TEMI
E SIMBOLI COMUNI TRA IL BUDDISMO TANTRICO E LA TRADIZIONE DEI BEKTASHI OTTOMANI
A cura di Emel
Esin (Istanbul, 1914-1987). Storico dellarte, archeologo, conoscitore di
turco, arabo e persiano, studiņ i modelli iconografici dellAsia Centrale in
epoca medievale.
In occasione delle ricerche precedenti 1, i contatti storici tra gli eren (vīra: monaci di temperamento eroico) tantrici uiguri e i loro
congeneri, anche chiamati eren, i
dervisci eterodossi del Turkestan e del Vicino oriente, erano gią stati
accennati. Numerose similitudini furono notate tra i simboli concettuali e
formali del Tering-yol 2 (percorso esoterico) uiguro e il yol (percorso iniziatico) dei Bektashi.
Senza ritornare completamente sullargomento, questo saggio si propone di
soffermarsi a lungo sui diversi simboli e riti che si relazionano ai Bektashi.
Dapprima, si potrebbe notare forse, che le
somiglianze sono corollarie ai parallelismi nelle convenzioni cosmografiche,
cosmogoniche, e nella visione delluomo come microcosmo. Le caratteristiche
principali di questi parallelismi sono riassumibili, successivamente, nei due
ambienti, per evidenziare ciņ che č designato come somiglianza.
I
BUDDISTI TANTRICI UIGURI
Limmagine
convenzionale delluniverso era, per il buddista uiguro, Cambudvip uluş (Jambudvīpa),
il quarto meridionale delluniverso, sacralizzato e considerato come centrale,
siccome il Budda vi era nato 3.
Il cuore del cosmo era un recinto, circondato da sette catene montuose e da
mari concentrici. Cera anche una montagna doro, asse universale tra la terra
e il cielo e sede degli dei. Ai quattro lati cardinali di questo picco, il Sumir-taġ (Sumeru), crescevano degli alberi dai frutti meravigliosi, che
alleviano tutti i desideri, o delle piante liquorose che concedono
limmortalitą e lestasi, come il cambu-sögüt,
il melo dai frutti color rosa (lEugenia
jambolana) e lalbero lunare (soma:
Asclepias acida), da cui era estratta lamirta
(amrta). Degli uccelli e dei rettili
mitici, personificazioni rispettive degli elementi ignei e acquatici, lottavano
per il possesso dei frutti magici. Degli uccelli con le teste umane erano i
musicisti di questo paradiso. Il Budda era nato e salito al cielo e oltre, al kalik (regione eterea) di questo luogo.
Il re degli dei ed il suo seguito, i grandi monarchi, temporali e spirituali,
come il Budda Amitabha, avevano bevuto dalla coppa dellamirta 4. Sempre al paese del monte doro, il luu-kani (il re dei dragoni) possedeva
il cintāmani, il gioiello prezioso
della saggezza, che un principe pio era andato a cercare 5.
Il simbolo architettonico del Cambudvip uluş era lo stūpa
6, ledificio reliquiario la cui base
quadrata rappresentava le regioni inferiori del cosmo, mentre il suo tronco
cilindrico a palo centrale e la cupola, costituirebbero limmagine del monte
doro centrale, dellalbero e della volta celeste.
In
superficie piana, luniverso assumeva la forma del mandal/mantal (mandala) 7, un cerchio corrispondente alla
proiezione del cielo e allanello d'oro sul quale salzava il monte centrale.
Il cerchio era inscritto in un quadrato orientato secondo le quattro proiezioni
cardinali, che rappresentano la terra ed il tempio. Con la combinazione
dinfluenze cinesi e buddiste, il mandal
esprimeva contemporaneamente le convenzioni spaziali e temporali. Attorno al
centro (ösen) 8 del mandal,
tutte le manifestazioni dellesistenza sallineavano, in un ordine simmetrico e
dicotomico. Gli dei, i demoni e gli uomini ritornavano su questa scena, nelle
nascite successive, rincontrandovi tentazioni e retribuzioni.
