Conversazione tra Guru Hasan Kabiruddin e Jogi Kanipha: Tantra rivisitato dai predicatori Ismailiti

 

A cura di Dominique-Sila Khan

 

L’Ismailismo, una forma di Islam Sciita, penetrò nel subcontinente Indiano verso la fine dell’ottavo secolo d.C. Nel 1094 subì una scissione importante dividendosi in due rami principali. La setta Nizari, nota in origine come la “nuova missione”, aveva la sua base dapprima in Iran, ma ben presto si diffuse in Siria e in Asia centrale, così come nel subcontinente, forse fin dal XII secolo. Daftary e Corbin hanno dimostrato che l’Ismailismo è genericamente definito un movimento rivoluzionario e ben organizzato sostenuto da una complessa filosofia esoterica. Perseguitato dai governanti Sunniti di Delhi, che si eressero a rappresentanti dell’Islam “ortodosso” o “normativo”, gli Ismailiti Indiani, considerati eretici, ricorsero generalmente alla dissimulazione precauzionale Sciita (taqiyya) occultando la vera fede. Al tempo stesso, adottarono una strategia che accettava il maggior numero di credenze e di pratiche dei neo-convertiti,  mentre gradualmente li uniformavano alle caratteristiche delle loro dottrine. Questo metodo, comunque, non era soltanto una tattica per convertire, piuttosto si trattò di una parte essenziale della filosofia Ismailita: non fu soltanto una progressione posteriore dell’Islam, la loro fede era anche il “culmine dell’Induismo.” Al posto di rifiutare credenze e pratiche consolidate di popolazioni locali, i missionari Nizari le assimilarono e le adattarono per creare ciò che giustamente Maclean ha definito “una sintesi innovativa”, in cui gli elementi Musulmani e Indù furono armoniosamente combinati.

In realtà, la forma sincretica dell’Ismailismo che si è sviluppata nel subcontinente assomiglia strettamente a molti altri movimenti religiosi del periodo medievale, e come tale, fu definita Satpanth (letteralmente il “vero cammino” o “vera setta”) —  un nome mantenuto fino a tempi recenti. Questa fase storica di acculturazione si concluse gradualmente verso la fine del XIX secolo. I primi cambiamenti si sono verificati con l’arrivo dell’Aga Khan (l’Imam vivente degli Ismailiti) nel subcontinente durante il decennio del 1840. Con l’aumentare del numero degli Ismailiti e nella convinzione di non essere più perseguitati, uscirono dall’occultamento alla ricerca di una nuova identità, tutto il movimento fu gradualmente re-Islamizzato - un processo continuato fino ai giorni nostri. Nondimeno, la fase “sincretica” — la cui durata fu di circa sei o sette secoli — ha lasciato un segno duraturo sulla setta Nizari sotto forma di testi e rituali facilmente accessibili. Questa “sintesi innovativa” era chiaramente il frutto di vasti scambi e di interazioni con molti sistemi di credenze autoctoni (Giainisti e Induisti) che erano prevalenti nel periodo medievale. Praticando la taqiyya e una strategia tipica di conversione, i missionari Nizari nel subcontinente non rivelavano mai la loro identità: Nanji ha sottolineato che si presentavano nel contesto della loro predicazione sia come Sufi dervisci sia come Jogi Indù (yogi in Hindi, dal Sanscrito yogin, “praticante di yoga”).

I predicatori Nizari estrapolarono dall’Induismo una varietà di fonti Vaisnava e Saiva. Svilupparono una loro dottrina della discesa di Visnu (avatara), equiparando il Kalki, il decimo e ultimo Maha Avatara, al loro Imam che, oltre ad essere un leader religioso, era considerato una manifestazione della Luce Divina. Ebbero maggiore impatto, tuttavia, le idee e le pratiche Saiva, più in particolare quelle legate a forme di yoga Tantrico. I numerosi riferimenti presenti nelle fonti testuali Nizari, indicano con certezza che i seguaci di Gorakhnath e di altri maestri Nath (noti anche come Jogi) influenzarono profondamente la letteratura e i rituali degli Ismailiti subcontinentali.

