Guru Nanak: il Santo Musulmano ispiratore del Sufismo Sikh

 

Un attento studio delle tradizioni Sikh dimostra inconfutabilmente che Guru Nanak comprese gli insegnamenti Islamici a tal punto che il Sikhismo, nella sua forma originaria, può essere considerato una setta Musulmana.

Alcuni studiosi hanno sostenuto che Nanak abbia mutuato e amalgamato liberamente concetti superiori Induisti e tradizioni dell’Islam mistico (JE Carpenter, citato in Banerjee, 1983). Fredrick Pincott va anche oltre, e sostiene l’influenza Sufi su Nanak. Egli suggerisce che le dottrine di Nanak sono una variante locale delle dottrine mistiche Sufi del Punjab (Pincott, 1979). Pincott non è il solo a pensarla così. Thomas Patrick Hughes, il missionario Cristiano e rinomato studioso Islamico che lavorò in India tra il 1865 e il 1884, scrisse nel suo celebre Dizionario dell’Islam un articolo di undici pagine sul “Sikhismo” in cui sottolinea che gli insegnamenti dei primi guru Sikh, e in particolare di Baba Nanak, risentono di una forte influenza Islamica: “… è sufficiente ai fini del presente articolo stabilire che il Sikhismo, all’inizio, fu intimamente associato all’Islam, ed era il mezzo che colmava l’abisso che separava gli Indù dai credenti nel Profeta.

Mirza Ghulam Ahmad nel suo libro “Satt Bachan” (La Vera parola), smentì le accuse portate contro Baba Nanak da Swami Dayanand Saraswati, il Fondatore dell’Arya Samaj, una setta Induista, nel suo “Satyarath Parkash”, e chiarendo i racconti mitologici riguardanti Guru Nanak dimostrò che era un santo Musulmano:

Secondo alcuni giornali Sikh, i contenuti di questo libro urtavano i loro sentimenti, nonostante che la ricerca del testo era molto profonda. L’obiettivo fondamentale di questo libro mette in luce la grande fede e la spiritualità (di Guru Nanak) che si distacca completamente dai Veda Indù, giacché grazie all’Islam, Dio fece scintillare la Sua Maestà, Potenza, Santità e Onnipotenza. Per la sua grande devozione professò la fede Islamica. Ci sono motivazioni convincenti a sostegno della sua fede. Quest’opinione è stata sostenuta anche da molti studiosi Britannici. Per questo motivo, sono inclusi in questo libro degli estratti tratti dal Dizionario dell’Islam (pagine 583-591) del reverendo Hughes, i quali affermano chiaramente che Guru Nanak si convertì all’Islam. (Satt Bachan, frontespizio interno, Ruhani Khaza`in, vol. 10, pag. 112)

Questa convinzione è sostenuta ulteriormente da Thomas Patrick Hughes nel suo “Dizionario dell’Islam”:

La letteratura e le tradizioni del Sikhismo presentano una strana mescolanza d’idee Indù e Musulmane. Questa miscela è così evidente che persino le ricerche superficiali riconoscono che Nanak volesse intenzionalmente trovare un compromesso tra queste due grandi religioni. Dall’esame delle prime tradizioni Sikh si evince che la religione di Nanak era senza dubbio un ibrido tra l’Induismo e l’Islamismo, ma potrebbe persino trattarsi di una setta Islamica. Da quel poco che sapevamo dei primi insegnamenti Sikh, il pensiero del Dott. Trumpp ha illustrato che tra il Sikhismo e l’Islam ci fu una relazione di grande interesse. Le informazioni contenute in quest’articolo sono tratte principalmente da libri originali in lingua Punjabi e da manoscritti conservati presso l’India Office Library, i quali sono sorretti dall’autorità dell’Adi Granth, il canone sacro Sikh.

