IL DASA AVATARA DI
PIR SHAMS
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Nota del traduttore: il Dasa
Avatara è un poema in onore alle divinità Indù e agli Imam Ali o Hosseyn,
giacché hanno la medesima natura sovrumana o sono la stessa cosa. Il Dasa
Avatara era recitato in particolare durante il rito funerario del samar
chanta. Questo rito può essere considerato una specie d’estrema unzione. Il
mukhi che dirigeva in nome dell'Imam una comunità locale, chiedeva al
moribondo se desiderava il samar chanta (goccia santa). Se annuiva, i suoi
parenti versavano una certa somma alla jama’at. Si chiamava un Khoja per
leggere il Dasa Avatara. Il mukhi diluiva un pezzo di terra di Kerbela
nell'acqua, poi umidiva le labbra del morente e spruzzava il suo viso. Si
riteneva che il contatto della “goccia santa” alleviasse le sofferenze
dell'agonizzante. |
A cura di Gulshan Khakee. Pubblicato
in “Sind through the centuries.”Proceedings of an international seminar held in
Karachi in spring 1975 by the department of culture, Government of Sind
(Pakistan). Gulshan
Khakee è autore di numerosi libri sul Sufismo e l’Ismaelismo.
Dimostrazioni
linguistiche e letterarie dello sviluppo del primo Ismaelismo nel Sind
La
ricostruzione della storia iniziale del Sind è un compito arduo, ma la
riedificazione di qualsiasi aspetto particolare o della sua origine, è ancora
più problematica.
L’Ismaelismo
che entrò in contatto col Sind è ben conosciuto. Due fasi di questo rapporto
possono essere distinte: un primo periodo Fatimide e pre-Fatimide basato sul
controllo politico, ed un secondo periodo di Alamut e post-Alamut (non
politico) che ebbe inizio nel 1256 d.C.
Le
relazioni tra i Fatimidi ed i pre-Fatimidi col Sind sono principalmente
storiche. Il primo da’i Ismaelita
arrivò nel Sind nel 883 d.C. Il califfo Fatimide al-‘Aziz inviò una scorta
militare capeggiata da Ibn Shayban che prese Multan nel 977 (Multan e Uchch nel
primo Medioevo appartenevano al Sind Settentrionale). La khutba dei califfi Fatimidi fu letta in Multan per parecchie
decadi. Infatti, il potere dei Qarmati (connesso all’Ismaelismo) nel Sind fu
sostituito completamente solo con l'ascesa del governo di Nasir al-din Qabacha
agli inizi del tredicesimo secolo.1
Non
vi è alcuna prova che indichi la continuità di comunità Ismaelite da questo
periodo fino ai giorni nostri. La comunità Ismaelita dell’attuale Sind
risalirebbe al periodo di Alamut o posteriore, e mostra delle caratteristiche
assai particolari.
Questo
documento si occupa dell’esistenza delle comunità Ismaelite in quest’ultimo
periodo. Lo sviluppo delle idee religiose Ismaelite nel Sind (in realtà nel
subcontinente Indo-Pakistano) è, in un certo senso, in linea con le idee del
poeta Khaki Khorasani (appartenente al periodo post-Alamut in Iran) da un lato
e, dall'altro, si differenzia dal miscuglio Indiano, come vedremo.
Il
periodo di Alamut e lo spazio di tempo successivo (dopo la distruzione di
Alamut operata dal Mongolo Hulagu Khan nel 1256 d.C.) sono piuttosto oscuri.
Infatti, dopo il 1256 il movimento Ismaelita è clandestino in Iran e in tutte
le roccaforti dell’Islam.
Anche
in India, la storia delle attività degli Ismaeliti in questo periodo è oscura,
gli Ismaeliti non sono per nulla coinvolti in politica e non sono installati
nei palazzi governativi di Delhi. Perciò, si deve fare affidamento in larga
misura, se non esclusivamente, su due fonti: 1) le tradizioni trasmesse
oralmente dagli stessi Ismaeliti riguardo ai loro Pir (chiamati adesso
propagatori o da’i); 2) il gran
corpus letterario denominato la letteratura Ginan, che consiste principalmente
d’inni la cui lunghezza varia considerevolmente, benché ci siano anche alcune
parti in prosa.
