I RISHI SUFI DEL KASHMIR

1. I RISHI SUFI DEL KASHMIR  2. L’AFFASCINANTE STORIA DEL MISTICISMO KASHMIRI  3. DALLA TRADIZIONE SOLARE DEL KASHMIR ALL’ISLAM

1. I RISHI SUFI DEL KASHMIR 

Il fattore che influenza maggiormente i Musulmani del Kashmir, circa la loro Kashmiriyat, ovvero l’identità Kashmira, è quello dell’ordine Sufi dei Rishi (in sanscrito vuol dire Saggio). La Kashmiriyat, in italiano diremmo la Kashmirità, è la concezione di storia e cultura comune a prescindere dalle differenze religiose e che si estende anche nell’attuale Azad Kashmir, dove la lingua parlata non è più il Kashmiri. Mentre gli ordini Sufi come la Suharwardia, la Kubrawia, la Naqshbandia e la Qadiria, arrivarono nel Kashmir da paesi come la Persia, l’Asia Centrale e l’India del Nord e Centrale, l’ordine Rishi si evolvette autonomamente nella valle stessa all'inizio del quindicesimo secolo. La valle del Kashmir era già permeata dalle tradizioni ascetiche Indù e dalle consuetudini rinunciatarie del Buddismo.  

                                                               

Il termine “Rishi” deriva sicuramente dalla tradizione Indiana e Sanscrita, sebbene alcuni studiosi Musulmani del Medioevo hanno tentato di dimostrare che esso derivi dalle parole persiane “raish” o “rish”, il cui significato è appunto “le penne o ali di un uccello”. Baba Dawud Mishkati, per esempio, fornisce una spiegazione piuttosto tortuosa. Un uccello spennato che non ha il controllo sui propri movimenti e dipende completamente dal vento. Questa delucidazione riguarderebbe anche il Rishi che essendo alienato dal mondo, condurrebbe una vita solitaria, lottando contro il destino. Questa e altre spiegazioni, comunque, non hanno entusiasmato il Musulmano medio del Kashmir, ed egli ha, di gran lunga, accettato l’origine Sanscrita del termine, il cui significato è identico a quello usato dagli Indù; cioè di Saggio.

I Rishi, i Poeti Veggenti, i Compositori dei Veda e delle Upanishad, erano del tutto persuasi che i loro mantra fossero ispirati dall’alto, che provenissero da piani superiori di coscienza ricolmi di una conoscenza segreta la cui penetrazione fosse riservata agli iniziati ai Misteri.

Infatti, la maggior parte dei Kashmiri, non associa al termine Rishi nessuna confraternita Sufi, ma lo utilizza per designare un qualsivoglia Sufi. 

Gli indigeni ordini Sufi dei Rishi, non si differenziarono solamente dalle istituzioni fondamentali dell’Islam, ma anche da altre confraternite Sufi, sia nella filosofia sia nella vita. Gli scrittori i cronisti che hanno descritto la storia del Kashmir, furono attratti da quell’unico percorso filosofico e di vita tracciato dai Rishi. Un importante cronista, Abu-l Fazl, li loda ripetutamente. Le sue narrazioni sono animate dallo stesso spirito: “La classe sociale più rispettata di questo paese (il Kashmir) è quella dei Rishi. Sebbene non abbiano abbandonato le loro forme di culto consuetudinarie (il taqlid islamico), sono autenticamente sinceri nell’adorazione. Non inveiscono contro nessun uomo di fede diversa. Non hanno sulla lingua il desiderio e non cercano la mondanità. Dalla semenza che spargono, la frutta cresce nelle zone più desolate acché gli uomini possano trarne beneficio. Si astengono dai piaceri della carne e non si sposano.”     

Sebbene l’Imperatore Moghul Jahangir non apprezzasse molto l’insegnamento dei Rishi-Sufi, queste sue parole lodano il loro operato:

“Non hanno cultura e conoscenza (marifa), ma vivono semplicemente e senza ostentazione. Non criticano nessuno. Non chiedono niente a chicchessia. Non mangiano carne, né si sposano. La semenza che spargono germoglia nei luoghi più impensati e chiunque può disporne, ma essi nulla chiedono in cambio.”

La vita ascetica e spirituale dei Rishi Musulmani del Kashmir assomiglia molto allo stile di vita dei Rishi Indù, e dei monaci Buddisti e Jain, detti Muni (in sanscrito i monaci sono chiamati “muni”, che vuol dire colui che pratica il silenzio). Baba Dawud Khaki descrive il Rishi come un asceta regolato da una disciplina differente rispetto a quella degli altri anacoreti. Non è vincolato dai piaceri mondani. Baba Nasib li definisce misericordiosi, pii e puri di cuore, e dichiara che la loro presenza ha trasformato il Kashmir in un Paradiso. Recidono ogni relazione mondana, non si sposano, né si preoccupano di crearsi una famiglia. La pietà è il loro addobbo (khirqa), trascorrono le notti nell’adorazione e il giorno venerano Allah incessantemente. Avendo abbandonato tutti i desideri mondani, sono riusciti a controllare le loro concupiscenze carnali.