La letteratura Nizari è rivelatrice a questo riguardo. Così, ad esempio, i Khoja Aga-khani che ora costituiscono la maggioranza dei Nizari Ismailiti in India e in Pakistan, conservano un corpus ricco e ampio di testi sacri comunemente definiti ginan (la parola ginan significa “conoscenza” o “saggezza”, e deriva dal Sanscrito jnana). Composti in una miscela di lingue vernacolari dell’India settentrionale, la maggior parte di essi erano destinati per il canto (e molti lo sono ancora) nelle jamat khana, le loro assemblee sacre e sale di preghiera. I ginan abbandano di una terminologia appropriata di yoga Tantrico, e a volte interi ginan sono dedicati all’hatha yoga e alla tradizione Nath. Essi includono una versione Ismailita della storia di Gopicand, un rinunciatario illustre e reale, e di sua sorella (un’opera firmata da Pir Shams, un famoso missionario e santo del tredicesimo o quattordicesimo secolo); una serie di poesie esplicitamente denominate Jogvani (“discorsi sullo yoga,” attribuiti all’Imam Shah, una figura del quindicesimo secolo); e il testo che sarà presentato qui, cioè un incontro tra Jogi Kanipha (o Kanipa) e il padre dell’Imam Shah, Hasan Kabiruddin.

A questo punto, è necessario spendere qualche parola sui riti dell’Ismailismo Nizari subcontinentale, per quanto siano stati influenzati dalle pratiche Tantriche. Shackle e Moir notarono che l’organizzazione della vita religiosa dei Satpanth (la forma acculturata degli Nizari Ismailiti subcontinentali) si differenzia dagli schemi familiari ritrovabili nell’Islam Sunnita “ortodosso”. Tradizionalmente, i Nizari non si recano alla moschea, né recitano le cinque preghiere quotidiane, piuttosto sostengono le loro jamat khana aprendole esclusivamente ai membri della comunità, “all’assemblea dei fedeli” (jamat). In esse recitano il mattino, la sera e nelle ore notturne le orazioni, e cantano i ginan. Il loro rituale più caratteristico è la cerimonia del ghat-pat (ghat significa “recipiente” e pat si riferisce al tavolino in legno su cui è collocato questo contenitore), che distribuisce da un recipiente dell’acqua sacra mescolata con l’argilla di Karbala (un sito sacro Sciita) o benedetta dall’Imam. Ivanow ha giustamente affermato che questo rito è considerato un simbolo di conversione e di partecipazione alla vita religiosa della comunità. In genere, l’acqua santa cui tutti i seguaci ne bevono un po’ - in una sorta di comunione - è detta nella letteratura sacra ami (dal Sanscrito amrta, “l’ambrosia” o “il nettare dell’immortalità”); lo stesso termine è utilizzato nell’Induismo per indicare il fluido sacro con cui i piedi di un’immagine divina o di un Guru si sono bagnati.

Un certo numero di studiosi considera che questo rituale sia stato ispirato dai culti Tantrici o Sakta, in particolare quelli “della mano sinistra” (vammarg; vamamarga in Sanscrito), i quali erano diffusi tra i maggiori gruppi di convertiti come i Lohana (una casta dedita al commercio nella regione del Sindh) e gli intoccabili. Con l’accettazione di alcune delle loro pratiche rimaneggiate per soddisfare le esigenze degli ideali dei Nizari Ismailiti, il processo di conversione fu reso presumibilmente più agevole. Citiamo brevemente gli elementi del rituale Satpanthi che ricordano le cerimonie Vammargi.

La segretezza: chi non è iniziato dai Satpanth non gli è permesso di assistere alle loro cerimonie

La partecipazione congiunta di uomini, donne e bambini

Le caste mischiate: tutte le comunità, tra cui gli intoccabili, comunicano nelle sale di adunanza della comunità bevendo dell’acqua consacrata che, come Ivanow ha osservato, intende sostituire il seme condiviso nei rituali Sakta o Tantrici della mano sinistra,

Lo stesso recipiente in cui l’acqua è mantenuta, è venerato tradizionalmente dagli Indù come

Dea, di cui è un simbolo

 

Vale la pena notare, forse per la segretezza circondante i rituali Nizari, gli Indiani Ismailiti, che quest’ultimi furono considerati degli eretici dai governanti Sunniti (incluso il Sultano Alauddln Khilji nel quattordicesimo secolo) nonché furono accusati di indulgere in “atti licenziosi e nell’incesto”— un’accusa più accuratamente diretta verso i praticanti Vammargi.