Let-ōz (il corpo umano) era anche
costituito di mandal (et-ōz üzre ... mandal) 9. I budda, gli dei, i bakşi (i maestri) e i loro discepoli occupavano al suo interno
delle stazioni indicate da lettere o sillabe sanscrite. L'eren, in sakinē (meditazione)
li vedeva nel suo corpo insieme alle coppe damirta, con il metodo delladkangu
(l'evocazione d'immagini) per identificarsi con un dio cosmico come
Cakrasamvara, o Luşanta, o il bakşi,
lemanazione di un budda. Seduto in una postura rituale allinterno di un mandal che aveva tracciato, tramite il
controllo del respiro e articolando delle lettere appropriate accompagnate da
gesti simbolici delle mani in tamga
(sigillo, mudrā), leren, diventava una divinitą cosmica, in
grado di produrre delle fiamme e di scongiurare cosģ i demoni. Utilizzava anche
armi magiche.
Leren considerava il cosmo unillusione
simile al microcosmo corporale. Le apparenze splendenti dellesistenza erano
passeggere come larcobaleno, e diventavano rapidamente delle luci tremolanti e
svanenti 10. Questi aspetti dellesistenza erano, in
realtą, i riflessi di una monade iniziale, e köngül 11
(la coscienza immortale, lanima) del Budda universale. Cosģ, luniverso era «Bir tözlüg» 12 (ad essenza unica) e tutto lessere
conteneva, nel suo köngül, il
principio immanente del Budda 13. Nel mandal
corporale, questo principio immortale si trovava in un punto assiale unico,
detto ēek 14. Leren che concepiva la «vera veritą» (ēin kertū) 15 del nulla e del vuoto nelluniverso sensoriale bramando allimmortalitą,
doveva dire: «Io non esisto, lego non esiste» (Yok men. Yok meninglig) 16,
oltre a meditare nel ēek, il punto in
cui risiede il principio del Budda (ēeke
singmek) 17.
Forse si deve notare, fin dora, che questi concetti
appaiono anche nellallegoria verseggiata turca islamica di Yūsuf Hāss Hācib,
dellXIo secolo, in cui la monade dimmortalitą si situa nel petto e
prende laspetto di un occhio, o di una fonte. Il poeta disse 18:
«Locchio (o la fonte) della sua anima fu illuminato e saprģ. Volle purificare lessenza di questanima», i termini köngül (in turco uiguro: cuore, anima,
centro, spirito, essenza, ecc..) e töz (in turco uiguro: fonte, radice, origine,
sostanza, elemento, ecc..) sono corrispondenti al vocabolario buddista (Aēildi yarup köngli kögsi közi. Aritmak tiledi bu köngli tözi).
La meditazione delleren proseguiva con una scena dauto-immolazione del bakşi, che rappresenta il principio
immortale del Budda 19. Questo tapig (cerimonia domaggio) cominciava offrendo libagioni ad un festino
di fiori, musica e danza, le fasi abituali del tapig; poi, era seguito da una
meditazione in cui il discepolo si vedeva decapitarsi ed in seguito tagliarsi
tutte le sue membra, per metterle nelle caldaie, davanti al bakşi.
I BEKTASHI
Per quanto riguarda i temi e i simboli affini, talvolta con lo
stesso nome, o denominati con designazioni che sembrano essere la traduzione di
termini turchi, in arabo o persiano, cosģ come per i riti diversi, ma aventi lo
stesso contenuto semantico, ho seguito il metodo dei manoscritti Bektashi
ottomani. Questi manoscritti mi erano stati gentilmente prestati, o donati da
M. Nüzhet Baba, uno şeyh in
linea discendente del tekye di Nāfi Dede, a Rumeli-hisari (Fortezza Romana), Istanbul. Quelli qui citati sono,
in ordine cronologico, un volume rilegato a fogli miniati, la cui calligrafia thuluth sembra datare il XVIIo
secolo, che io nomino manoscritto A. Si trova
in questa raccolta un Futuvvet-nāme, dei racconti
agiografici (manākib) seguiti da sūre coraniche, dei nefes (poemi)
e un gülbang (saluto, salmodiato in coro) dedicati ad un Seyyid Indiano (Seyyid-i Hindī) e ad Ahī Evren, il cui yol (via iniziatica) č raccomandato. Unaltra raccolta
(B) enumera, ai fogli 55-56, i nomi degli şeyh che occupavano il post di Horāsān (č la stazione
della guida che siede sopra una pelle di pecora), dal 951 al 1266 dellEgira (1544-1849). Questo manoscritto B potrebbe
esser stato il manuale di uno şeyh atto ad iniziare i suoi
discepoli, o figli spirituali (yol-oğli). Due lignaggi di genealogia spirituale
sono citati. Uno risale
al Profeta e a Alī, poi continua con gli Imām Alidi e passando per Ahmed Yesevī, il santo poeta turco, morto nel