Poi osserva:

“Gli Janam sakhi, le testimonianze o i racconti biografici tradizionali relativi a Guru Nanak e ai suoi associati, contengono una profusione di tradizioni curiose che gettano una luce ragguardevole sull’origine e sullo sviluppo della religione Sikh. Questi libri antichi insegnano che fin dall’infanzia, Nanak, sebbene fosse nato Indù, fu influenzato dal Sufismo, nonché ebbe un’attrazione particolare per il comportamento dei santi fachiri che erano molto radicati nell’India settentrionale e brulicavano nel Punjab ... ”

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Il Sufismo non deriva dal panteismo Indù, è sorto nei primissimi giorni dell’Islam seppur presenti delle assonanze con lo Zoroastrismo Persiano. La Persia è sempre stata la roccaforte della dottrina Sufi, e gli scrittori più importanti che hanno illustrato questa forma di Islamismo sono stati i poeti Persiani Firdusi, Nizami, Sa’di, Jalaludin Rumi, Hafiz e Jami.

Hafiz, il principe dei poeti Sufi, ha rinnovato l’antico Zoroastrismo ed ha dichiarato: “Ho rinfrescato l’essenza del credo di Zoroastro ora che il tulipano ha acceso il fuoco di Nimrod.”

Un’altra metafora preferita dei Sufi che indica la Divinità è l’Amato. Ad esempio, Hafiz disse: “Siate grati che l’Assemblea è illuminata dalla presenza dell'Amato”. Questo termine è ben conosciuto nel Sikhismo. Infatti, nell'Adi Granth è detto: “Se chiami te stesso il servo dell’Amato, non parlare dispettosamente (di Lui).” (India Office MS., No. 2484, fol. 564.) “L’amore per l’Amato mette naturalmente la gioia nel cuore. Ho voglia di incontrare il Signore (Prabhu), perché dovrei essere pigro?” (India Office MS., No. 1728, fol. 87.). Le parole usate nei testi Punjabi sono piria, pritam, andpiri: il loro significato è “Innamorato” o “Amato”.

Nizami, inoltre, nel suo “Khusru wa Shirin” ha affermato: “Non vedermi come il sacerdote degli adoratori del Fuoco, vedi solo il significato nascosto di quest’allegoria.”

I conquistatori Musulmani dell’Indostan portavano con sé il misticismo e la spiritualità del Magismo-Islamico Persiano. Dalla Persia, la mistica ascetica Islamica ha inondato l’India settentrionale trovandovi un terreno adatto per svilupparsi nell’ascetismo speculativo.

È ragionevole, quindi, supporre che qualsiasi Indù influenzato dall’Islamismo, sia stato toccato dal Sufismo. Le dottrine predicate dai Guru Sikh erano distintamente Sufiche, infatti, anche l’abbigliamento dei primi Guru era tipico dei fachiri Musulmani. Nelle immagini medievali sono rappresentati con dei piccoli rosari (masbah) in mano mentre eseguono lo zikr, una pratica Islamica. Si dice che Guru Nanak abbia portato in testa il cappello di un Sufi Qalandar (Anil Chandra Banerjee, Guru Nanak and his times, pag. 82).

 

                           

Il reverendo Hughes aggiunge che Guru Arjun, il quinto Guru, fu il primo ad abbandonare l’abbigliamento da faqir, ma la terminologia Sufi fu ancora utilizzata da tutti i Guru. Le dottrine, tuttavia, occuparono ancora un posto di rilievo, poiché l’ultimo Guru morente confessa apertamente la sua adesione al Sufismo.

Il Guru Granth Sahib descrive Dio come l’Unica Divinità, l’Unico Vero, la Luce, l’Amato, e molte altre espressioni analoghe si ritrovano nella letteratura Sufi. Inoltre, la stessa stesura del testo, afferma il reverendo Hughes, ha notevoli caratteristiche della poesia Sufi:

Un’altra prova ragguardevole è l’influenza Persiana sullo stesso Adi Granth. Si compone di una raccolta di brevi poesie la cui prosodia è in rima Persiana. Questa somiglianza con i ghazal Persiani è evidente se riferita al nome di Nanak che compare nell’ultima riga di ciascuna poesia. Quest’ultima caratteristica è troppo persistente perché sia considerata un caso, giacché è complessivamente estranea alla metrica Induista, mentre si accorda col componimento poetico dei ghazal. Questi antefatti dimostrano l’influenza del Sikhismo Persiano sulla religione Sikh.