Impegnandosi profondamente nella crescita spirituale attraverso la filosofia Islamica dell’Unità Divina (wahdat-ul-wajud), la quale non è diversa dalla filosofia Indù della non dualità (Advaita), i Rishi hanno predicato l’armonia e la pace tra le differenti fedi, e la comprensione reciproca tra i loro seguaci. Consapevole della conflittualità esistente tra gli Indù ed i Musulmani durante il regno del Sultano Sikandar Khan Lodi (1389-1413 d.C.), uno dei principali Rishi, lo Sceicco Nuru-d-din, alias Sahajanand, scrisse:

“Noi apparteniamo agli stessi genitori.

Perché c’è questa differenza?

Facciamo in modo che Indù e Musulmani (insieme)

adorino un unico Dio.

Noi venimmo in questo mondo come compagni.

Avremmo dovuto condividere le stesse gioie

e lo stesso dolore insieme.”

Lo stesso Sceicco Nuru-d-din affrontò come suo nonno delle restrizioni durante il regno di Suha Bhatt, il quale perseguitò i non Musulmani con un ritrovato zelo. Suha Bhatt, convertitosi all’Islam col nome di Saif-ud-Din, fu il Primo Ministro del Sultano Sikandar Khan Lodi. Suha Bhatt rase al suolo i più raffinati edifici e templi della geniale architettura Indù. Delle Moschee sorsero al loro posto. Sapienti Musulmani dall’Iran e da altre contrade furono invitati in Kashmir, ma le inclinazioni artistiche del popolo furono soffocate, la musica e la danza vennero proibite.

Il messaggio dello Sceicco Nuru-d-din non si limitò solamente agli Indù e ai Musulmani. Era rivolto all’intera umanità. Ecco perché i suoi detti ed i suoi versi sono divenuti così proverbiali che il popolo Kashmiri vi ricorre abitualmente in ogni occasione della vita. La popolarità dei suoi versi avvenne grazie all’intermediazione di altri Rishi, che li diffusero in un linguaggio comprensibile per la gran parte della gente.   

Il messaggio dato dai Rishi o dalle confraternite Sufi precedenti, s’incentrò sempre sul concetto dell’Unità Divina. In effetti, i Sufi giunti dall’Asia Centrale, avevano preparato il terreno per la comparsa dei Rishi e del loro potente messaggio di sintesi religiosa. 

Una delle poesie autobiografiche dello Sceicco Yaqub Sarfi dell’ordine Kubrawi recita:

“Oh, Sarfi! Qual è il beneficio che
trai dal pellegrinaggio,

se la Kaaba, il tempio e la taverna

non sono la stessa cosa per te.

Oh, Sarfi! Come su ogni parte un raggio è

caduto dalla Sua faccia per illuminare la notte,

impossibile è per te affermare che Somnath

non abbia la luce della Kaaba.

Io vedo la Sua bella faccia manifestata in

qualunque cosa io fisso. 

Sebbene guardo in centomila

specchi, in ognuno di essi solo una faccia si manifesta.” 

(La città di Somnath si trova sulla costa occidentale dell'India, nello stato del Gujarat. Questa zona originariamente era chiamata Prabhasa e fu qui che Sri Krishna fece in modo che i componenti della Sua dinastia lasciassero questo mondo, uccidendosi tra loro durante una gran battaglia. Il tempio principale di Somnath è quello del Signore Shiva nella forma di Somesvara).

Il nocciolo principale della contesa tra i Musulmani e gli Indù riguarda l’adorazione degli idoli. Nel Kashmir molti Sufi e Rishi non hanno esitato ad esprimere il loro amore per gli dei e le dee. L’adorazione degli idoli è considerato nella vallata un fenomeno dell’amore mistico. Hazrat Yaqub Sarfi, nacque nel 1521. Suo padre, era un nobile del Sultanato del Kashmir. Apprese il Corano a casa, memorizzandolo interamente già all’età di sei anni. Lo Sceicco Yaqub Sarfi dell’ordine Sufi dei Kubrawi definì orgogliosamente sé stesso un Kafir dell’Ishq (un miscredente dell’Amore Divino) ed agognò di ardersi nel fuoco dell’amore. Sfidò gli Ulema (i Dotti) che colpevolizzavano l’amore per gli idoli. Per gli eruditi delle Università Islamiche non esiste crimine maggiore dell’adorazione degli idoli. Al contrario, lui asserì ripetutamente che la sua fede era l'amore per gli idoli. Dietro questa provocazione, si celavano considerazioni e analisi molto profonde sull’idolatria (Shirk).