Secondo
questa tradizione, il più solenne Pir Ismaelita è Shams (in arabo Sole),
sepolto a Multan. È stato identificato con Shams Tabriz, il maestro di Jalal
al-din Rumi, non soltanto dalla tradizione Ismaelita, ma anche dalla
popolazione Musulmana.2 Il Professor
Ivanow lo identificò con un individuo nato in Sabzwar, e vissuto tra la seconda
metà del dodicesimo secolo e la prima metà del tredicesimo secolo. È detto che
operò in Kashmir e in Sind. Il resto della sua vita appare miracolosa nelle
leggende Ismaelite che non sono trattate in questa sede, invece qui, saranno
esposte le idee di Shams e la sua conversione tecnica, piuttosto che la sua
biografia. Prima di esaminare queste idee, vorrei sollevare una questione: fu
il Pir Ismaelita Shams ad esser sepolto in Multan? Lo Sheikh Muhammad Ikram di
Lahore mi raccontò nel 1969 in base ad una tradizione riferitagli da un suo
zio, che la loro famiglia fu convertita all’Islam da Shams Tabriz di Multan. La
famiglia Ikram è senz’altro Sunnita, non Ismaelita. La maggioranza dei
visitatori della bella dargah di
Shams di Multan sono Sunniti o Ithna Ashari, non Ismaeliti. La gente attorno
alla dargah si definisce Shamsi (in
arabo Solari). Le dargah di tutti i
discendenti di Shams sono anche nelle mani di Ithna Ashari o Sunniti.
Se
si può dimostrare che Shams di Multan sia un Ismaelita (può esserlo o non, in
quest’ultimo caso abbiamo il compito di individuare lo Shams degli Ismaeliti);
fu lui il vero compositore delle opere che i fedeli Ismaeliti gli
attribuiscono? Allo stato attuale non si trovano risposte definitive a queste
domande.
Tuttavia,
volgiamoci verso il “Dasa Avatara”,
l’opera di Shams. Ci sono altre due versioni del Dasa Avatara utilizzate dagli Ismaeliti: la prima di Pir Sadr
al-din, l’eccezionale nipote di Shams, detto il nindho Dasa Avatara; e la seconda di Imam Shah, chiamata il vado Dasa Avatara, lunga circa 500
versetti.
La
teoria del Dasa Avatara, creduta nell’Induismo Vaishnava, suggerisce che il dio
Vishnu assuma dieci incarnazioni nell'ultimo Kali Yuga. Gli Induisti attendono
l'ultima e decima incarnazione di Vishnu che arriverà verso la fine dell'epoca
di Kali. Quest'idea non è lontana dal concetto Islamico dell'Imam Mahdi (ﻉ).