Il Persiano fu una delle lingue usate dai Sikh Guru, esso è incluso nel Guru Granth Sahib e nel Dasam Granth. È detto che Guru Nanak Dev Ji apprese il Persiano nelle madrase. Molti Guru, tra cui Guru Gobind Singh Ji, scrissero in Persiano. Il Guru Granth Sahib, la sacra scrittura Sikh contiene negli shabad (inni) la terminologia Persiana. Molti shabad in raag tilang sono influenzati dal Persiano. Guru Nanak Dev Ji scrisse nel Guru Granth Sahib in raag tilang al Pannaa 721. Questo Raag è stato utilizzato molto dalla tradizione Islamica Sufi e negli stili di canto moderno come il tumri e il ghazal. Il Gurbani in questo raag è cosparso di vocabolario Islamico evidenziando ulteriormente la sua origine Sufi Musulmana. Il Persiano è una lingua dello Zafarnama di Guru Gobind Singh.

Bhai Mardana, il primo compagno e collaboratore di Guru Nanak Dev, era un Mirasi Musulmano. Mirasi deriva dall’Arabo (mirat) e significa eredità o patrimonio. Sebbene la degenerazione culturale Punjabi abbia sminuito il titolo di Mirasi a poeta mendicante, Guru Nanak Dev rinnovò la celebre tradizione “rebabi” modernizzando lo strumento Afgano/Iraniano ad arco, il rebab. Guru Nanak scelse Bhai Mardana per padroneggiare questo strumento musicale e per cantare gli inni (shabad) alla grazia divina. Il Sikhismo Persiano si rivelò anche attraverso Bhai Nand Lal Goya (1633–1713), un poeta Arabo-Persiano del 17° secolo. Nativo di Ghazni (Afghanistan), Bhai Nand Lal fu capo della scuola rebabi e fu aiutato da un altro famoso rebabi, il Sufi Daulati ‘Ali che continuò la tradizione musicale. Bhai Mardana è stato anche un ottimo poeta e la sua poesia è inclusa all’interno dell’Adi Granth Sahib, il libro sacro dei Sikh, a pagina 553. Bhai Mardana morì in Iran all’età di 75 anni e fu sepolto da Guru Nanak nella città di Khorramshahr.

Il Reverendo Hughes cita il Dott. Trumpp (il primo traduttore del Guru Granth Sahib) che discutendo sulla filosofia dell’Adi Granth, ammette l’intima connessione tra il Sikhismo e il Sufismo nel modo seguente:

Possiamo distinguere nel Granth un panteismo grossolano e uno più fine… Nella sua sfumatura più sottile di Panteismo, la creazione assume la forma di un’emanazione del Supremo (come nel sistema dei Sufi); la materia atomica è in entrambi considerata coeterna con l’Assoluto e immanente in esso essendo modellata in varie e distinte forme dal vigore energetico dell’assoluto joti (luce); cioè, la realtà della materia è in parte negata (i Sufi la chiamano ), cosicché il Divino joti è la sola reale essenza di tutto” (Introduzione alla traduzione dell’Adi Granth, pag. cci).

Inoltre, nel suo articolo, il Reverendo Hughes citando il dottor Trumpp ammette l’influenza dell’Islam sul Sikhismo:

“Non è improbabile che l’Islam abbia partecipato silenziosamente a quei cambiamenti poiché sono diatrametalmente opposti agli insegnamenti dei Guru.” (Introduzione alla traduzione dell’Adi Granth, pag. cxii.). L’insegnamento di Nanak fu, comunque, molto pratico. I suoi seguaci ricordano quotidianamente lo Jap-Ji che “Senza la pratica della virtù non può esserci adorazione.