1160, arriva a Hācī Bektaş e a Balim Sultān. Laltro lignaggio inizia soltanto
nel Horāsān (Khorasan) e include gli ordini degli Abdāl anatolici, dei Kalender del Turkistan
e degli «umili» dellIndia (Pīrān-i
Horāsān, Abdālān-i Rum, Kalenderān-i Türkistān ve Hāksārān-i Hindūstāni). La raccolta B contiene ancora un Vücūd-nāme (la descrizione e la designazione tramite lettere arabe delle parti
cosmiche e agiografiche corrispondenti al corpo umano), un trattato sul
simbolismo degli indumenti dei dervisci ed un altro sulle fasi della cerimonia Ayn-i-cem (lunione nella fonte
dellesistenza 20, o
mediante la visione di un occhio esoterico, chiamato nello stesso manoscritto cān gözü 21,
locchio dellanima). Al pari del termine köz (occhio) nellallegoria dellXIo secolo, anche qui,
la stessa parola göz in turco
ottomano e la sua traduzione araba ayn,
possono designare sia una fonte, sia lorgano visuale. La versione della fonte
potrebbe indicare la coppa comune che ci si passava in giro durante questa
cerimonia, alzando lindice, in un gesto (mühr)
22 che, nellIslam, si interpreta come
la testimonianza dellunicitą di Dio. (Si puņ notare nel passaggio che il
termine persiano mühr ha lo stesso
significato del turco tamga, nel
senso di gesto simbolico, in uso presso gli Uiguri buddisti). Linterpretazione
in favore della fonte č adottata implicitamente dal copista che redasse il pił
tardivo manoscritto C, modernizzandone alcuni termini. Non diceva pił Ayn-i cem, ma Āyīn-i Cem (la cerimonia del Cem), poiché Cem era il leggendario
monarca iraniano; del resto, vedeva nel poeta epico ottomano del XVIo
secolo, Enverī 23, un figlio dOğuz Han, liniziatore dei riti del
giuramento (and) 24, sulla coppa e sulla spada,
secondo i Turchi del gruppo Oğuz.

Lo stesso copista ha sostituito il termine impiegato per la
postura mühr-i pā 25 (il piede destro appoggiato sul
piede sinistro) con peymānce, che
potrebbe indicare la coppa o il giuramento in persiano nelle forme paymān e paymāna; se questinterpretazione č ammessa, la coppa dei Bektashi
ricorderebbe contemporaneamente lamirta,
lelisir destasi uigura buddista, e land
(il giuramento).
Per quanto riguarda le metafore cosmografiche, quelle buddiste
erano conosciute dal mondo islamico dellAsia Centrale gią durante lXIo
secolo 26.
In epoca mongola, ci fu una nuova fusione di culture, e il monte doro centrale
del buddismo si trovņ ben identificato col monte Kāf, il Caucaso, nel suo
aspetto leggendario. Baba Barak (principe Selgiudiche che visse da mendicante,
fu ucciso insieme ai suoi seguaci nel 707/1307) evocava Kāf, simile a Sumeru,
con sette catene montuose, dei mari ed un brillante gioiello. Per laspetto
cosmografico del tekye, Barak lo
paragonava al monte Kāf, e pensa al cappello dei dervisci quando descrive il
monte Kāf come lasse che unisce il letto della terra al börk (cappello o corona) 27 celeste. Il manoscritto B ripete la
stessa idea al fol. 75, a proposito del cappello dei Bektashi, qui tāc (corona). Il lenger (ląncora, cosģ erano chiamate i tekye dei Kalender e i loro monumenti funerari) 28 č detto che sia il piano
dintersezione (üstüvā) tra i due
mondi, apparentemente del cielo e della terra, da dove leren regna sui due. Questo lenger
č anche considerato il luogo dascensione dal mondo inferiore al mondo
superiore, simboleggiato dalla corona del cappello di cui il polo rappresenta
la monade, o punto della veritą (nokta-i
hakīkat). Questo punto che riunisce linsieme delle lettere dellalfabeto
arabo, essendo esse stesse dei simboli dell'universo, non č altro che Alī,
detto anche Ayn ul-yakīn (la fonte
o locchio della certezza). Sembra che si arrivi ad un concetto prossimo alla
monade o punto iniziale, chiamato ēek
dai buddisti uiguri, che č secondo loro il köngül
(lanima, una parola pure cara ai Bektashi), il principio immortale del Budda,
esistente e immanente in tutti gli esseri. Ritornando alla forma cosmografica
del tekye, o lenger, essa era rappresentata come una varietą di mandal uiguri con un centro e quattro
proiezioni cardinali a gradini, sopra certi cappelli dei dervisci 29. Il termine mandal 30 era daltronde sopravvissuto in turco
ottomano e designava il cerchio magico in cui il cinci (stregone) si sedeva, come leren tantrico uiguro, per invocare, o evocare gli spiriti.