In conclusione, si può dire che, in conformità con lo spirito Ismailita, il complesso rituale dei Satpanthi non è reputabile esclusivamente come una “revisione” del Tantra, ma anche come il suo “compimento”; analogamente la setta Nizari nel suo insieme, nella sua forma Indiana, può essere considerata il culmine dei precedenti sistemi Indù.

Questo concetto è ulteriormente comprovato dal messaggio spirituale dei Satpanth insieme alla loro letteratura religiosa, il tutto è considerato un segreto “quinto Veda”, chiamato Athar Ved (letteralmente, il Veda immobile, stabile,” da non confondere col quarto Veda, l’Atharva Veda). Anche qui si individua un riferimento alla rivelazione Tantrica, giacché è considerato un quinto Veda diversamente dai quattro Veda originali, essendo accessibile alle donne e agli uomini d’ogni casta.

Il testo qui tradotto si occupa dell’incontro immaginario tra due figure religiose prestigiose: un Nath Jogi esponente dello yoga Tantrico e un missionario Nizari. Nonostante i suoi evidenti anacronismi e altri elementi poco plausibili, questo dialogo - in cui i rappresentanti di due diversi percorsi spirituali si scambiano le loro opinioni – riflette senza dubbio una situazione storica d’interazione tra Nath Jogi e Pir Ismailiti (seppur questo ginan nella sua forma scritta fu redatto in un periodo molto posteriore, tra il secolo XVIII e XIX). Occorre notare che alcune delle sue parti sono ancora cantate nelle assemblee sacre dei Khoja; infatti, Zawahir Moir mi ha informato che ne ricorda intere parti di esso.

La scelta di Kanipha Nath come figura centrale del testo, nel ruolo di Jogi, non è certamente una coincidenza conveniente qui. Da un lato, egli è uno dei maestri più importanti degli Jogi Kanphata  (“orecchie spaccate”) ed è elencato nella lista dei famosi Nove Nath. Briggs ha osservato, inoltre, l’esistenza di una tradizione che fa risalire le origini dei Vammarg a questo discepolo di Jalandhar Nath, poiché fu lui stesso uno degli originali Nath. Ancora oggi Kanipha è venerato come il capo Guru degli Jogi Kalbelia del nord-ovest dell’India, una comunità di incantatori di serpenti che hanno conservato tradizioni e costumi diversi connessi allo yoga Tantrico.

La storia si apre con Kanipha maledetto dal suo Guru, Jalandhar Nath. Con la maledizione, tuttavia, lo Jogi predice che la salvezza del suo discepolo alla fine arriverà grazie a un santo di nome Guru Hasan Kabiruddin che era, come sappiamo, un famoso missionario Ismailita. Secondo la tradizione Ismailita, Hasan Kabiruddin nascose la sua identità durante la sua attività missionaria, apparendo sia nelle vesti di un Sufi pir (un “santo” Musulmano — egli continua ad essere venerato dall’ordine dei Sufi Sunniti Suhrawardi come Hasan Darya), sia come Upanga ha osservato, nelle sembianze di un Sadhu Indù vegetariano vestito di bianco o con abiti color zafferano.

Jalandhar Nath aggiunge che il suo discepolo riconoscerà il suo nuovo padrone quando il carro miracoloso di Kanipha, ora sospeso a mezz’aria, cadrà improvvisamente dal cielo. Questo accadrà il giorno in cui lo Jogi raggiungerà la città di Uch (a quel tempo centro della missione Nizari nel subcontinente). Sebbene Hasan Kabiruddin fosse un bambino, conseguì la vera saggezza. Il dialogo inizia quando, abbastanza sorprendentemente in un contesto Nath, il nuovo Guru di Kanipha gli rivela il “vero” segreto dei dieci avatara di Visnu (qui, come in altri casi, è ovvio che il prestigioso modello Vaisnava è usato per controbilanciare gli idiomi Saiva e Sakta degli Jogi Kanphata). Questa nuova rivelazione, però, riguarda la “vera” (secondo la dottrina Nizari) identità della decima incarnazione di Visnu. Si tratta del Kalki, che egli identifica all’Imam Ali (il genero del Profeta) e, in quanto tale, ad ogni Imam vivente considerato la sua reincarnazione ciclica. Guru Hasan Kabiruddin sostiene che ‘Ali, la manifestazione della Luce Divina, è il fondatore del Satya Dharma, la “religione della verità”, un equivalente del termine Satpanth. Abbastanza stranamente, il Satya Dharma appare nella forma manoscritta del ginan come Saiv Dharm, la “religione Saiva”; ancor una volta, si alluderebbe al messaggio spirituale Nizari che non contraddice, né nega la fede dei Saiva Nath, anzi bisogna considerarlo un campione di “super-Shivaismo”, una nuova rivelazione che sostituisce la precedente.