Secondo il Reverendo Hughes il Guru Granth è imparentato al Sufismo, giacché incorpora molta della sua terminologia, ma allo scopo apporta altre prove dagli Janam-Sakhi (biografie di Baba Nanak). Studiando gli Janam-Sakhi conservati nei più antichi manoscritti presso la “India Office Library” di Londra, giunse alla seguente conclusione:

“Gli Janam-Sakhi testimoniano pienamente che Nanak fu un alleato dei Musulmani. Era un Indù di nascita, della casta Vedica Khattri, figlio di un patwari (contabile) di un villaggio che corrisponde all’odierna Nankana Sahib nei pressi di Lahore. All’inizio, cercò la società dei fachiri e li servì con ogni mezzo lecito o illecito, in particolare per quanto riguarda le elemosine. All’età di quindici anni, si appropriò indebitamente del denaro con cui il padre commerciava. In seguito a quest’episodio, i suoi genitori lo mandarono da un parente a Sultanpur affinché si disabituasse dall’amore per i fachiri (India Office MS No 1728, fol. 29). In questa città passò al servizio di un Nawab Musulmano, Daulat Khan Lodi. Lo stipendio che riceveva lo devolveva completamente ai fachiri tenendosi per sé solo il minimo indispensabile. In questa circostanza, Nanak ebbe un’esaltazione estatica che gli presagì l’ispirazione divina. La tradizione afferma che Nanak andò al fiume per eseguire le abluzioni, ma durante il suo assolvimento fu trasportato fisicamente alle porte del Paradiso. «Poi un calice di amrita (l’acqua della vita) gli fu concesso per ordine di Dio. Il comando fu: “Questa amrita è il calice del mio nome; bevilo.”

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Guru Nanak salutò e bevette il calice. Il Signore (Sahib) ebbe pietà (e disse): Io sono con te, ti ho reso felice, e tutti coloro che porteranno il tuo nome li renderò felici. Va, ripeti il mio nome e induci altra gente a ripeterlo. Resta incontaminato dal Mondo. Continua (deciso) nel nome, nell’elemosina, nelle abluzioni, nel servizio e nel ricordo (di me). Ti ho assegnato il mio nome: fa’ questo lavoro.» (fol. 33) Queste nozioni sono strettamente affini ai Sufi poiché evidenziano molto la ripetizione del nome di Dio che essi chiamano zikr, le loro abluzioni religiose [wazu] e la loro meditazione sull’unità di Dio [wahdaniyah].

Il reverendo Hughes, inoltre, afferma che dopo quegli avvenimenti, Baba Nanak fu convocato dal suo datore di lavoro e indagato per le sue esternazioni. È dichiarato che Baba Nanak, in seguito, offrì la preghiera insieme a tutta la comunità, mentre in città si diffuse la notizia che Baba Nanak era diventato Musulmano.