Il concetto di idolatria deve essere affrontato con molto rigore. Adorare una divinità oltre Dio, non significa necessariamente che quest’idolo sia fatto di legno o di pietra. Sono le nostre forme-pensiero che possono diventare degli idoli. Uno stile di vita o un’esperienza religiosa potrebbe essere un idolo. L’ammirazione cieca per il Profeta Muhammad è una forma di idolatria contraria alla decenza del Corano. Alcuni Musulmani hanno intravisto una relazione erotica tra Dio e Muhammad in base al seguente hadith (detto profetico): “Se non fosse per te, mio amore, non avrei creato l’universo”. Si tratta di una forma-pensiero. Milioni di Musulmani esaltano il loro sentimento di amore per Muhammad durante il rituale del Milad, l’anniversario della Sua nascita. Le loro parole sono simili alla serenata tra due innamorati: “Oh Muhammad, la Tua grazia è impareggiabile, non l’abbiamo mai vista prima. Oh Muhammad, mio amore, tu sei la sposa che batte nel mio cuore. Tu sei la bevanda salutare per i nostri cuori.” Queste liriche contengono un certo numero di espressioni erotiche che potrebbero far arrossire perfino Romeo dall’invidia. Muhammad è morto circa 1400 anni fa e molti credono che stia ancora bene in salute. Ciò risulta dalle parole pronunciate durante le loro preghiere, le quali invocano la stessa dignità, abbondanza, ricchezza e sufficienza che Dio aveva accordato ad Abramo. Prima dell’inizio delle preghiere collettive delle feste di Aidu-l-Fitr e di Aidu-l-Adha, si salmodiano le grida di giubilo dei compagni del Profeta che conquistarono la Mecca. Questi canti contengono le richieste fatte a Dio di prosperità e di benessere per le famiglie, le mogli, i discendenti e gli aiutanti dei compagni del Profeta di quel tempo. Da una prospettiva storica, è un rituale totalmente irrilevante e superato in relazione al contesto attuale. L'adorazione superflua per Muhammad è in contrasto con le prescrizioni del Corano. Il Corano contiene molti versetti che ingiungono ai Musulmani di non fare alcuna differenza tra i Profeti (4:152, 2:136). Esiste anche una ricompensa che Dio ha promesso a coloro che si asterrebbero dal fare distinzioni, e se qualcuno non lo considerasse il più grande tra tutti i Profeti, sarebbe ricompensato ugualmente. Ma l’istinto di idolatrare spesso sostituisce l'insegnamento del Corano.

“Non sono altro che un uomo come voi. Mi è stato rivelato che il vostro Dio è un Dio unico” (Corano 18:110)

Se non si sono distrutti i propri idoli interiori, le forme pensiero, abbiamo l’autorità di distruggere le statue e le icone altrui? Era questo il messaggio di Hazrat Yaqub Sarfi.

Jalal-d-Din Rumi pone sullo stesso piano i maestri e gli idoli. Per Rumi il maestro non è inferiore a un idolo, ma nemmeno superiore. Egli sostiene che Allah l’Altissimo abbia decretato che gli idoli siano il tramite dell’adorazione sincera, benché restino inconsapevoli.

(Jalal ad Din Rumi, L’essenza del Reale, Fihi ma fihi, Libreria Editrice Psiche, pag.197, 1995)

Nel Mathnawi questo concetto è spiegato in maniera più esaustiva:

“Vieni, ascolta, perché io sono un messaggero inviato per chiamare a Dio: come la morte, io sono l’assassino del desiderio, io non sono sottomesso al desiderio.

E se si trova del desiderio in me, io lo domino: io non sono schiavo del desiderio per il viso di un idolo.

Ma la natura più profonda spezza gli idoli, come fece Abramo, l’Amico di Dio, e tutti i Profeti.

Oh schiavo, se io penetro nel tempio degli idoli, è l’idolo, e non io, che si prostrerà in adorazione.

Ahmad (Muhammad) e Bu Giahl andarono entrambi nel tempio degli idoli; ma esiste una gran differenza nei due comportamenti.

Muhammad entra, e gli idoli si prosternano davanti a lui; Bu Giahl entra ed è lui a inchinarsi dinanzi a loro, come tutti d’altronde.

Questo mondo, associato al desiderio, è un tempio di idoli: è una dimora in cui si trovano contemporaneamente i Profeti e gli infedeli.

Ma il desiderio è schiavo dei santi: l’oro non brucia nel fuoco perché è moneta di ottima lega estratto dalla miniera. Gli infedeli sono un tipo di lega, mentre i santi sono oro puro.”

 

(Jalal ad Din Rumi, Mathnawi, Libro Quarto, versetti 812-820) 

La relazione tra i Sufi inclini al misticismo e i conservatori Ulema non fu mai così cordiale nel Kashmir. Se negli altri paesi i Sufi erano emarginati, nel Kashmir erano delle figure influenti e dominanti. Questa è la differenza tra la società Islamica Kashmiri e le società Musulmane d’altri luoghi. Questa caratteristica permise al Sufi Kashmiri di riprendere all’occasione il dottore della legge ed il predicatore delle scuole confessionali, contrariamente a quanto avviene negli altri paesi Musulmani. Nel Kashmir, l’Ulema non abusò mai del Sufi.

Lo Sceicco Nuru-d-din, ad esempio, si permetteva di criticare apertamente quei Mullah che recitavano pubblicamente il Corano a fini di lucro. Li definì il modello dell’ipocrisia per eccellenza, il quale rappresenta uno dei maggiori crimini dell’Islam. I Mullah aspiravano alla conoscenza per ragioni puramente egoistiche. Li descrisse con le seguenti parole: “Indossano grandi turbanti e lunghi abiti talari: hanno dei bastoni da passeggio, vanno a zonzo vendendo le loro preghiere e i loro digiuni in cambio di cibo.” I Rishi Sufi intonavano talvolta questo ritornello ai predicatori religiosi:

“Una guida spirituale assomiglia ad una pentola piena di nettare,

dalla quale stillano delle goccioline.

Avendo un mucchio di libri accanto a lui,

può confondersi leggendoli.

Esaminandolo lo troveremmo vuoto di mente.

Mentre predica agli altri dimentica sé stesso.

Oh Mullah, il tuo rosario è come un serpente,

inizi il conteggio dei grani quando

i tuoi discepoli si avvicinano.