Apparentemente Pir Shams ha assunto quest'idea e ha insegnato che l'ultima
incarnazione di Vishnu fu effettivamente l'Imam Ali (ﻉ), sovrapponendo così la forma dell'Islam
Sciita alla struttura dell'Induismo Vaishnava (secondo gli stessi Ismaeliti fu
Pir Sadr al-din il primo a insegnare questo principio, ma il Dasa Avatara di
Shams dimostra che in realtà l'informazione non è corretta, poiché
quest'insegnamento è nato con Shams; d’altro canto, gli Ismaeliti non sembrano
essere a conoscenza dell'esistenza del Dasa Avatara di Pir Shams). L'idea non
deve sorprenderci, né dobbiamo tacciare gli Ismaeliti di qualcosa. Essi sono a
pieno titolo Musulmani. Non dobbiamo preoccuparci di come siano stati
convertiti. Bisogna ricordare, dopo tutto, che l'Ismaelismo operò attraverso i
suoi due principi guida essenziali: lo zahir e il batin. Infatti, non
conosciamo il batin (interpretazione esoterica) operato da Pir Shams riguardo
al Dasa Avatara, un'idea che utilizzò per predicare originariamente la fede
Islamica Ismaelita. In secondo luogo, l'insegnamento fu impartito adeguandosi
ed identificandosi con la mentalità dei destinatari, e per favorirne
maggiormente l’assimilazione.3 In definitiva, il Profeta Muhammad (Salla
Allahu alaihi wa-s-salam) usò anche i concetti pre-Islamici esistenti, ad
esempio la baraka. Il Prof. Ivanow analizza nei seguenti termini l’insegnamento
dei Pir Ismaeliti:
“Tramite
l'intuizione, la saggezza ed il ragionamento arguto, i missionari Nizari
Ismaeliti elaborarono dei metodi che li aiutarono a superare alcuni ostacoli
tipici locali. Tali metodi dipesero da due principi. Il primo, impiegò una
tattica audace che separava il significato e lo spirito Islamico dal suo
zoccolo Arabo e duro. Il secondo, si concentrò su certe determinate caste...
Mentre spiegavano che gli ideali più elevati dell'Islam sono comuni
all'Induismo, li resero dei buoni mu'min (credenti), dei veri devoti rispettosi
della loro Islamicità; infatti, non professarono soltanto formalmente l'Islam,
ma prestarono attenzione alla sua spiritualità e alle relative implicazioni.4”
Nondimeno,
è il significato del valore linguistico del Dasa Avatara che ci interessa. Per
quanto ne sappia, c'è solamente una copia nel più antico MS dei Ginan
esistenti, attualmente posseduto dall'Associazione Ismaelita di Karachi
(parleremo dei dettagli del MS e della sua scrittura in seguito).
Linguisticamente è interessante, perché è composto per intero in un Sindhi
sonoro ed arcaico (ho aggiunto il testo in questo documento). 3 Secondo
il parere del Prof A. Schimmel, l’antico Sindhi utilizzava un minimo
vocabolario Arabo, mentre le parole Persiane erano del tutto assenti; quindi,
il Dasa Avatara di Pir Shams in lingua Sindhi è anteriore al XVII secolo d.C. A
questo proposito, si può confrontarlo con le opere di Shah Lutf Allah Qadiri,
morto nel XVII secolo. Nel nostro testo, si trovano le seguenti parole in Arabo
o in Persiano: shah (nove volte), 'Ali (una volta), Pir Shams (una volta), Alamut
(una volta), ‘ilm (una volta), bhajara (bazar? una volta), ala (? una volta), bhecara (una volta). Nella parte superiore del Dasa Avatara,
un'istruzione suggerisce di cantarlo rispettando la struttura melodica del
“raga kedara”, il quale sorprendentemente è il raga che Shah Abd al-Latif di Bhit
(morto nel 1752) usava per la sua poesia riguardante gli eventi del Muharram.
Infine,
un appunto sul MS. e sulla scrittura che utilizza. Il MS. più antico esistente
risale al 1793 Samvat (1737 d.C.). È un grande MS. giallastro di carta ruvida.