Non appena Nanak si riprese dal suo stato di trance, espresse il concetto fondamentale della sua futura condotta nella celebre frase: “Non c’è nessun Indù e non v’è alcun Musulmano” (fol. 36) Gli Janam-Sakhi seguitano con le stesse parole: “La gente andò dal Khan (il suo ex datore di lavoro) e disse: ‘Baba Nanak afferma che non c’è Indù, non c’è Musulmano. Il Khan rispose: ‘Non considero la sua dichiarazione, è un fachiro.’ Un Qazi seduto nei pressi disse: ‘O Khan! Dichiara sorprendentemente che non ci siano né Indù, né Musulmani.’ Il Khan allora disse a un assistente di chiamare Nanak, ma Guru Nanak rispose: ‘Ho a che fare qualcosa col Khan?’ La gente allora asserì: ‘Questo stupido è diventato matto.’… Baba (Nanak) rimase in silenzio, ma quando pronunciava qualcosa, ripeteva solo questa dichiarazione:‘Non c’è Indù, non c’è Musulmano.’ Il Qazi allora domandò: ‘Khan è giusto dire che non c’è Indù, né Musulmano?’ Il Khan rispose: ‘Va a prenderlo.’ L’assistente andò e gli riferì: ‘Signore, il Khan vi ha convocato.’ Il Khan invocò: ‘Per l’amor di Dio, concedimi un colloquio, voglio vederti.’ Guru Nanak si alzò e strada facendo diceva: ‘Adesso vado alla convocazione del mio Signore (Sahib), devo andare.’ Mise un bastone sul suo collo e andò. Il Khan disse: ‘Nanak, per l’amor di Dio, togli il bastone dal tuo collo, cingi la tua vita, tu sei un buon fachiro.’ Guru Nanak tolse il bastone dal suo collo, e cinse i lombi. Il Khan disse: ‘O Nanak, è una disgrazia per me che un maggiordomo come te sia diventato un fachiro.’ Il Khan fece sedere Guru Nanak vicino a sé e disse: ‘Qazi, se brami chiedere qualcosa, domanda adesso; altrimenti non potrai più chiedere nulla.’ Il Qazi con un sorriso amichevole chiese: ‘Nanak che cosa intendi dire che non c’è Indù, non c’è Musulmano?’ Nanak rispose: ‘essere chiamato Musulmano è difficile; quando uno (lo diventa) può essere chiamato Musulmano. Prima di tutto, rende la religione (din) piacevole e presenta pura la magnificenza Musulmana. Dopo essere divenuto saldo nella religione (din), porta a termine la rivoluzione di morire e vivere’ (I.O., MS., 2484, fol. 84.). Quando Nanak ebbe pronunciato questo versetto, il Qazi restò stupefatto. Il Khan domandò: ‘O Qazi, interrogarlo non è un errore?’ Il tempo della preghiera pomeridiana è venuto. Tutti si alzarono e andarono (alla moschea) per pregare, e anche Baba (Nanak) andò con loro.’ Nanak, poi, dimostrò il suo potere soprannaturale leggendo i pensieri del Qazi. “Il Qazi si avvicinò e cadde ai suoi piedi esclamando: ‘Meraviglioso, meraviglioso! Questa è la grazia di Dio.’ Il Qazi credette e Nanak proferì questa stanza: ‘Un (vero) Musulmano si rende trasparente; (egli possiede) sincerità, pazienza, purezza di espressione: (ciò che è) stabilito non lo disturba: ciò che è morto non lo mangia. O Nanak! Un Musulmano siffatto va in paradiso (bihisiht).’ Quando il Baba pronunciò questa stanza, i Sayyed, i figli degli Sceicchi, il Qazi, il Mufti, il Khan, i capi e i leader si stupirono. Il Khan affermò: ‘Qazi Nanak è giunto alla verità; ulteriori discussioni sono inutili.’ Ovunque il Baba appariva, tutti lo salutavano. Quando il Baba recitò alcune stanze, il Khan cadde ai suoi piedi. Infine, la gente, gli Indù e i Musulmani dissero ancora al Khan che Dio (Khuda) parlava attraverso Nanak.” (India Office MS 1728, fol. 36-4l)

Da quanto precede, è perfettamente chiaro che i successori diretti di Nanak credevano che si fosse avvicinato molto all’Islamismo, e noi difficilmente potremo dubitare la veracità della loro visione sull’argomento, se si considera il carattere quasi contemporaneo della documentazione da cui proviene, come pure le numerose testimonianze contenute nella stessa religione...

È indicativo che quando Nanak parla di se stesso come il servo di Dio, utilizza la parola Khuda, un termine Musulmano Persiano, ma quando suo cognato Jairam parla di Dio, usa il termine “Indù” Paramesur (il Supremo). Si noterà, inoltre, che i Musulmani sono colpiti dalla coerenza e dalla pietà di Nanak, quando li accompagna cortesemente e in pubblico alla moschea. Questo comportamento provoca i suoi amici Indù facendogli credere che si è, in realtà, convertito alla fede Islamica. Naturalmente, tra tutte, la più enfatica e straordinaria espressione è la ripetuta dichiarazione: “Non c’è Indù, non c’è Musulmano.” Nanak era, quindi, fermamente intenzionato a eliminare le differenze tra queste due fedi istituendo una terza direzione che avrebbe sostituito entrambe.