Il Vücūd-nāme dei
Bektashi (ms. B) 31 stabilisce un microcosmo corporale somigliante al
cappello del derviscio, e in un ordine paragonabile alla dicotomia cielo-terra
del cosmo e dellet-öz
mandal (il
microcosmo corporale) degli Uiguri buddisti. Il piano dintersezione tra la
zona terrestre e celeste č dimensionale. Il corpo č imperniato in senso
verticale, secondo delle stazioni disposte simmetricamente da santi personaggi
e dalle 32 lettere dellalfabeto arabo-persiano. Linsieme delle lettere si
riduce al punto iniziale che č Alī, mentre la sua sede, la capigliatura umana,
rappresenta la molteplicitą nellunitą e i suoi due aspetti principali,
Muhammed e Alī, la cui cifra č la doppia lettera Lām-elīf.
Parallelamente alla leggenda del monte doro buddista, il triplo
tema del melo che vi si trovava, del gioiello e del bestiario favoloso
duccelli e di rettili semi-antropomorfi, č verosimilmente assimilato al monte
Kāf 32. In un saggio intitolato «Altun-yiş» (La montagna doro),
avevo notato un passaggio di Balamī, in cui il gioiello e unaquila del monte
Kāf sono evocati insieme alla parola turca kuşci
(in turco Cagatai significa falconiere). Il melo ēambu, citato da Bīrūnī nellXIo secolo, diventa nel
XIIIo secolo per Raşīdud-Dīn lalbero del monte Kāf, sotto cui
il Budda era nato (il melo ēambu
nella letteratura uigura). Lalbero si č, tuttavia, trasformato in una palma da
dattero o da cocco. In un articolo intitolato «Evren» (Il dragone celeste), credetti di vedere nel gioiello Ēintāmani, rappresentato anche sotto
laspetto duna perla, emblema dei luminari inghiottita dal dragone celeste,
lorigine del monēuk (sferoide) che
sormonta lasta delle bandiere e del kizil-elma
(il pomo rosso o dorato) ottomano.

L'Evren, il dragone
celestiale dell'Eclittica, una reminiscenza del drago azzurro del firmamento (kök-luu in turco), č adorato dai Kök
Turchi come simbolo della cupola celeste e della pioggia. Daltra parte, nel
suo aspetto di ruota universale, levren
richiama lantico dio Indiano di tempo, destino e morte, una divinitą
carismatica, Kala, considerato nel Tantrismo il detentore della ruota
universale. Secondo Laufer, il culto del Kalachakra
Tantra iniziņ nel IX secolo tra gli uiguri turchi di Turfan. Unaltra
figura probabilmente connessa a Kala, nellaspetto di una guida o di un
cavallo, si trova nellArtharvaveda;
si tratta di Ŏd, il dio turco del tempo, che č evocato nel testo Islamico
Qarakhanide del Qutadghu-bilig (La
saggezza della felicitą) col nome di Ŏdleg e con lattributo del cavallo.
F. Kirzioğlu ha recentemente pubblicato diversi testi
ottomani del XVIIo-XVIIIo secolo, riguardanti il tema del
kizil-elma in Daghestan (paese del
monte Kāf) collegandolo alla mela (o melagrana) dorata sulla tenda del monarca
degli Hazar 33.
Nella letteratura ottomana del XVo secolo, il derviscio e letterato
Yaziciōğli Ahmed Bīcān (morto il 1466 d.C.) e i manākib (titoli di gloria, meriti illustri) dei santi guerrieri
sono in relazione con la tradizione dei Bektashi; mentre i mistici Battāl Gāzī
e Saltuk descrivono lulug agaē (il
grande albero), o gli alberi di frutta dorata o di gioielli, come pure
luccello dalla testa umana sīmurg ed
il dragone ejdehā del monte Kāf 34.