Mangi sei pasti uno dopo l'altro,

se tu sei un Mullah, allora chi sono i ladri?”

Lo Sceicco Nuru-d-din in un messaggio dallo stile quasi profetico emette la valutazione seguente sull’uomo dell’era del Kali-Yuga (in sanscrito significa “l'era della discordia e dell'ipocrisia”):

“Il popolo del Kali-Yuga in ogni casa

aspirerà alla santità,

come una prostituta quando balla.

Aspirerà all’innocenza e all’estrema gentilezza,

ma non seminerà fagioli, semi di cotone o grano.

Eccellerà come ladro vivendo illegalmente,

si nasconderà riparandosi nella foresta.”

I mistici Kashmiri custodiscono fermamente le tecniche meditative appartenenti al bagaglio spirituale dell’India. Fanno molto uso di varianti del “zikr pas-e-anfaas” (lo zikr che sorveglia il respiro). Queste pratiche sono simili alle varie tecniche presenti nel pranayama dell’Hatha-Yoga diffuse sul territorio Indiano. Queste tecniche meditative furono praticate inizialmente dalla tradizione Yoga Shivaita del Kashmir prima dell’avvento dell’Islam. I Sufi hanno aggiunto alla tecnica meditativa la ripetizione del Huwa (Lui, Dio) alla parola di Allah.

L’AFFASCINANTE STORIA DEL MISTICISMO KASHMIRI

L’annessione all’India dello Stato del Jammu e Kashmir risale a circa 60 anni fa. L'evento più sorprendente di quel tempo tempestoso della nostra storia, fu il fatto che i secolarizzati Musulmani Kashmiri rimasero impassibili nel momento in cui una dimostrazione di coraggio era necessaria. Non fu privo di significato, diversamente dai Musulmani dei distretti di lingua Panjabi di Mirpur e di Punch, la loro astensione dalle vicende politiche regionali, mentre delle orrende carneficine si perpetravano tra gli Indù e i Musulmani. Invece di dar manforte ai loro correligionari, i Musulmani Kashmiri aspettavano di dare il benvenuto alle truppe Indiane aiutando gli invasori a razziare le tribù Musulmane del Pakistan. La situazione attuale è che la regione a maggioranza Musulmana del Kashmir è caduta da anni nella morsa del separatismo.    

Si è creata l’impressione generalizzata che il Kashmir si accontenti di un sistema di decentramento amministrativo gestito da opportunisti rampolli della politica. Tranne i misfatti di alcuni gruppi minoritari ed isolati finanziati dall’estero, la gran massa della popolazione resta costantemente secolarizzata. Attualmente il Musulmano medio del Kashmir aspetta il ritorno dei suoi fratelli e dei suoi Pandit (lo studioso delle Scritture Sacre) che hanno lasciato la vallata per ritirarsi a combattere sulle montagne. Rashmi Sehgal ha riportato recentemente nel “Times of India” che i pochi Pandit Kashmiri ritornati nella regione, hanno ricevuto un’accoglienza calorosissima.

I Musulmani Kashmiri sorprendendo tutti gli osservatori, hanno accolto per anni i rifugiati Indù provenienti da altre parti dell’India, nell’attesa che la riappacificazione gli avrebbe permesso il ritorno nella loro terra di origine. Per ritorsione alla demolizione della Moschea Babri ad Ayodhya da parte degli Indù, i Musulmani distrussero numerosi Templi Induisti sia nel Bangladesh Musulmano sia nel Pakistan; ma per un caso anomalo, i Templi del Kashmir come ha dimostrato un video realizzato dal periodico “India Today”, rimasero indenni dalla frenesia che si era scatenata in tutto il Subcontinente Indiano.

La profonda secolarizzazione del Kashmir par avere una natura mandataria. Ma da dove proviene questo mandato? Emana dalla composita cultura Indostana? Qual è la sorgente di questo collegamento strettissimo ed interno con l’India? Perché per i Musulmani Kashmiri è così importante la Kashmirità? La risposta giace nella natura eclettica e sincretica della filosofia di vita dei Musulmani Kashmiri, nel loro credo spirituale. Si tratta dell’impatto lasciato dai Sufi e dai Rishi sulla cultura Islamica locale, la quale sintetizza gli insegnamenti del Profeta Muhammad con quelli dei saggi dell’Induismo, del Buddismo e del Giainismo. Seppur in altre aree dell’India le credenze pre-islamiche siano presenti, solamente il Kashmir può rivendicare consapevolmente l’antico retaggio, in particolare quello Vedico e Buddista.    

La spiegazione potrebbe rintracciarsi nella peculiarità storica dell'espansione Islamica in questa regione. Non esistono testimonianze storiche precise sullo straordinario numero di conversioni alla religione Musulmana avvenute nel Kashmir, dichiara con rammarico Sir Thomas Arnold nel suo libro “Preaching of Islam.” Qualsiasi informazione, seppur insignificante, rimette questo fenomeno sorprendente nelle mani del movimento missionario formato da Sufi, Fachiri, Dervisci e Ulema. I missionari Musulmani entrarono nella vallata, secondo le parole di W. R. Lawrence (The Valley of Kashmir), quando il paese era infestato da ubriaconi e da giocatori d'azzardo. Quest’atmosfera si adattava perfettamente alla diffusione di una religione nuova o di una filosofia rinnovatrice. 