Il reverendo Hughes scrive, inoltre, che quando Guru Nanak incontrava i dervisci Musulmani li salutava con l’Islamico “Assalamu-Alaikum” e riceveva per risposta “Wa-Alaikum-Assalam”. Il reverendo Hughes descrive che il rapporto personale di Guru Nanak con lo Sceicco Farid ji Sani, sesto successore di Baba Farid Shakarganj, fu stretto e durò dodici anni. A volte, questo Sceicco Farid ji Sani è confuso con Baba Farid Shakar Ganj (569-664 Egira, 1173-1266 d.C.), che era morto molto prima di Guru Nanak. Il reverendo Hughes scrisse:

Il principale compagno di Nanak fu, senza dubbio, lo Sceicco Farid ji Sani. Questo Musulmano divenne un amico stretto di Nanak, e se tutte le altre tradizioni avevano fallito, lui solo avrebbe potuto fondare il carattere eclettico del primo Sikhismo. Il primo voto di questi uomini famosi è abbastanza indicativo. Lo Sceicco Farid ji Sani esclamò: “Allah, Allah, O Darvesh” cui Nanak replicò: “La grazia di Allah è lo scopo del mio jihad, O Farid! Vieni Shaikh Farid! Allah, la grazia di Allah è sempre lo scopo del mio jihad.” Le parole originali sono: Allah, Farid, juhdi Hamesha Au Shaikh Farid, juhdi Allah Allah (India Office MS, No 1728; fol. 86.) L’uso del termine Arabo juhdi implica l’energia del proposito con cui cercò Allah; e l’intera frase è potenzialmente di tono Musulmano.

All’istante una familiarità sorse tra questi due uomini eccezionali; così lo Sceicco Farid ji Sani peregrinò con Nanak per dodici anni. Il compromesso programmato tra Induismo e Islam è provato non solo da quest’amicizia, ma la circostanza volle che lo Sceicco Farid ji Sani componesse non meno di 142 stanze (pauri) che sono contenute nello stesso Adi Granth. Un esame di questi versi dimostra ulteriormente la commistione operata da Nanak tra le due religioni… Nanak e i suoi diretti successori non intravidero nessuna incongruenza nella commistione d’idee Indù e Musulmane (Il Granth Sahib, il libro canonico dei Sikh, contiene soprattutto le composizioni di tre grandi poeti Sufi Musulmani: Baba Farid Shakar Ganj, Hazrat Mian Mir e Waris Shah. Ancora oggi, i loro componimenti costituiscono il 33 per cento del Libro).

Lo Sceicco Farid Shakar Ganj, i cui bani (in sanscrito parola ispirata) sono nell’Adi Granth, visse molto tempo prima di Guru Nanak. I suoi bani sono una creazione poetica spirituale di primissimo ordine. Si compongono di 134 shabad (inni) e di 112 sloka (distici). I bani dello Shaikh Farid nella terminologia critica Indiana sono detti vairagya, cioè il distacco dal mondo e dalle sue false attrazioni. Nella terminologia Sufi i suoi bani rappresentano la tauba, il pentimento. I leader del lignaggio di Farid sono anche chiamati Kanwal, fiori di loto.

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Appena Nanak e il suo amico Sceicco Farid ji Sani iniziarono a viaggiare insieme, raggiunsero un luogo chiamato Bisiar. Qui, la gente applicava dello sterco di vacca su ogni posto in cui si erano fermati, non appena partivano (I.O MS, No 1728, fol. 94). Il significato evidente di questo comportamento è che gli Indù ortodossi considerarono ogni luogo visitato da Nanak e dal suo fedele compagno contaminato. Se Nanak fosse rimasto di religione Indù, quest’atteggiamento non sarebbe mai accaduto.

Il reverendo Hughes, altresì, descrive alcuni dibattiti di Baba Nanak:

1)      L’incontro con lo Sceicco Ibrahim che lo salutò come un Musulmano prima di colloquiare con lui sull’unicità Divina.