Sebbene fosse impressionato all’inizio dalla conoscenza del suo nuovo Guru, Kanipha si ritiene il più saggio tra i due, e cerca di compiacere il pir affermando che sarà ricompensato per la sua saggezza ottenendo dei poteri miracolosi (riddhi-siddhi), la liberazione (mukti) e l’immortalità (acal pad). Con sua grande sorpresa, il bambino-Guru ribatte che tutte queste conquiste (tipiche dello yoga Tantrico) non hanno valore. Segue una discussione sui quattro yuga (ere cosmiche); sulla natura del mondo e di Dio; e sul ruolo svolto dal predecessore di Hasan Kabiruddin, il grande pir Sadruddin, a cui sono attribuite la maggior parte delle caratteristiche sincretiche dei Satpanth. Riconoscendo le differenze tra questo nuovo insegnamento e le sue convinzioni precedenti, Kanipha vuol sapere a quale setta (panth, letteralmente “percorso” o “via”) appartiene Hasan Kabiruddin. Ognuno, risponde il Guru, appartiene ad una setta (o segue un percorso), ma sarà lui a svelare il “vero percorso” (Satpanth). Egli critica in modo pungente tutti i segni esteriori con cui lo Jogi Kanphata si contraddistingue: “Che tipo di Jogi sei”, chiede Kabiruddin, “se ti radi la testa, perché non tagli i tuoi pensieri?” Il vero Jogi dovrebbe indossare orecchini “mentali” (mudra), imbrattare il suo corpo con le “ceneri della verità”, e così via. La magniloquenza è dunque conferita alla “religione interiore”, che coincide in realtà con la dottrina essenziale Ismailita della superiorità della verità esoterica (batin) sulla religione esteriore (zahir). Il dialogo continua nella forma di domande e risposte, ma con le risposte molto più lunghe delle domande, e spesso esso assume la forma di brevi canti devozionali (simili ai ginan cantati nelle assemblee Ismailite).

Il passaggio qui tradotto corrisponde alla parte seconda e finale del testo e rappresenta un po’ meno della metà della sua lunghezza totale. A differenza del contenuto e del tono della sua prima parte, esso tratta ciò che è definito “yoga interiore”, cioè tutto ciò che uno yogi dovrebbe essere e fare, secondo la filosofia Satpanthi. Abbastanza curiosamente, i riferimenti diretti alla terminologia tipicamente Islamica o Nizari sono scarsi; tuttavia, alcuni citano: Allah e il Profeta; il paradiso è raffigurato come Amrapuri, la “Città dell’immortalità”; Islam Shah, l’Imam vivente che era un contemporaneo di Hasan Kabiruddin; il “vero credente” (momin, un termine che si riferisce a un Musulmano in generale e, nel contesto Ismailita, ad un membro della comunità Nizari); e la comunità dei fedeli (gat).

In contrapposizione, il passaggio è pieno di parole appartenenti alla sfera dell’Induismo e dello yoga Tantrico, esso include: l’intelletto (cit); la coscienza (caitan); l’elisir (rasa, letteralmente “essenza”, “gusto” o “significato”), i tre canali principali del corpo yogico (ida, pingala e sushumna), la luna (canda, identificata con il canale ida ), la fase in cui lo yogi sperimenta il “suono interiore” (surat-nirat), il suono mistico (nad), i poteri soprannaturali (riddi-siddhi), e così via. L’anima è chiamata hansa (letteralmente, “uccello migratorio”), e il Maestro Spirituale l’Hansa Purus, letteralmente, “l’Uomo dell’anima o del respiro”. Il corpo è anche descritto come navsar (letteralmente “nove-teste”) ed è abitato da “cinque ministri”, si tratta di probabili allusioni all’immagine yogica dei nove orifizi corporei e dei cinque sensi.

