IL SUFISMO E LO YOGA
DI MUHAMMAD GHAWTH
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“I Nath Yogi
quando si trovano tra i Musulmani, sono scrupolosi a riguardo del Ramadan e
della Preghiera rituale, ma quando sono con gli Indù, praticano la religione di
questo gruppo”.
“Baba Ratan il pellegrino (Hajj), quello è Gorakhnath,
essendo stato assistente e compagno del Profeta Muhammad. Istruì il Messaggero
Riverito dell’Islam insegnandoGli il percorso dello Yoga”.
Versi tratti
dal “Dabistan al-madhahib” di Mobad Shah, Bombay, India, 1262/1846. (testo in
persiano)
1.
LA CANONIZZAZIONE DELLO YOGA DI MUHAMMAD GHAWTH 2. L’EVOLUZIONE DELLA SHATTARIYYA DOPO LA MORTE DI
MUHAMMAD GHAWTH
1. LA CANONIZZAZIONE DELLO YOGA DI MUHAMMAD GHAWTH

Qual è stata la relazione tra il Sufismo Islamico e lo Yoga nella storia? Il problema dell'influenza dello Yoga sul Sufismo fu sollevato inizialmente da alcuni Orientalisti della mistica Islamica, i quali si accorsero della presenza millenaria dei Musulmani nel Subcontinente Indiano. Gli Orientalisti, che erano animati da pregiudizi inveterati contro l’Islam e la ritenevano una religione intollerante, presumevano che le tendenze mistiche della tradizione Islamica avessero una provenienza esterna al corpo della Ummah (la Comunità dei Musulmani).
Cominciò così la ricerca infruttuosa sulle origini del Sufismo nelle dottrine monastiche Cristiane, nel Buddismo, nello Sciamanesimo e nello Yoga. Oggigiorno, il consenso degli studiosi accetta il Sufismo come fenomeno religioso orientato dal Corano e dal Profeta Muhammad, la pace sia su di Lui. Qualcuno sostiene che le pratiche Sufi del controllo del respiro e della meditazione siano in qualche modo dedotte dagli esercizi Yogici Induisti o Buddisti; ma non esiste la minima prova a sostegno di questa tesi. Ho dedicato una notevole quantità di tempo a ricercare dei testi che evidenziassero il legame esistente tra il Sufismo e lo Yoga. È innegabile che certi Sufi in India siano consapevoli di praticare delle tecniche Yogiche, ma a livello testuale questi approfondimenti sono rari.
La diffusione dello Yoga nel mondo Musulmano iniziò ottocento anni fa con un trattato tradotto in quattro lingue: Arabo, Persiano, Urdu e Turco. In questo più che ovvio interesse Islamico per la pratica Yogica, è chiaro che lo Yoga fu integrato nella pratica Sufi esistente, poiché non facente parte della stessa tradizione Sufi.
Il
trattato in questione è uno dei più insoliti esempi d’incrocio culturale negli
annali degli studi religiosi. L’Amritakunda o “La Vasca del Nettare”, è il nome
di un testo Sanscrito o Hindi, il cui manoscritto originale è andato perduto.
Fu tradotto in Arabo stando all'introduzione del libro nel 1210 nella regione
del Bengala col titolo “Hawd ma' al-hayat” (La Vasca dell'Acqua della Vita).
Per ragioni troppo complesse da spiegare qui, quest’affermazione è inesatta. Il
traduttore vero dell’opera sembra essere uno studioso Persiano della scuola
filosofica Illuminativa, probabilmente del quindicesimo secolo; questo filosofo
ignoto si diresse successivamente in India ad apprendere gli insegnamenti
dell’Hatha-Yoga secondo la tradizione Nathista. Il traduttore anonimo incorporò
nell'introduzione del libro due narrazioni simboliche; la prima dal cosiddetto “Inno
della Perla” degli Atti di Tommaso, la seconda è una traduzione parziale di un
trattato in lingua Persiana intitolato “Risala fi haqiqat al-ishq” (Messaggio sulla Realtà dell’Amore), originariamente scritto dal
filosofo Illuminativista Shihab al-Din al-Suhrawardi il Martire
(al-Maqtul).
La diffusione delle copie
del manoscritto Arabo (“Hawd al-hayat”) dell’Amritakunda raggiunse tutti gli
angoli del mondo Islamico. Almeno quarantacinque copie sono state trovate tra
le biblioteche Europee e quelle dei Paesi Arabi, anche se la maggioranza di
esse era conservata ad Istanbul. Il contenuto del testo era così insolito che,
forse per errore, la paternità era stata frequentemente attribuita al grande
Sufi Andaluso Muhyi al-Din Ibn al-‘Arabi. Quest’attribuzione è sicuramente
erronea. Il vocabolario del testo è formato soprattutto da termini tecnici
Arabi presi in prestito dalla filosofia ellenistica con l’aggiunta di parole
tratte dal lessico del Corano e del Sufismo. Il traduttore lavorò strenuamente
per rendere le pratiche Yogiche filosoficamente comprensibili al lettore di
lingua Araba. Inoltre, il testo “Hawd al-hayat” rappresentava solamente
l'inizio del lancio dell'Amritakunda nel mondo Islamico.