La numerazione dei fogli è confusa, perché i numeri delle pagine sono stati
cancellati, mentre altre sezioni con un sistema di numerazione diverso sono
state inserite. Il Dasa Avatara di Pir Shams si trova sopra un foglio non
numerato, ma non ha una sua sezione. Si può tranquillamente affermare che il
testo è stato scritto dal 1737. È riportato su quattro fogli. I caratteri usati
per comporre questi Ginan sono Khojaki. Il Dott. Daudpota e il Dott. Gulam Ali
Allana hanno identificato questa scrittura con quella presente sui vasi di
stoccaggio, che sopportano delle brevi iscrizioni in stile proto-Nagari
dell'ottavo secolo d.C.5
Questi cocci furono rinvenuti durante gli scavi dal Dr. F. A. Khan a Bhanbhore
nel Sind meridionale e risalirebbero al periodo Indù-Buddista, prima
dell'avvento dell'Islam nel Sind.6
Allana dichiarò che i Khoja Ismaeliti cominciarono ad utilizzare questa
scrittura tra il 1051 e il 1351 d.C. Il primo utilizzo della scrittura,
tuttavia, avvenne forse per usi commerciali. Il Lohana e il Bhatiya sono
probabilmente i gruppi etnici che la utilizzarono (sebbene non penso che lo
facciano ancora), e questa pratica fu continuata dai Khoja Ismaeliti e dai
Meman. La scritturazione su corteccia di cutch è definitivamente trasformata
dalla casta Lohana che mostra uno stile di vita ed un modello culturale
proprio. In ogni caso, la prima prova scritturale ritrovata del Dasa Avatara di
Pir Shams data il 1737. È in questo MS. che troviamo l'alfabeto completo di cui
Bhanbhore fu la prima testimonianza (annetto in quest’articolo i caratteri
Khojaki rinvenuti sul MS. dell'associazione Ismaelita insieme ai suoi
equivalenti Sindhi, Gujarati e Arabo).
NOTE
1.
Ahmad Aziz, Studies in Islamic Culture in
the Indian Environment, Oxford University Press, 1964, p. 4.
2.
Syed Muhammad Latif, The early History of
Multan, Lahore, 1965, pp 84-7.
3.
Khakee, Gulshan, The Dasa Avatara of the
Satphanti Ismailis and Imam Shahis of Indo-Pakistan, being published by
Mouton, The Hague.
4. W. Ivanow, Collectanea,
Holland, 1948, p. 21.
5. Allana, Khwaja Gulam Ali, Sindhi Surakhati, Hyderabad, pp 19-23.
6.
Khan, F.A., Banbhore: A Preliminary
Report on the Recent Archaeological Excavations at Banbhore, Karachi, 1963,
p. 29.
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NOTE RIGUARDANTI LA SCRITTURA KHOJAKI
1.
Lo stesso simbolo è usato per la i lunga e breve. Con le consonanti, il
carattere utilizza solo il segno per la i
lunga, il dirghai, e non il segno per
la i breve, il rasvai. Vedere la nota 3 sotto.
2.
Il sistema della scrittura Khojaki usa
lo stesso simbolo per la u lunga e
breve; per lo più per la u breve,
come in ubha, udharea, upara, ugara,
ecc ... Con le consonanti, non utilizza mai il segno per la u lunga, il dirghau, ma solo il segno per la u breve, il rasvau. Non
c’è nessuna distinzione tra il simbolo della u breve e la o; in altre
parole, lo stesso simbolo è utilizzato per la u iniziale e la o finale
nella parola utareo.
3.
Alla pari d’altri sistemi scritturali
basati sul Sanscrito, la e è un
simbolo separato dalla a. In Gujarati
si usa la a più un segno matra per formare la e. In Khojaki la e è un simbolo separato. È simile alla lettera p a cui il segno è stato aggiunto. La e può essere spesso letta in modo sbagliato come pa, pe, pi. Vedere nota 10 sotto. La
scrittura utilizza il segno pure con altre consonanti emettendo la vocale breve
a come in vicara, o il suono della i
breve come in kia, o il suono della e breve come in pase.
4.
I dittonghi non si trovano nel sistema
di scrittura Khojaki.
5.
Il sistema scritturale usa tre forme
diverse di g; il tipico g Sanscrito è uguale in Gujarati; può
essere letto gr in Gujarati; così
come può leggersi gra, gre, gri.
6.
Il sistema di scrittura usa due simboli
per la j (sebbene il secondo abbia un
aspetto semplificato del primo), come in jare,
juga, aja, ecc... Si utilizza il simbolo jh in parole come majhara,
hajhara, ecc...
7.
Il sistema scritturale Khojaki usa lo
stesso simbolo per la t cerebrale nel
caso di parole come popata e per th in parole come thama, baetha.
