più.

L’esecuzione della madah rispecchia la trasformazione e la guarigione che è una delle sue funzioni, spostando la coscienza dei partecipanti dal basso verso l’alto (o dall’io inferiore al sé superiore). Al termina della madah, la coscienza si ritrova in un rinnovato stato di salute, e il partecipante talvolta è guarito.

Le tre parti della madah procedono dal basso verso l’alto: gli aspetti musicali e sonori dell’ampiezza, la frequenza, il tempo, la forma d’onda e la complessità ritmica aumentano completamente, nel contempo il significato dei simboli e delle metafore diventano più profondi e più mistici man mano che la barakat aumenta; la partecipazione della comunità aumenta durante l’esecuzione e si conclude con l’interiezione collettiva Ay (“Oh”), che è al tempo stesso un’invocazione a Dio e un’espressione di liberazione e di sollievo.

La madah inizia e finisce con una preghiera, ma è essa stessa una forma di preghiera, e due delle tre maggiori sezioni sono la munajat (il colloquio interiore con Dio) e il setayesh (il panegirico elogio Divino).

 

 

Bibliografia

 

1.      Benjamin D. Koen, Beyond the Roof of the World Music, Prayer, and Healing in the Pamir Mountains, , Oxford University Press, 240 pages, 2011

2.      Benjamin D. Koen, The Oxford Handbook of Medical Ethnomusicology, Oxford University Press, 576 pages, 2008.