La lezione che è trasmessa dal pir Ismailita al suo discepolo Nath non nega, dunque, il valore delle tecniche di hatha yoga come le posture (asana), il controllo del respiro (pranayama) e la meditazione (dhyan). Tuttavia, sottolinea simultaneamente la necessità sia della vera conoscenza, sia il bisogno di seguire un Guru che possa mostrare il vero cammino. “Cercate col vostro respiro e riponete la vostra speranza nel Maestro Invisibile” (Alakh Purus, letteralmente, “l’uomo Cosmico che sfida ogni descrizione”), è un messaggio egualmente comprensibile dai Nath e dai Nizari. Il Guru Ismailita è anche rappresentato da simboli alchemici, che sono una parte essenziale del linguaggio figurato Tantrico yogico: “Se trovi il Guru sarai trasmutato”; e “Il vero Guru è come il mercurio, il Sadhu è come il rame: se i due sono strofinati insieme si ottiene l’oro.” Vedremo per tutto, che caratteristicamente il “linguaggio intenzionale” Tantrico (sandha bhasa) è in modo esaustivo utilizzato, ad esempio, per descrivere lo stato sperimentato dallo yogi esperto: “il suono (nad) è risonante senza una bocca ... senza piedi vai e vieni.”

La parte finale del testo che precede immediatamente la breve conclusione (in cui si narra che Kanipha è affrancato dalla maledizione del suo Guru e gli è concessa la liberazione), è in realtà un canto devozionale, un ginan breve che, nei Nizari, è altresì attribuito ad un precedente missionario, Pir Shams; inoltre, esso appare nelle traduzioni dei ginan selezionate da Kassam. Esso riassume apparentemente l’intero messaggio dei predicatori Satpanthi, affermando ciò che un “vero Jogi” o fachiro (uomo santo, letteralmente “povero”) dovrebbe essere. Pertanto, conformemente alla visione immaginaria dei poeti che composero questo testo, si potrebbe dire che Kanipha, diventando un membro della comunità Ismailita, non cessa di essere uno yogi, perché il Satpanth è una sorta di “super-yoga”, che comprende e integra i valori tradizionali del Tantra.

La conversazione tra Guru Hasan Kabiruddin e Jogi Kanipha esiste nella forma manoscritta e stampata. I manoscritti sono scritti nell’alfabeto sacro (e un tempo segreto) dei Khoja Nizari conosciuti come Khojki, mentre per i testi stampati si utilizzava il Khojki e la scrittura Gujarati. Non ci sono ancora testi critici stabiliti, e le pubblicazioni disponibili sono più o meno copie rivedute di una collezione di ginan riuniti da un Ismailita chiamato Lalji Devraj agli inizi del XX secolo. Questa raccolta costituiva il canone ufficiale del tempo. La nostra ricerca si avvale di una versione pubblicata a Bombay nel 1921 poiché non abbiamo informazioni su altre pubblicazioni disponibili. Sono profondamente grato a Zawahir Moir che mi ha fornito il testo della scrittura in Gujarati aiutandomi a capire il suo significato durante la redazione della traduzione.

 

ULTERIORI APPROFONDIMENTI

 

Per un confronto e per un’indagine complessiva della setta Nath, vedere George Weston Briggs, Gorakhnath and the Kanphata Yogis (ristampato a Delhi: Motilal Banarsidass, 1990). Per uno studio completo dell’Ismailismo vedere Farhad Daftary, The Isma’lis, Their History and Doctrines (Cambridge: Cambridge University Press, and Delhi: Munshiram Manoharlal, 1990). La filosofia esoterica dell’Ismailismo è meglio presentata da Henri Corbin in Histoire de la philosophie islamique (Paris: Gallimard, 1986). Altre opere utili che si occupano di Ismailismo Nizari sono: R.E. Enthoven, The Tribes and Castes of Bombay, 3 vol, (ristampato a Delhi: Asian Educational Services, 1989); John Norman Hollister, The Shia of India (ristampato a Delhi: Oriental Book. Corporation, 1979); D. N. Maclean, Religion and Society in Arab Sind (Leiden: Brill, 1989); Azim Nanji, The Nizari Ismaili Tradition in the lndo-Pakistan Subcontinent (New York: Caravan Books, 1978). La prima fonte (in Gujarati) è Sachedina Nanjiani, Khoja vrttant (Ahmedabad: Samasher Bahadur Press, 1892). Una breve agiografia di Pir Hasan Kabiruddin si trova nell’opera di Abualy A. Aziz intitolata “Pir Hasan Kabiruddin” in The Great Ismaili Heroes (Karachi: Religious Night School, 1973), pag. 91-93. Sull’acculturazione e sulle interazioni con l’Induismo vedere Françoise Mallison, “Hinduism as Seen by the Nizari Isma’ili missionaries of Western India” nell’opera intitolata Hinduism Reconsidered di Gunther Dietz Sontheimer e Hermann Kulke edizioni, (Delhi: Manohar, 1989), pag. 93-113; Dominique-Sila Khan, “Deux rites tantriques dans une communaute d’intouchables au Rajasthan” in Revue de l’Histoire des Religions 210.1 (1994): 443-62; Khan, Conversions and Shifting Identities: Ramdev Pir and the Ismailis in Rajasthan (Delhi: Manohar, 1997). Ginan tradotti si trovano in Vladimir Ivanow, “Satpanth,” in the Ismaili Society Series (series A, no. 2) Collectanea, vol. 1 (Leiden: E. J. Brill, 1948); Tazim R. Kassam, Songs of Wisdom and Circles of Dance: An Anthology of Hymns by the Satpanth Ismaili Muslim Saint Pir Shams (Albany: State University of New York Press, 1995); Christopher Shackle and Zawahir Moir, Ismaili Hymns from South Asia: An Introduction to the Ginans (London: School of Oriental and African Studies, 1992).