Il trattato
“La Vasca dell'Acqua della Vita” (Hawd ma' al-hayat) spicca tra le molte
traduzioni dal Sanscrito all’Arabo e al Persiano, perché in esso si enfatizzano le pratiche
spirituali Indiane più che le dottrine. Sebbene al-Biruni (973-1051) abbia
tradotto lo “Yogasutra” di Patanjali in Arabo, si focalizzò soprattutto su
questioni filosofiche ed omise le tecniche per la recitazione delle formule
Mantriche. La maggior parte dei testi Sanscriti tradotti in Persiano durante il
periodo Mughul furono scelti per il loro interesse filosofico, mentre ebbe poca
rilevanza la pratica spirituale.
“La
Vasca dell'Acqua della Vita” (Hawd ma' al-hayat) fu conosciuto da numerosi
mistici Musulmani dell'India, i quali appresero con interesse gli esercizi
respiratori e i canti liturgici degli Yogi annotando attentamente le somiglianze e le differenze
con le loro tecniche meditative. Lo Shaykh ‘Abd al-Quddus Gangohi (morto nel
1537) familiarizzò con lo Yoga della tradizione Nath arrivando perfino a
scrivere dei versi in Hindi e ad insegnarla ad un suo discepolo. Nel sedicesimo
secolo, il maestro Sufi Indiano della confraternita Shattariyya Muhammad Ghawth
Gwaliyari (1502-1563), discendente del grande Maestro Sufi
Fariduddin Attar, tradusse “La Vasca dell'Acqua” dall’Arabo in Persiano con un titolo completamente
nuovo: “Bahr al-hayat” (L'Oceano della Vita).
Ci sono almeno due altre
traduzioni in lingua Persiana comunemente conosciute del testo Arabo; una di
queste circolava fra gli studiosi Persiani della provincia del Fars nel
diciassettesimo secolo, e fu proprio in questa terra che il viaggiatore
italiano Pietro della Valle ne acquistò una copia nel 1622.
I Sufi del Sind ed in
Turchia continuarono a riferirsi al “Hawd al-hayat” fino al diciannovesimo
secolo. Il testo Arabo fu tradotto due volte sotto l’Impero Ottomano, e la
traduzione Persiana di Muhammad Ghawth fu resa disponibile anche in lingua
Dakhani Urdu (è un derivato composito di Persiano, Arabo, Telugu, Marathi e
Hindi. Divenne la lingua dei Sufi Fakir del Deccan).
Ci concentreremo qui
sulla traduzione in lingua Persiana fatta da Muhammad Ghawth, che è una figura
importante nell’ambito del Sufismo Indiano (fu iniziato da ben quattordici
confraternite o turuq diverse). La traduzione Persiana e la sua stesura (alcune
copie furono scritte da Husayn Gwaliyari sotto la dettatura di Muhammad Ghawth)
furono redatte nella città di Broach nel Gujarat, probabilmente attorno al
1550, con l’intento di chiarire i punti oscuri della versione Araba.
Dato che Muhammad Ghawth
non ebbe accesso al testo Sanscrito dell’Amritakunda, consultò esaurientemente
gli insegnanti di Yoga dell'epoca, e la sua versione è considerevolmente
ampliata rispetto al testo Arabo. Il testo Persiano fu adeguatamente intitolato
“Bahr al-hayat” (L'Oceano della Vita)”, giacché una quantità notevole di nuovo
materiale didattico fu aggiunto (le posture di Yoga nel capitolo quarto
passarono da cinque a ventuno posizioni). È molto probabile che il testo Arabo
“Hawd al-hayat” sia stato insegnato presso la confraternita Shattariyya, e che
la sua traduzione Persiana sia affiorata da un commentario orale della versione
Araba. Gli insegnamenti trasmessi dal “Bahr al-hayat” furono adattati in altri
scritti di Muhammad Ghawth e occuparono apparentemente una posizione rilevante
nella letteratura della confraternita Shattariyya.
Alcune delle pratiche che
Muhammad Ghawth incorporò nel suo trattato sulla meditazione scritto nell’eremo
di Qalat al-Khayyar in Gujarat, ossia i “Jawahir-i khamsa” (I Cinque Gioielli),
hanno delle forti somiglianze con gli esercizi dello Yoga e le loro eulogie
sono Induiste. In esso è divulgata la formula dello dhikr (l’orazione continua)
del tahlil (La ilaha illa Allah: non v’è divinità eccetto Dio) del mistico
Hallaj, con l’aggiunta della postura Yogica da assumere per emettere e
raggiungere quello stato di beatitudine Divina espresso dalla frase
“Ana-l-Haqq” (Io Sono la Verità).