Il “Rajatrangini” (letteralmente “Il fiume dei Re”) è un’opera che enumera i personaggi importanti del Kashmir. Fondamentalmente fornisce una cronologia simile a quella Egiziana e a quella Biblica, ma il bello è che questi nomi sono in Sanscrito. Numerosi studi hanno individuato lo stretto legame esistente tra la tradizione Occidentale e la Kashmiri. Il caso della tomba di Gesù è il più emblematico, essa si troverebbe nel quartiere Mohala Kan Yar della città di Srinagar, ed è chiamata Roza Bal (“Il posto della Tomba Onorata”).

Nell'introduzione alla sua traduzione inglese del “Rajatrangini”, il Dr. M. A. Stein sostiene che l’Islam penetrò nella vallata pacificamente convertendo la popolazione locale gradualmente. Il terreno fertile sul quale si realizzò questo processo, fu preparato dai predicatori provenienti dall’Asia Centrale e Meridionale. Bulbul Shah, conosciuto pure come Sharafu-d-Din Syed Abdur Rahman Turkistani, fu uno di questi mistici avventurieri che conseguì il primo vero successo convertendo all’Islam il Principe Tibetano Ranchan Shah, col nome di Sadru-d-Din.   

La conversione di Ranchan Shah, conosciuto pure come Ratanju, Ratanchan e Ranju Shah, avvenuta all’inizio del quattordicesimo secolo, fu seguita da quella di suo cognato e comandante in capo delle forze armate, e da altri notabili. La ragione principale della conversione di Ranchan fu il rancore che nutriva nei confronti dei Bramini, i quali gli avevano impedito l’accesso alla Casa Reale Indiana. Si vendicò sui Bramini convertendo un gran numero di loro all’Islam. Tuttavia, fu soprattutto il fascino del misticismo che dette una mano all’espansione Islamica nella regione.

Il Principe Tibetano collocò la residenza del riverito Santo Bulbul Shah sugli argini del fiume Jhelum, o secondo la tradizione Induista sulle rive del fiume Vitasta che sgorgò per volontà di Shiva. Questo luogo è conosciuto come Bulbul Lankar e oggi è in rovina. La prima moschea nel Kashmir fu costruita su questo luogo. Il fiume Jhelum fu chiamato Hydaspes dai Greci antichi che lo consideravano una divinità. Il poeta Greco Nonnus considera Hydaspes un dio titanico disceso, il figlio del dio del mare Thaumas e della dea delle nubi Elektra. Hydaspes era fratello di Iris, la dea dell'arcobaleno, e fratellastro delle arpie, che in origine erano dei venti, talmente forti, da poter sollevare gli uomini e portarli via. Siccome il fiume Jhelum era in un paese straniero, non è chiaro se il fiume avesse assunto il nome della divinità, o se il dio Hydaspes avesse preso il nome dal fiume. Nuovamente la tradizione occidentale e l’orientale si incontrano spiritualmente nel Kashmir.

Bulbul Shah morì nel 1327 d.C. Era un Seyyed (discendente del Profeta) Turcomanno e secondo alcuni storici fu un discepolo dello Sceicco Shihabu-l-Din Suhrawardi. Altri credono che fosse un allievo di Shah Nimatullah Wali, un Khalifa della confraternita Suhrawardia (Bulbul in turco e in persiano significa usignolo. L’usignolo che oscilla sui rami degli alberi è il simbolo dell'unione tra la terra ed il cielo).

Molti altri Seyyed arrivarono nella vallata ed incoraggiarono l’ulteriore espansione dell’Islam. Tra i più importanti segnaliamo:

1. Seyyed Jalalu-d-Din di Bukhara, conosciuto come Makhdum Jahanian Jahangir, il discepolo dello Sceicco Rukunu-d-Din Alam, arrivò nel 1348 d.C. e lasciò il Kashmir dopo un breve soggiorno.

2. Seyyed Taju-d-Din, il cugino di Mir Seyyed Ali Hamadani (Shah Hamadan), arrivò nel 1360 d.C. durante il regno di Sultan Shahabu-d-Din. Era accompagnato da Seyyed Masud e Seyyed Yusuf, un suo discepolo, che giace seppellito vicino alla sua tomba nella Mohalla di Shahabu-u-Din Pura.

3. Seyyed Hussain Semnani, fratello minore di Seyyed Taju-d-Din, un allievo dello Sceicco Rukunu-d-Din Alam, giunse nel 1373 d.C.

I fatti suggeriscono che i due fratelli, Seyyed Taju-d-Din e Seyyed Hussain furono inviati nel Kashmir da Seyyed Ali Hamadani, meglio conosciuto come Hamadan Shah, per rifugiarsi dalle persecuzioni di Tamerlano (Timur-i Lenk, cioè Timur lo Zoppo), il quale intendeva sterminare questa famiglia potente e ingombrante per via di considerazioni politiche.