2)      La lunga conversazione con Miyan Mitha che lo invitò alla Kalimah o professione di fede Islamica (fol. 143): in essa, Baba Nanak esalta la dottrina Sufi dell’unità di Dio. In questa conversazione, Nanak disse: “Il testo del Corano dovrebbe essere praticato” (fol. 144). Egli ha anche riconosciuto che “la giustizia è il Corano” (fol. 148). Quando Miyan gli chiese qual è l’unico grande nome, Nanak lo prese in disparte e gli sussurrò all’orecchio: “Allah”. Appena il grande nome fu pronunciato, Miyan Mitha fu ridotto in cenere mentre una voce celeste emetteva ancora la parola “Allah!” Questa voce celeste fece riacquistare la vita a Miyan, il quale una volta resosi conto della situazione cadde ai piedi di Nanak (fol. 147).

Per quanto riguarda il pellegrinaggio alla Mecca di Guru Nanak, il reverendo Hughes scrive:

I particolari della sua visita in quel luogo santo sono completamente noti in tutti i resoconti della sua vita, e anche se secondo il Dott. Trumpp l’intera storia è un’invenzione, la mera fantasia del racconto è sufficiente a dimostrare il rapporto intimo di Nanak con l’Islam, e a giustificare la credenza in un tale pellegrinaggio. Durante il suo insegnamento alla Mecca, Nanak disse: “Gli uomini sono come le donne, non ottemperano la Sunna e il comandamento Divino, né l’ordine del Libro (cioè il Corano)” (I.O. MS. No. 1728, fol. 212.). Egli ammise anche l’intercessione di Muhammad, denunciò il consumo di bhang, vino, ecc…, riconobbe l’esistenza dell’inferno, la punizione dei malvagi e la rinascita del genere umano. Infatti, le parole qui attribuite a Nanak contengono una piena ammissione dell’Islam. Questi principi, provengono, ovviamente, dal narratore del racconto, e dimostrano quanto i seguaci di Nanak sia lontani dal suo pensiero.

In una storia interessante, un santo Musulmano narra ai suoi discepoli che i Musulmani del suo tempo sono diventati beiman (falsi) e adesso un Indù è entrato nel Bihisht (Paradiso). Il reverendo Hughes raccontò questa storia nel modo seguente:

Di seguito, un curioso incidente è riferito quando Makhdum Baha’ u’d-Din, Pir di Multan, sentendo la sua fine avvicinarsi, disse ai suoi discepoli: “O amici, da questo momento la fede di nessuno rimarrà costante, tutti diventeranno beiman (infedeli, disonesti, traditori, ecc..).” I suoi discepoli chiesero una spiegazione, e per risposta fece la seguente dichiarazione sibillina: “O amici, quando un Indù entrerà in Paradiso (bihisht), il Paradiso brillerà (ujala).” A questa strana affermazione i suoi discepoli risposero: “La gente istruita afferma che il cielo non è decretato per gli Indù; che cosa dite?” (I.O. MS. 1728, fol. 224.) Il Pir rispose che alludeva a Nanak, e Gli mandò uno dei suoi discepoli per chiedergli se aveva ricevuto un indizio dell’apprestarsi della sua morte.

Quest’aneddoto possiede straordinariamente l’ammissione di un Musulmano che Nanak sarebbe riuscito a dividere la fede Islamica. Potendo un Indù conquistare il Cielo rivendicando il diritto a un luogo nel Paradiso di Muhammad, chi aveva allora la fede del Profeta avrebbe perso la fiducia nel suo insegnamento. Anche in questo caso, le parole impiegate sono significative: infatti, il Pir disse che i Musulmani diventeranno dei beiman, un termine Indiano particolarmente applicabile alla fede Islamica, mentre il Cielo è chiamato in Punjabi bhisat, cioè bihisht, il Paradiso dei Musulmani; invece, per il Cielo Indù si utilizzano parole come swarg o paralok o Brahmalok.