Mentre Kāf č, come Sumeru, poggiato sopra un anello doro, il melo č diventato una
palma da dattero. Kizil-elma,
tuttavia, sopravvisse nel dominio temporale come emblema di monarchia
universale.

Lalbero compariva sotto parecchi aspetti nel recinto ad
immagine e somiglianza del monte Kāf, che č la rotonda (meydān) delle tekye
Bektashi. Esso si vede anche, in effige realistica, al centro del meydān del tekye nel quartiere Merdiven-köy, ad Istanbul 35. Il dragone č evocato col
candelabro del tekye principale di
Hācī Bektaş 36, nella forma di un albero le cui ramificazioni terminano
con delle maschere dejdehā (in turco
e in persiano significa dragone). Infine il cān
(lanima che sollecita liniziazione) č al centro del meydān, sotto unasta chiamata dār
(la forca) 37.
Limmolazione al dār
del candidato nelliniziazione Bektashi, ha solamente un rapporto semiotico col
tapig uiguro buddista in cui il
discepolo si decapita da solo. In effetti, il manoscritto B che enumera i rükn (fasi) della cerimonia di Ayn-i cem, paragona questo rito al
sacrificio di Abramo e al supplizio di Mansūr, evocando allo stesso tempo
lepisodio ortodosso coranico e linterpretazione panteista, considerata come
eterodossa, ma ammessa dagli adepti del Vahdet-i
vūcūd (l'Unicitą dell'Essere; Wahdat al-Wujūd in arabo), tra cui i
Bektashi. Il candidato alliniziazione equiparato allariete sacrificato da
Abramo, č condotto con la corda al collo al dār;
se č accompagnato da sua moglie, si nomina anche «lagnello» nella benedizione
pronunciata dopo il passaggio al dār.
Le reminiscenze Eurasiatiche dei nomadi antichi e dei contatti
con la Cina ritornano con questa corda denominata tīğ-bend (cinturone da spada) , o kur, al pari della cintura degli alp e er 38, legati dal giuramento (and) sulla coppa e sulla spada 39. Un poema, alla fine del
manoscritto A, afferma che la spada con la quale lAbdāl fu inviato per
convertire lAnatolia era di legname (Tahtadan
kiliēin
), come la spada di legno per pescare degli sciamani cinesi 40.
Tradotto e riveduto da Mustafa Shams
1 E. Esin, «Eren», Turcica, XVII, 1985, pp. 1−40
2 G. KARA, P. ZIČME, Die Uigurische Ubersetzungen des Guruyogas
Tiefer Weg von Saskya Pandita und der Manjusrīnāmasamgiti,
Berlin, 1977, linea 15.
3 Ş. TEKIN, Maytrisimit, Ankara, 1976, ff. 20, 28-32, 37; W. E. SOOTHILL., A dictionary of Chinese Buddhist terms,
Taipei, 1968, vedere nellindice: Jambu, Soma, Amrta. Amirta:
G. KARA, P. ZIEME, Fragmente tantrischer
Werke in uigurischer Łbersetzung, Berlin, 1976, linea 316. Nomi sanscriti
degli alberi, degli uccelli e rettili fantastici: O. VIENNOT, Le culte de l'arbre dans l'Inde ancienne,
Paris, 1954, pp. 28, 59,78, 80.
4 Vedere W. E. SOOTHILL, «Amrta », art. cit.
5 J. R. HAMILTON, Le conte du bon et du mauvais prince en version ouighoure, Paris,
1971, fol. XXIX.
6 G.
KARA, P. ZIEME, Fragmente ..., op. cit.,
p. 11.
7 Ibid.
8 Ibid., linea 316.
9
G. KARA, P. ZIEME, Die
Uigurische
, op. cit., linee A/57-61; id.,
Fragmente
, op. cit., linee 425-447; W. BANG, A. VON GABAIN, «Türkische Turfan-Texte V/A», Sprachliche Ergebnisse der Deutschen Turfan
Forschung; Leipzig, 1972, II, linee 23-63.
10
G. KARA, P. ZIEME, Fragmente ... ,
op. cit., linee 1-32.
11
R. R. ARAT, Eski türk şiiri,
Ankara, 1965, ms 12, linea 5.