Shah Hamadan favorì straordinariamente l'espansione dell’Islam nella valle del Kashmir. Nato nel 1314 d.C. a Hamadan in Persia, il Seyyed era figlio di Seyyed Shahabu-d-Din. Cominciò a memorizzare il Santo Corano nella sua fanciullezza, poi studiò teologia e successivamente fu iniziato al Sufismo da suo zio materno Seyyed Ali-u-d-Din. Più tardi divenne discepolo dello Sceicco Sufi Abdul Barkat Taqiu-d-Din, e dopo la morte di quest’ultimo fu allievo dello Sceicco Sharifu-d-Din Mahmud Muzdaqani. Tutti i suoi insegnanti gli consigliarono di completare l’istruzione viaggiando in lungo e in largo per il mondo. Shah Hamadan seguì questa raccomandazione e visitò molti paesi. Nell’arco di ventuno anni ebbe l’occasione di incontrare molti Sufi e di conoscere numerose forme di misticismo in varie parti del mondo. Appena rientrò al suo paese natio, Tamerlano iniziò la persecuzione dei Seyyed. Costretto a ritornare nel Kashmir, fu accolto da rifugiato secondo il vero spirito della tradizione Indiana. Settecento Seyyed lo riaccompagnarono nel Kashmir durante il regno del Sultano Shahabu-d-Din, nell’anno 1372 d.C.

Il trasferimento di un numero così rilevante di Seyyed insieme a Shah Hamadan, favorì la conversione accelerata della gran massa del popolo Kashmiri all’Islam mistico. Ecco l’elenco dei più importanti personaggi che seguirono Shah Hamadan: Mir Seyyed Haidar, Seyyed Jamalu-d-Din, Seyyed Kamal, Seyyed Kamal-i- Saini, Seyyed Jamalu-d-Din Alai, Seyyed Foroz alias Seyyed Jalal, Seyyed Mohammad Kazim, Seyyed Rukunu-d-Din, Seyyed Mohammad Qureishi e Seyyed Azizullah.

Questi teologi e mistici fondarono degli eremi in tutta la regione che fungevano da centri di propaganda. Si sostiene che il mausoleo di Shah Hamadan sia stato eretto sul luogo in cui Vitasta aveva il suo eremitaggio. Nel “Nilmata Purana”, Vitasta è la dea di più alto rango visibilmente nata sull’Himalaya. Nel suo rifugio esaminò la preparazione religiosa ed i poteri soprannaturali dei teologi Indù. Vitasta ha lasciato un'impronta indelebile nella memoria e nel patrimonio folcloristico del popolo Musulmano del Kashmir.

Nella nuova ondata di Seyyed che arrivò dal Turkestan nel 1396 d.C. c’era il figlio ventiduenne di Shah Hamadan, Mir Mohammad. Trecento Seyyed entrarono questa volta nel regno del Sultano Sikandar Khan Lodi. Il Primo Ministro del Sultano fu un Bramino di nome Malik Siya Butt.

 

Entusiasmato dal dialogo avuto con Mir Mohammad, Siya Butt si convertì con la sua famiglia e a molti dei suoi seguaci all’Islam, assumendo il nome di Malik Safiu-d-Din. Successivamente, concesse la mano di sua figlia convertitasi all’Islam col nome di Bibi Barea a Mir Muhammad.

 

Seyyed Mir Mohammad proibì la distillazione e la vendita del vino. Il giuoco d’azzardo e il Sati (cioè il suicidio rituale della moglie, rimasta vedova, che si immola sulla pira funebre del marito) furono vietati. Morì nel 1354 d.C. e fu bruciato vicino a suo padre Khatlan.

L'arrivo di un gruppo numerosissimo di Seyyed nel Kashmir fece grande impressione nella valle. La rivista “Islamic Culture in Kashmir” così commenta questo fenomeno:

"Profondamente imbevuti di Sufismo del paese da cui provenivano, questi Seyyed imitarono le tendenze mistiche proprie del Buddismo e del Vedantismo col colore dell’Islam. Forse disgustati dalle atrocità di Tamerlano, cercarono di dimenticare la repressione subita in Asia centrale rifugiandosi nell’astratto pensiero Indiano.”

Col. Newall nella rivista “Bengal Asiatic Society” afferma:

“Non ci si può dimenticare che la mente umana non è mai stata versata verso il misticismo e la contemplazione quando i tiranni fioriscono, e nel caso presente, non c’è dubbio, la collera di Timur si era accanita contro questi Seyyed, i quali forse avevano adottato un linguaggio ed un comportamento autonomo rispetto alla politica del grande conquistatore.”

I Sufi posteriori hanno asserito che la presenza di questi Seyyed modificò naturalmente il misticismo pronunciato del Kashmir. Alla pari dei Rishi (Saggi, Veggenti), dei Baba (Reverendo o Maestro religioso) o degli Eremiti, i Sufi favorirono notevolmente l'espansione dell’Islam, grazie alla loro pietà e al loro spirito di autoabnegazione assoluto.

Anche se il Re Moghul Jahangir non apprezzasse molto l’insegnamento dei Rishi Sufi nelle sue Memorie scisse:

 

“Sebbene non abbiano una buona conoscenza religiosa, sono estremamente semplici e senza finzione. Non si approfittano di nessuno, controllano i desideri della lingua e sorvegliano i passi dei loro piedi. Non mangiano carne, né hanno mogli. La frutta copiosa che proviene dagli alberi che hanno piantato è disponibile per tutti gli uomini, ed in cambio al servigio non chiedono nulla. Ci sono così duemila persone.”