 

Conversazione tra Guru Hasan Kabiruddin e Jogi Kanipha

 

PARTE PRIMA

Kanipha disse: O rispettato Guru, vorrei farti alcune domande, rispondi se ti fa piacere!

Il Guru rispose: O Kanipha, poni la tua domanda!

1. Lo Jogi replicò: ciò che mi è giunto non lo cederò, né andrò a prenderlo. Il mio Maestro dichiara: “Sii con me,” O Pir!

2. Il Guru affermò: rinuncia a ciò che ti è pervenuto, va e afferra la verità, sostiene il mio vero Guru. Mangia solo dopo aver valutato attentamente, O Jogi!

3. Lo Jogi disse: l’impurità afferma, “Io sono la regina del mondo.” L’impurità è rimossa dall’acqua, e l’impurità dell’acqua dal vento - ma chi rimuoverà l’impurità dell’anima, O Pir?

4. Il Guru rispose: Il corpo è come un contenitore, la mente è come il muschio e la conoscenza è la luce dell’anima. L’uomo nel cui cuore risiedono Allah e il Profeta, perché sarebbe influenzato dall’impurità, O Jogi?

5. Lo Jogi chiese: Chi è il dotto brahman (pandit)? Che cos’è la carne (pind)? Di chi siete figli voi [Nizari]? Con chi si dovrebbe mangiare? Com’è raggiungibile la Città dell’Immortalità [paradiso], O Pir?

6. Il Guru rispose: la mente è detta il pandit, il corpo è il nostro pind; noi siamo i figli del venerabile Islam Shah nell’assemblea dei pii, la meditazione dovrebbe essere il tuo cibo: in questo modo raggiungerai la Città dell’Immortalità, O Jogi.

7. Lo Jogi domandò: Qual è la tuo sacro criterio? Qual è il tuo perizoma? Qual è la tua parola? Qual è il tuo libro sacro, O Pir?

8. Il Guru rispose: L’assenza d’afflizione è il nostro sacro criterio, la soppressione del dispiacere è il nostro perizoma; la stabilità è la nostra parola, il corpo è il nostro libro sacro, O Jogi!

9. Lo Jogi chiese: Qual è la città? Qual è il posto? Chi sono i ministri? Chi è il re? Chi è il visir? Dimmi questo, o Pir!

10. Il Guru rispose: La città è il corpo; navsar [“nove-teste”] è il luogo e ci sono cinque ministri all’interno. L’anima (hansa) è il re, il respiro (pavan) è il visir: conosci [il segreto di] questa città, o Jogi!

11. Lo Jogi domandò: Chi è il dormiente? Chi è lo sveglio? Chi identifica le dieci direzioni? Chi riconosce il Guru? Chi conduce al [vero] cammino, O Pir?

12. Il Guru rispose: L’anima è sveglia, la carne è addormentata; l’illusione cosmica (maya) identifica le dieci direzioni e la conoscenza riconosce il Guru. È, quindi, la conoscenza che conduce al sentiero [vero], O Jogi!