8.
Il sistema di scrittura Khojaki trovato
nel Kx MS. utilizza lo stesso simbolo della d
cerebrale (sebbene questo sia un suono più raro degli altri due) per la n come in pana e per la r come in kirori (penso che quest'ultimo sia il
più comune dei tre).
9.
Il Kx MS. usa due simboli per il dh dentale. Utilizza un simbolo per le
parole, soprattutto, ma non sempre, d’origine straniera, come mahadhina, dharia, mahamadha, ecc...
Apparentemente, usa un secondo simbolo per tutte le parole d’origine Sanscrita,
ad esempio udhare, dharave, dharea,
dhiaea, ecc...
10.
La lettera p
nella scrittura Khojaki è simile alla lettera p del Sanscrito o del Gujarati; ma nella scrittura Khojaki è
confusa probabilmente con la e, ad esempio,
le parole pana, ene e ere sono scritte nello stesso modo.
11.
Il Kx MS. utilizza lo stesso simbolo per
entrambe le lettere f e ph; ad esempio, in firman e phala.
12.
Il sistema scritturale Khojaki trovato nel Kx
MS. usa piuttosto confusamente due tipi diversi di bh (in Gujarati e in Sanscrito c'è solamente un simbolo per il bh labiale; come anche in Persiano ed in
Arabo). In Sindhi ci sono due suoni: bh
e bhh. Nessuno schema o motivazione è
discernibile per l'uso dei due differenti simboli.
13.
Non vi è alcun y nei caratteri Khojaki utilizzati nel Kx MS. La y è presente nel sillabario Khojaki, ma
pare proprio che sia stata adattata dalla i.
Nei casi in cui la y sia stata
utilizzata in Gujarati, la lingua del Kx MS., o è omessa, o è sostituita con a, e, ecc... Ad esempio, pamea al posto di pamya, puna invece di punya.
14.
Non ci sono sibilanti s o ş nella lingua
del Kx Ms. Anche le parole Persiane che dovrebbero essere scritte e pronunciate
con la sh cambiano in s; la più comune è la parola Persiana shah. Il Kx MS. invece utilizza saha. Il Professor N. B. Baloch nel suo A short history of the Sindhi language,
Hyderabad, 1962, 33f riporta (dal Kitab
al Aghani) la storia del poeta Sindhi Abu-Ata as-Sindhi (all'inizio del
nono secolo) che pronunciava la parola shaytan
come saytan. Nel sillabario Khojaki
c'è la sibilante sh, ma sembra essere
evidentemente una mistura tra il Khojaki s
ed il Sindhi sh.
15.
Tra tutte le lingue basate sul Sanscrito,
questo suono sembra peculiare del Sindhi e del Cutchi. In lingua Cutch, la
palatale dy è utilizzata in certe
parole come radya (Gujarati, raja), vadyare (Gujarati, vagade), ecc... Conosco soltanto la lingua Ki-Swahili in cui è
presente la palatale dy, ad esempio
nella parola dyambho.
16.
La palatale nasale ny si trova solo due volte nella lingua del Kx MS., sebbene sia un
suono molto comune in Sindhi e in Cutchi. D'altra parte, so che solamente nella
lingua Ki-Swahili esiste questo suono, ad esempio nella parola nyama.
17.
Non vi è alcun suono z nel Kx MS. Nella maggior parte delle parole prese in prestito dal
Persiano e dall'Arabo la z cambia in j; quindi, pir zadeh diventa pir jadeh.
Il sistema scritturale Gujarati ha il simbolo della z, eppure in molte parole mutuate dal Persiano in cui il suono z è presente, i Gujarati usano al suo
posto la j, come in jira da zira, ecc... Per citare un esempio contrario, N. B. Beloch (op.
cit) registra la storia di una donna Sindhi (da Kitab al Hayawan c., 800 Egira di al-Jahzi) che ha pronunciato zamal al posto di Jamal.
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