I Rishi Sufi come lo Sceicco Nuru-d-Din, Baba Pom Rishi, Baba Bamu-d-Din, lo Sceicco Hamza Makhdumi, Seyyed Ahmad Kirmani, Seyyed Muhammad Hisari e Baba Zainu-d-Din, coll’esempio dei loro precetti spianarono piano piano la via all’Islam, convertendo sistematicamente l’intera vallata.

Il cronista Muhammad Qasim conosciuto come Farishta, che in Urdu vuol dire “Angelo” (1033 Egira/1623 d.C), e Abu-l-Fazl Allami bin Mubarak (1551-1602 d.C), uno storico e biografo Sufi dell’Imperatore Moghul Akbar, hanno lodato nei loro scritti i Rishi Sufi. Si astenevano dal lusso, vivevano di bacche e frutta selvatica sulle montagne, in angoli remoti nei quali meditavano in solitudine. In alcuni casi costruirono dei sacrari, molti dei quali esistono ancora oggi e attestano le virtù del loro fondatori. Questi santuari formarono anche dei religiosi che apportarono benefici e virtù morali all’umanità.

Avendo plasmato completamente la società Kashmiri, lo Sceicco Nuru-d-Din è considerato il Santo nazionale del Kashmir. I suoi genitori appartennero alla famiglia dei Raja della tenuta di Kishtwar. Abbracciarono l’Islam grazie all’opera del Sufi Yasman Rishi, il più giovane fratello dei Rishi Palasman e Khalasman. Yasman Rishi è ricordato per il potere che aveva di viaggiare sulla schiena di una tigre nutrendosi solamente con una tazza di latte di capra selvatica. Ebbe anche cura dell’educazione dello Sceicco Nuru-d-Din.

Nato nel villaggio di Kemoh nel 1379 d.C., lo Sceicco Nuru-d-Din rinunciò al mondo prematuramente e si ritirò nelle caverne a meditare. Si narra che abbia vissuto come un selvaggio per dodici anni nutrendosi solo di erba. Dopo quest’esperienza, si sostenne solamente con una tazza di latte al giorno, ed alla fine arrivò ad alimentarsi solo con dell’acqua per due anni e mezzo prima di morire all’età di 63 anni, sotto il Regno del Sultano Zainu-l-Abidin nel 1442 d.C. La sua tomba si trova a Chara-e-Sharif, una località a 15 chilometri da Srinagar, ed è visitata giornalmente da migliaia di persone. Gli aneddoti circa la semplicità e la purezza della sua vita sono sulla bocca di tutti i Kashmiri. Un gran numero di persone fu entusiasta di convertirsi all’Islam per la semplicità della sua esistenza e per la chiarezza dei suoi insegnamenti. Non dovrebbe meravigliare se la distruzione della sua tomba operata dalle forze armate indiane qualche anno fa, abbia scandalizzato il popolo Kashmiri causando un immenso cordoglio tra i musulmani dell’India intera.

La dinastia Moghul contribuì ulteriormente all’espansione dell’Islam favorendo l’arrivo di numerosi Ulema e mistici nella valle. I miracoli di Seyyed Shah Faridu-d-Din Qadiri di Baghdad impressionarono i Rajput di Kishtwar che si convertirono all’Islam sotto il Regno di Aurangzeb. La sua conversione fu seguita dalla maggioranza dei suoi sostenitori. Questo processo si protrasse durante i Regni Afgani.

L’islamizzazione del Kashmir iniziò con Bulbul Shah e continuò con una valanga di Sufi, Mistici, Rishi, Fachiri, Ulema ed intellettuali. Né generali, né guerrieri, né conquistatori furono coinvolti. Questo dato deve farci riflettere sulla natura mistica e tollerante della regione. Nonostante gli errori politici commessi, è difficile vedere un Kashmir cadere sotto le maglie dell’oscurantismo religioso. Al contrario, il Kashmir potrebbe essere ancora un faro di crescita spirituale.

DALLA TRADIZIONE SOLARE KASHMIRA ALL’ISLAM

Tra i templi più famosi del culto del Sole nei primi tempi del bramanesimo, vi è quello di Martand nel Kashmir. Questo tempio fu distrutto dal Sultano Sikandar. Lo storico Ghulam Hassan riporta che nonostante tutti gli sforzi compiuti per distruggerlo, il Tempio di Martand restò intatto per oltre un anno. Pare che la combinazione di elementi culturali Buddisti, Iranici, Greci, Mongoli, oltre all’azione dei Mistici e dei Sufi abbia permesso la conservazione della tradizione solare Kashmira e Indiana nell’architettura Moghul. Questi motivi erano già presenti nel 13 secolo in Iran e furono anche importati in India nel 16 secolo. È degno di nota che questo simbolo si ritrovi nelle decorazioni a mosaico della Moschea del Venerdì di Isfahan. Sui monumenti di pietra del Loristan (Iran) e nella Moschea Taynal di Tripoli (Libano) si vedono ugualmente delle bellissime svastiche. Sulla cima della Moschea centrale di Samarcanda lungo la Silk Road, vi è un Sole che ha tre occhi e dei lunghi raggi. Ai suoi lati ci sono due tigri del Bengala. I muri sono decorati con delle svastiche. Tamerlano costruì questa Moschea dopo le sue incursioni nel Nord dell’India con l’aiuto di artigiani Indiani e Persiani. La popolarità del simbolismo solare si impose sugli scettici.