Gli Indù e i Musulmani sono in disaccordo sul decesso di Guru Nanak. Entrambi intendevano svolgere i riti funerari secondo gli insegnamenti delle loro religioni, giacché presumevano l’appartenenza di Guru Nanak all’una o all’altra fede. Il reverendo Hughes scrisse:

L’evento ultimo nella vita di questo maestro illuminato è perfettamente in accordo con tutto quanto è stato detto sulla sua esistenza. Nanak è venuto alla riva del fiume Ravi per morire - conformemente ai costumi Indù - accanto al flusso naturale dell’acqua. È espressamente detto che gli Indù e i Musulmani lo accompagnarono. Poi, si sedette ai piedi di un albero Sarih (Alhizzia Lebbek), e l’Assemblea dei fedeli (Sangat) stette intorno a lui…

In seguito, gli Indù e i Musulmani che erano costanti nel nome (di Dio) si pronunciarono. I Musulmani dissero: ‘Noi lo seppelliremo’; e gli Indù proferirono: ‘Noi lo bruceremo.’ A questo punto, il Baba disse: ‘Mettete i fiori su entrambi i lati; sul lato destro gli Indù, sul lato sinistro i Musulmani, così domani vedremo quali sono rimasti verdi. Se quelli degli Indù si manterranno verdi, mi seppelliranno.’ Il Baba ordinò all’Assemblea di ripetere le lodi (a Dio); e l’Assemblea cominciò a ripetere gli elogi. Dopo che alcuni versi furono recitati, poggiò a terra la sua testa. Quando il lenzuolo che era stato steso su di lui fu sollevato, non si trovò niente sotto: i fiori di entrambe le parti rimasero verdi. Gli Indù lo portarono via, i Musulmani fecero altrettanto. L’intera Assemblea cadde ai loro piedi.” (I.O. MS. 1728, fol. 239, 240.)

Sebbene sia diventata comune tra gli attuali Sikh la cremazione, l’Adi Granth non si sbilancia a favore di nessuna delle due pratiche mortuarie. Nel Guru Granth Sahib è detto:

 ‘'L’argilla della tomba di un Musulmano cade nella zolla di un vasaio. Da essa, i vasi sono modellati e i mattoni sono costituiti. Essa grida come se fosse bruciata. La povera creta brucia e piange e la cenere ardente cade continuamente da esso. Nanak dichiara: Dio Creatore del mondo che ha fatto Nanak da solo sa se sia meglio cremare o seppellire.” (Adi Granth, 466)

A Guru Nanak fu chiesto se fosse più corretta la cremazione Indù o l’inumazione Islamica... osservò che la migliore argilla per fare le pentole si trovava nei cimiteri, quindi, c’era comunque la possibilità che il corpo decomposto finisse per essere bruciato. (Owen Cole, Sikhism - An Introduction: Teach Yourself)

Gli inni dell’Adi Granth sono permeati di conoscenza Islamica, e la parola Allah è usata molte volte. Anche la Kalima, la professione di fede, è citata: “Non c’è Dio eccetto Iddio; Muhammad è il messaggero di Dio.” (Adi Granth, 141)

La ricerca dei suddetti studiosi testimonia che Baba Nanak era un vero Musulmano che ispirò gli Indù e i Musulmani del suo tempo attirando la loro attenzione verso i veri insegnamenti dell’Islam.

Bibliografia

1) Ansar Raza, Baba Guru Nanak, A Muslim Saint.

2) Anil Chandra Banerjee, Guru Nanak and his times, pag. 82.

3) Owen Cole, Sikhism - An Introduction: Teach Yourself.

4) Bennett, Coleman & Company, The Indian Year Book, Volume 23, pag. 2, 1841. Beiman in hindi-urdu significa traditore, infedele, disonesto, falso, senza fede (Iman).

5) Yoginder Sikander, Building bridges between Sikhs and Muslims: The Contribution of Khwaja Hasan Nizami.

6) Frederic Pincott, "Sufi Influence on the Formation of Sikhism" in "The World of the Sufi" di Idries Shah.

7) The Sikh enciclopedia, Shaikh Farid

8) Kahan Singh Nabha, Encyclopaedia of the Sikh Literature, Volume 2, pag 790. L’albero sarih è l’Alhizzia Lebbek.