12
G. KARA, P. ZIEME, Fragmente ... ,
op. cit., linea 430.
13
Cf. nota 11 sopra.
14 G. KARA, P. ZIEME, Fragmente ... , op. cit., linee 233-235, K/16.
15
G. HAZAI, P. ZIEME, Fragmente der
uigurischen Version des Jin 'gagjing mit den Gāthās des Meistern Fu,
Berlin, 1971, linee 32-33.
16
Ibid.
17 Cf. nota 14
sopra.
18 Yūsūf
HĀSS HĀCIB, Kutadgu-bilig, R. Arat
ed., Istanbul, 1947, strofa 5631.
19 G. KARA, P. ZIEME,
Fragmente
, op. cit., 1inee 314-326.
20 Ms B; fol. 19. Vedere anche S. NÜZHET, Bektaşi şiirleri, Istanbul,
1930, pp. 453, 456.
21 Ms B, fol. 33.
22 E. B. ŞAPOLYO, Mezhebler ve
tarīkatlar tārīhi, Istanbul, 1964, pp. 259, 263, 316, 318.
23 ENVERĪ, Düstūrnāme, M. Halīl ed., Istanbul, 1928, p. 77.
24 E: cf. E. ESIN, Türk kosmolojisi, Istanbul, 1979, pp. 55-71. Presso gli Oğuz:
Mehmed
B.
ŞALĀHUD-DĪN YAZICI-ZĀDE, Tevārih-i
Āl-i Selēuk, T. H. Houtsma ed., Leydes, 1902, I, p. 204.
25 Cf. ms B, fol.
19 e S. NÜZHET, Glossario, Peymānēe.
26 E. ESIN, art. cit.
27 Per i due sensi
della parola, vedere Taniklari ile Tarama
sözlügü, Ankara, 1963-1972, Börk.
28 ĀSIM, Terceme-i Burhān-i Kāti, Istanbul, 1287 H., Lenger.
29
Cf. Agāh B. ŞĀLIH ĪSTANBULĪ, Esrār-i
tāc ve kemer, ms non numerato e datato il 1318 Egira dalla Biblioteca
Koyunoğlu a Konia.
30 Cf. ĀSIM, op.
cit., Mandal.
31 Ms B,
ff. 61-67.
32 E. ESIN,
«Altun-yiş», Journal of Turkish
Studies, (Harvard), I, 1980, p. 37; BĪRŪNĪ, Kitābu tahkīk mā lil-Hind, Haīdar-ābād, 1377 H., pp. 200-207; K.
JAHN, Die Indiengeschichte des
RaşīdadDīn, Vienne, 1980, pp. 34-35, 72; E. ESIN, «Evren», Selēuklu araştirmalari dergisi,
Ankara, 1970, I, pp. 161-162, 165-166, 168.
33 F. KIRZIOĞLU, «Türk millī geleneğinde
'Kizil-alma ve yerleri», Belgeler ile
Türk tārīhi dergisi, (Istanbul), II, Mart-Nisan, 1985, pp. 41-43 e nota 4.
34 Il mio manoscritto di
Yazici-oğlu Ahmed Bīcān, Dürr-i
meknūn, ff. 43 v.-44 v., 83 v.-84 v., ed. facsimile Şirket-ģ Hayriye,
non datato, Manākib-i gazavat-i Seyyid
Battāl Gāzī, faşl III, ff.
23-28; Ebūl-Hayr RŪMĪ, Saltuk-nāme,
F. Iz-Ş. Tekin,
ed., Harvard, 1974-1976, ff. 50/b, 51/a, 78/b.
35 Illustrato in E. ESIN, «Yiş-Ōtüken», Atsiz Armağani, Istanbul, 1976, pl.
VII/B.
36 S.
NÜZHET, Glossario, Kirk-budak. Questo
candelabro č rappresentato nella guida del tekye.
37 Ms B, ff. 18-32.
38 Alper
č un nome proprio maschile turco. Esso č composto di due parole alp ed er, la prima significa bravo o eroe, mentre la seconda, soldato o
maschio. Alper č un aggettivo usato
per gli antichi comandanti turchi Tunga che vissero circa il 300 a.C.
39 And: cf. nota 24 supra. Kur:
E. ESIN, «Kur-kurşak», Central
Asiatic Journal, XXIV, 3-4, 1980.
40 J. J. M. DE GROOT, The religious system of China, Taipei, 1964, VI, p. 997.