13. Lo Jogi chiese: Quali sono i centri di pellegrinaggio delle quattro ere cosmiche, e quali sono i luoghi di pellegrinaggio dei veri credenti? Qual è il luogo di pellegrinaggio del fiume che scorre, e qual è quello delle sei scuole filosofiche, O Pir?

14. Il Guru rispose: I siti di pellegrinaggio delle quattro ere cosmiche sono inesistenti, i luoghi di pellegrinaggio del vero credente sono [composti di] conoscenza, il luogo di pellegrinaggio del fiume che scorre è al tuo interno, il Satpanth è il vero pellegrinaggio che sostituisce le sei scuole filosofiche, o Jogi!

15. Lo Jogi domandò: Per quanti anni le nuvole daranno pioggia? Chi otterrà la salvezza, il cielo, o il mondo interiore?

16. Il Guru rispose: Le nubi daranno pioggia per trentasei anni, il cielo e il mondo interiore si salveranno. Quindi, sii attento alla tua mente. O Sadhu: non c’è altra salvezza — è avanti, è lontana, si trova dove non c’è né insegnamento, né suono, né ego, né regna il caos primordiale. Così dichiara Pir Hasan Kabiruddin, O Jogi! O Jogi, sii attento alla tua mente! Ecco la via della salvezza, ascolta!

PARTE SECONDA

1. O rinunciante, se vinci la mente potrai soddisfare i tuoi desideri, e se vinci la mente sperimenterai una grande beatitudine. Se vinci il cuore sperimenterai la felicità, in questo modo [il frutto] dello yoga è maturato.

2. O rinunciante, se vinci la lussuria e la rabbia allora la verità diverrà sacra. Se vinci l’intelletto, la luna diventerà pura, diventerà totalmente pura, O Sadhu!

3. O rinunciante, essi chiedono l’elisir, desiderano gustare il nettare dell’immortalità e cercano il Signore della conoscenza. Il re dei cieli ha fatto del corpo un trono, ma essi cercano il Supremo Maestro [al di fuori di sé stessi]!

4. O rinunciante, il corpo è pieno di concupiscenza e il desiderio è una dea, ma la coscienza è la dimora del Supremo Maestro. La rabbia e l’egoismo sono i re  degli eserciti, mentre le meditazioni sul suono interiore sono i suoi ministri!

5. Sopra tutto è il nome che porta alla profondità interiore. L’azione (karma) è il trono vero del Maestro. Quando lo yoga e la pratica sono congiunti, o Signore, allora ogni azione che esegui è ben fatta.

6. O rinunciante, distruggi i tuoi desideri, concentra la tua mente e opera [trasformandoti]. Controlla le posture, non addormentarti e tutto accadrà come decreta il Signore, O rinunciante!

7. O rinunciante, se trovi il tuo Guru riceverai il significato, ed i dubbi della tua mente saranno rimossi. Senz’acqua il fiore di loto non fiorisce: solo lo stolto ride di ciò, O rinunciante!

8. O rinunciante, se trovi il tuo Guru [vero], ti trasmuterai! O Sadhu, senza un Guru non puoi trovare il percorso. Dentro il cerchio della conoscenza appaiono lampade splendenti: senza un Guru, quindi [la cui conoscenza fornisce la luce al suo discepolo], questo è irraggiungibile, O rinunciante!

9. O rinunciante, la notte è buia! I tuoi compagni ti sono nemici mentre abiti nella casa di un altro uomo! Come puoi trovare il percorso senza una guida? Affrettati e considera tutto ciò, O rinunciante!

10. O rinunciante, il vero Guru è come il mercurio, il Sadhu è come il rame: se i due sono strofinati insieme si ottiene l’oro. Al pari della tua immagine specchiata nell’acqua, così la tua visione si purifica, O rinunciante!

11. O rinunciante, la purezza è la porta di casa del vero Guru e la compassione è l’aroma del Maestro Supremo. Il cuore è come un contenitore, cerca col tuo respiro e abbi fiducia nel Maestro Invisibile!

12. O rinunciante, è facile scivolare nello stretto passaggio del cuore! Lì, neppure un ago trova la sua strada, perciò cavalca il carro del tuo respiro e sii come un re sul trono. Controllalo, lascialo entrare e uscire regolarmente.

13. O rinunciante, i fiori sbocciano, ma non c’è l’albero; il suono (nad) riecheggia senza una bocca! Senza l’orazione le lodi del Signore sono cantate, senza piedi vai e vieni, O rinunciante!

