Rappresentare l’altro? Le fonti Sanscrite e i Musulmani (dall’ottavo al quattordicesimo secolo)

 

Quest’articolo recensisce il testo di Braja Dulal Chattopadhyaya “Rappresentare l’altro? Le fonti Sanscrite e i Musulmani (dall’ottavo al quattordicesimo secolo)”. Braja Dulal Chattopadhyaya è stato Presidente del Congresso degli storici Indiani e professore all'Università di Jawaharlal Nehru (New Delhi). La recensitrice è Cynthia Talbot, professore associato all'Università del Wisconsin-Madison.

Musulmane omaggiano l’apostolo di Dio, il Signor Rama

Questa breve ma ricca e densa monografia contesta la diffusa teoria che Indù e Musulmani erano due distinte e monolitiche comunità in epoca medievale. Più in particolare, Chattopadhyaya rifiuta le costruzioni storiografiche che percepiscono i Musulmani come dei nemici degli Indù, i quali resistettero ai Musulmani in modo consapevole e di comune accordo. Di conseguenza, un gran numero di iscrizioni Sanscrite e di testi letterari sono esaminati giacché rappresentano persone che oggi descriveremmo come Musulmane. Ancorché alcuni argomenti di Chattopadhyaya siano stati sollevati anche da altri studiosi, il libro nel suo insieme costituisce finora la più valida trattazione a favore di una storiografia revisionista che riconosce le diverse modalità in cui una pluralità di Musulmani fu considerata nell’India medievale.

Come ci si aspetterebbe da Chattopadhyaya, la cui erudizione è nota per la sua costante attenzione rivolta ai problemi teorici e metodologici, il suo libro inizia con l’identificazione di presupposti problematici nella storiografia corrente, e poi, promuove un particolare metodo analitico delle rappresentazioni medievali. L’approccio contestuale raccomandato è illustrato nel secondo (e più lungo) capitolo, una discussione dettagliata delle varie parole usate per indicare i Musulmani, con una particolare attenzione ai termini Tajika e Turuska.

Queste parole sono accuratamente sistemate all’interno di alcuni effettivi contesti, i quali, appartengono a iscrizioni specifiche o a opere letterarie, le cui trascrizioni letterali complessive e le finalità sono valutate prima di arrivare a qualsiasi conclusione riguardante i loro atteggiamenti manifestati nei confronti dei Musulmani. L’autore utilizza anche ciò che definisce la valutazione sincronica o orizzontale colla quale prende in considerazione l’intera gamma di raffigurazioni che si trovano nelle fonti dello stesso periodo. Il capitolo segue una sequenza cronologica approssimativa che inizia con del materiale antecedente al Sultanato di Delhi e termina con due descrizioni molto diverse sul governo Turco.

La prospettiva cambia nel terzo capitolo, dove la visione d’insieme e generalizzata dei termini si trasforma in un esame approfondito di alcune istanze di mecenatismo religioso che attraversa i confini approssimativi dei Musulmani e dei non Musulmani. Troviamo finanziatori Musulmani di Bramini o del culto religioso Giainista, e viceversa, un Giainista che elargisce donazioni a una moschea. Le iscrizioni in Sanscrito testimoniano che i Musulmani fecero degli atti caritatevoli ricorrendo alla terminologia e alla concezione Indiana sulle offerte circa gli oggetti da regalo riguardanti le persone coinvolte.

La conclusione amplia i punti intrapresi nei due capitoli precedenti: la varietà dei termini utilizzati dalle comunità Musulmane indica la consapevolezza delle loro diverse origini geografiche ed etniche; i riferimenti considerano i Musulmani come uno tra i tanti nemici, non il tipico avversario; gli spazi politici e religiosi furono occupati da una moltitudine di attori diversi. Chattopadhyaya affronta anche le ragioni delle interpretazioni contraddittorie circa la sovranità Turca, ritenuta benevola da un lato, catastrofica dall’altro. Egli osserva astutamente che la dominazione Turca è ritenuta una calamità solo nelle fonti patrocinate dai re locali che detronizzarono i Turchi; negli altri casi, quando un sovrano Turco è il re in carica, egli è il legittimo rappresentante in modo analogo ai suoi predecessori non Turchi. Le fonti Sanscrite medievali rilevano che la strategia generale mirava a integrare i Musulmani ogni qualvolta era legittimamente fattibile o opportuna, al posto di “allontanare” o “alienare” gli Islamici relegandoli nella categoria generica dei perturbatori dell’ordine sociale come i Malechha e gli Yavana del passato.

Il libro termina con due appendici: la prima elenca termini che si riferiscono ai Musulmani in una serie di testi epigrafici e letterari; la seconda appendice è costituita da una lunga, delicata e pungente critica alla tesi di Sheldon Pollock secondo cui il Ramayana divenne ‘un tropo centrale nell’immaginario politico dell’India’ dal dodicesimo sino alla fine del quattordicesimo secolo, poiché ha offerto i mezzi per comprendere le sfide sociali e politiche poste dal successo dei guerrieri Turchi (‘Ramayana and political imagination in India’, The Journal of’Asian Studies, Vol. 52, n° 2, may 1993, pag. 261-97). Invece, Chattopadhyaya sostiene in modo convincente che la guerra santa di Rama contro i raksasa (demoni) fu una tra i numerosi tropi in circolazione, e che il metodo di Pollock di isolare i riferimenti concernenti Rama dai loro più ampi contesti ha l’effetto di esagerare la loro importanza. La veemenza con cui Chattopadhyaya denuncia Pollock è ingiustificata, a mio avviso, date le loro chiare somiglianze: entrambi gli studiosi analizzano i significati testuali, piuttosto che le realtà empiriche, e ricorrono a più di una fonte, al fine di sviluppare argomenti ambiziosi applicabili a tutta l’India per diversi secoli. La differenza principale è che Pollock si concentra su un solo ritratto di Musulmani dell’India medievale, mentre l'intento di Chattopadhyaya è di mettere in luce la molteplicità dei modi in cui furono percepiti.

Davvero riesce a “Rappresentare l'Altro?” Egli perviene ammirevolmente a dimostrare l’eterogeneità e la complessità delle risposte testuali alla presenza Musulmana nell’India medievale. Ciò implica anche due ulteriori conclusioni — i Musulmani non erano diversi dagli altri gruppi non Brahmanici, e non furono mai considerati una minaccia. Questa tesi contravviene l’interpretazione di Pollock e spiega perché Chattopadhyaya lo sottopose a una critica così estesa. Sarei stata più felice se Chattopadhyaya avesse affrontato questi argomenti frontalmente, in quanto, non indirizzandosi a essi esplicitamente, sembra cancellare la possibilità del conflitto e nega qualsiasi particolare scontro tra Indù e Musulmani. Ciò nonostante, raccomando vivamente questo libro a tutti coloro che sono interessati alle interazioni tra Indù e Musulmani e alla storia Indiana. La ricchezza di dettagli che contiene, le sue analisi penetranti, il modello di bravura che costituisce per il mestiere dello storico — tutta questa combinazione permette di “Rappresentare l'Altro?” Certamente si tratta di un contributo molto importante per la cultura storica dell’India medievale.

 

Bibliografia

Brajadulal Chattopadhyaya, Representing the Other? Sanskrit Sources and the Muslims (Eighth to Fourteenth Century), New Delhi, Manohar Publishers, 1998, pag. 270. (testo originale)