Di primo acchito, si direbbe che la tradizione solare Musulmana sia un retaggio dell’era pre-islamica nelle diverse fasi del processo di interazione culturale fra i popoli. Esiste anche un sentimento assai diffuso che l’Islam sia una religione lunare. Infatti, la mezzaluna è presente su tutte le bandiere dell’Islam, mentre il Sole fu usato solamente sui vessilli dell’Emirato dello Shammar (1819-1921). Questa interpretazione è meramente riduttiva. Al contrario, è quando ci volgiamo alla comprensione degli episodi della vita della Famiglia del Profeta che il capirne il senso nascosto (batin) e il penetrare in esse diviene, dal punto di vista esoterico, più chiaro. Il famoso hadith del Sole che riapparve per permettere all’Imam Ali, la pace sia su di Lui, di compiere la preghiera del pomeriggio, nasconde un palese simbolismo solare. Esso ci suggerisce di ritornare sulla via solare, perché essa è parte integrante dell’Islam. Il popolo Kashmiri convertendosi all’Islam, ha rigenerato con la sua eredità solare l’Ummah (la comunità islamica) di rinnovata conoscenza. 

L'avvento dei Moghul ha rappresentato un capitolo nuovo nella storia dell'arte indiana Islamica. Contrariamente agli Indù che si appoggiavano sulla scultura, i Moghul hanno abbellito i loro edifici con decorazioni Solari. Il Sole ha potuto così vivere inanimato nell’attesa del chiarore aurorale. Antichi simboli e motivi sono stati conservati nelle decorazioni dell’arte Moghul e i simboli di lieto auspicio quali ─ il purnakalasa (il vaso dell'abbondanza floreale), il padma (il simbolo del loto incarnò il primo simbolo della creazione, la forza creativa ed universale che salta dalla terra), la gavaksa (la finestra, cioè i templi scavati nella roccia intesi come terzo occhio) e la kirtimukha (la “faccia di gloria”, il viso di divinità posto sopra le porte dei templi), la svastica (la croce uncinata che rappresenta i quattro aspetti di creazione e movimento), i cakra (le ruote dell’energia), la srivatsa (il nodo infinito è un simbolo di buon auspicio, fortuna ed amicizia. Regalare un nodo infinito crea un legame speciale tra chi dona e chi riceve. Il nodo, per la complessità dell'intreccio che lo raffigura, ricorda che tutti i fenomeni e gli eventi della vita sono concatenati tra loro, formando un destino che non è mai casuale), la satkona (le sei punte della stella indicano l’unione dei principi maschile e femminile) ─  si sono tramandati all’interno del patrimonio spirituale Islamico.

Nell’arte Moghul, gli edifici del Sovrano Akbar hanno per motivo ornamentale dei disegni geometrici a forma di svastica. Quattro modelli di svastica si trovano su entrambe le facciate di ingresso alla Tomba di Akbar a Fatehpur Sikri (“la Città della Vittoria”). Sono dei mosaici raffinati di diverse pietre colorate. Il motivo della Svastica è intagliato altresì sulle grate del suo quinto piano. Le svastiche di Fatehpur Sikri sono usate su larga scala. A Palazzo Birbal, il modello della svastica si associa a disegni geometri intagliati su pietra. Il simbolo dello svastica è dipinto suoi bordi degli zoccoli della parete dell’edificio Sultana.  Su alcuni dei contropali della Dargah del grande Maestro Sufi Salim Chisti, i modelli della svastica si associano ad altri disegni geometrici. La svastica è presente sul Palazzo dell’Imperatore Jahangir lungo i bordi stuccati ed è anche incisa sugli stipiti di pietra.

                                  

Fin dall’antichità i simboli dell’Iran sono stati il Leone e la Svastica. Il Leone è l’Imam Ali, la pace sia su di Lui, che è anche chiamato il Leone di Allah, Asadu-Allah. Il segno zodiacale del Leone ha per domicilio il Sole, che è anche la dimora dell’Imam Ali, la pace sia su di Lui. Gli altri Imam dello Sciismo Islamico, la pace sia su di Loro, seguono a ruota libera, ed hanno simbolicamente il loro domicilio negli altri segni dello zodiaco. Tutti questi segni sono attraversati dal moto del Sole e sono un’unica luce. I quattro raggi della Svastica rappresentano anche simbolicamente i quattro punti cardinali posti sulla fascia zodiacale e i quattro elementi della natura (Fuoco, Aria, Acqua, Terra). Questi elementi sono la colonna portante dello Zodiaco e rappresentano la composizione fondamentale di tutte le strutture materiali ed organiche. Ma i quattro raggi solari della Svastica sono rappresentati simbolicamente nel Sunnismo Islamico dal movimento impresso dai quattro Califfi ben Diretti, che Allah sia soddisfatto di Loro, alla storia della Comunità Islamica (Ummah)…

                                           

 

Bibliografia

1.      Sultan Shaheen, Kashmir: Where Sufis are Rishis and Rishis are Sufis, Jammu & Kashmir Archives.

2.      Mesbah Uddin, The idolatry that has sneaked into Islam, News from Bangladesh, September, 2005.

3.      Jalal ad Din Rumi, L’essenza del Reale, Fihi ma fihi, Libreria Editrice Psiche, pag.197, 1995

4.      Jalal ad Din Rumi, Mathnawi, Libro Quarto.

 

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