14. O rinunciante, trasforma la tua mente in un seggio, assicura la tua coscienza e goditi questa galoppata vertiginosa! Ida, pingala e sushumna sono i tuoi schiavi, essi sono i servitori del vero Guru, O rinunciante!

15. Perlustra il tuo corpo e rintraccia il suo filo di seta. Segui le indicazioni del Guru. Al pari della madre-perla che attende con ansia la pioggia [per produrre la perla], pure l’anima si gonfia avidamente per incontrare il Signore, O rinunciante!

16. O rinunciante, quando il Maestro spirituale ti appare davanti il corpo è purificato. Medita senza il corpo, O tu le cui membra sono spalmate [di cenere]; suvvia [non sarai un dio], ma raggiungerai uno stato divino.

17. O rinunciante, sia il suono che la sua assenza sono le manifestazioni del Guru. L’intelletto e la verità sono i tuoi compagni. I miracoli rinnovati del Guru saranno la tua esperienza. Imparare a praticare la vera conoscenza e la vera meditazione è come cavalcare un elefante!

18. O rinunciante, coloro che si destano per gustare l’elisir divino matureranno, mentre coloro che si addormenteranno, lo perderanno. Essi, perciò, perderanno il percorso, O Gusain! Solo gli sciocchi desiderano dormire, O rinunciante!

19. O rinunciante, è nell’Io interiore che risiedono i miracolosi poteri, ed è lì che il gioco eterno perdura. Nell’Io interiore il Signore ha piantato un giardino e ivi abita il giardiniere.

20. O rinunciante, è nell’Io interiore che si trova la terra con i suoi nove continenti; al suo interno c’è il Monte Kailasa e i sette mari. Senza un Guru, la coppa del nettare dell’immortalità è perduta!

21. O rinunciante, il Signore disse: “Guarda nel tuo Io interiore!”. Solo così conseguirai la sacra visione del Maestro. Pir Hasan Kabiruddin proclama: “Ascoltate, o popolo della jamat, così non rinascerete più!”

O Jogi, si deve vivere in questo modo - ascolta!

DOHA [DISTICO]

Affamato ed esiliato, il cuore è triste: sii saldo sul tuo seggio!

Coloro che vincono la paura della tomba meritano il nome di fachiro!

O Jogi, questo è la vera via per chiedere la carità, ascolta:

PARTE TERZA

1. O rinunciante, che il mondo sia la tua bisaccia da mendicante, che sia la soddisfazione della tua ciotola per l’elemosina e che la riflessione sia il tuo stato! Metti i due orecchini del perdono e la compassione nelle tue orecchie, e lascia che la conoscenza sia il tuo cibo. O rinunciante! Questo è il vero Jogi in questo mondo: colui la cui mente è uno, egli è il vero Jogi!

2. O rinunciante, la conoscenza è il mio Guru, la vera rinuncia è dei sensi. Possano le congiunzioni degli opposti essere le tue ceneri! Colui che accetta la vera religione e medita sulla verità, egli è il vero Jogi! O rinunciante, egli è il vero Jogi!

3. O rinunciante, arresta la luna e il sole [cioè, il canale destro e sinistro] ponendoti in stato di concentrazione. Poi, il sushumna [il canale centrale] inizierà a riverberare: infatti, sono pochi coloro che conoscono questo segreto!

4. O rinunciante, lava i tuoi peccati nella triplice confluenza; riproduci il suono celeste! Hasan Kabiruddin dichiara: “Muori mentre vivi, e non rinascerai. O rinunciante, chi agisce in tal modo è il vero Jogi in questo mondo!”

Avendo ascoltato questi insegnamenti spirituali del ginan, Kanipha pregò e disse:

O Guru, ti ringrazio per aver trovato il percorso che conduce alla liberazione e grazie all’aiuto divino del benedetto Guru Jalandhar ho avuto il tuo darshan [la tua visione]! Mi hai insegnato la conoscenza della liberazione! Ti rendo omaggio!

Quindi, in vari modi, il percorso verso la liberazione gli fu rivelato da Guru Hasan Kabiruddin - e se ne compiacque.

 

Bibliografia

David Gordon White, Conversation between Guru Hasan Kabiruddin and Jogi Kanipha in Tantra In Practice, pag. 658, 2001