La traduzione araba
conosciuta dei “Jawahir” è dovuta al Professor Sibghatallah (letteralmente
l’unto dallo Spirito Divino) al-Barwaji (morto nel 1606), discepolo di Ghawth via
Wajihaddin Alawi Ahmadabadi (morto nel 998). Il Professor Sibghatallah era di
stanza alla Mecca e a Medina, e si guadagnò la fama di grande Maestro iniziando
all’ordine della Shattariyya anche molti studiosi locali. Portò con lui molti
libri scritti di Shattari Indiani che tradusse in Arabo. La più importante traduzione
resta il “Al-Jawahir al-khams” di Muhammad Ghawth Gwaliori (deceduto nel
1562). Al-Barwaji tradusse quest’opera dal Persiano all'Arabo e un commentario su di esso fu scritto
successivamente da un suo discepolo, l’Egiziano Ahmad al-Shinnawi (morto
il 1619), a cui trasmise il Dhikr (il Mantra) di Hallaj. Muhammad Ghawth insegnò
queste pratiche ai discepoli provenienti da qualsiasi parte del mondo Islamico,
dall’Africa settentrionale all’Indonesia.
La
Shattariya si estende dall’India a Giava e alla Malesia, grazie all’impegno di
Abdalrauf ibn Ali che si spinse a predicare in queste aree. I poteri magici di
Abdalrauf suscitarono l’interesse del principe Tjeribon Raden che entrò nella
confraternita col nome di Nurallah Habibuddin.
Sfortunatamente, gli autori
posteriori della tradizione Shattari esibirono un’ambivalenza favorevole agli
espliciti insegnamenti dello Yoga contenuti nel “Bahr al-hayat”. Il contenuto
anti-induista e offensivo di quest’ambivalenza verso lo Yoga è evidente nella
descrizione prolissa del “Bahr al-hayat” data da un omonimo biografo di
Muhammad Ghawth:
“Il “Bahr al-hayat” è la
traduzione del manuale appartenente alla società ascetica degli Yogi e dei
Sanyasi. In esso sono ricorrenti le pratiche rivolte all’introspezione, agli esercizi
di visualizzazione, alle descrizioni sul controllo del respiro e ad altri tipi
di meditazione... Questi due gruppi sono gli asceti principali, gli anacoreti e
le guide del popolo dell’idolatria e dell’infedeltà. Dalle benedizioni
provenienti dall’esercizio di queste pratiche e dalla ripetizione di nomi
(adhkar), [essi sono] giunti alla scala della spiritualità falsa (istidraj) e
alla stazione delle visioni eccellenti. .. Egli (Muhammad Ghawth) disgiunse
tutti i temi e i concetti dalla lingua Sanscrita che è il linguaggio dei libri
dei miscredenti rivestendoli col Farsi, la lingua Persiana. Allentò la morsa
dell’infedeltà che attanagliava queste argomentazioni adornandole con l’Unicità
Divina dell’Islam, il Tawhid. Affrancò questi significati dal dominio a cui
erano stati soggiogati grazie alla forza dirompente della vera fede. Il Pir
della realizzazione offrì aiuto alla ripetizione Sufi dei nomi (adhkar) di Dio
e assistenza all’esecuzione della pratica. Foggiò la Verità (al-haqq) in uno
scrigno (huqqa) di preziosi gioielli e in un cofanetto di rubini regali dai
detriti dell’immondezzaio: “Sono come armenti, anzi di quelli ancor più
traviati” (Corano 7: 179) ... in una Corona che nobilita il Signore: «In verità
la religione, presso Dio, è l’Islam» (Corano 3:19)”
Questo biografo si sforzò
di separare per quanto fosse possibile le pratiche dello Yoga dalla loro
origine Indiana e Induista. Argomentò che erano state interamente Islamizzate.
Un tentativo simile riappare nei lavori di Fail Allah Shattari, un biografo
Indostano contemporaneo. Nel suo lavoro si legge:
“Il metodo e le pratiche
degli Yogi e del popolo dei Sanyasi sono in lingua Sanscrita. Egli (Muhammad Ghawth) le ha
tradotte in lingua Persiana secondo lo stile del Sufismo Islamico tipico del Maestro
Sufi. Questo libro è ottimo per gli esoteristi.”
Il commentatore sentì il bisogno di descrivere i contenuti completi del libro in chiave Islamica. Lo stesso Muhammad Ghawth non intravide nessuna ambiguità nella sua rielaborazione del materiale Yogico. In generale, si sentì libero di fare le equivalenze più straordinarie tra i termini concettuali e pratici dello Yoga da una parte, e i concetti del Sufismo dall’altra. Nel fare queste traduzioni creative, si mise nei panni del traduttore anonimo della versione Araba ed originale. Nel settimo capitolo del testo Arabo che tratta dell’immaginazione magica o congetturale (Wahm), i sette Mantra Sanscriti o Canti liturgici sono associati ai sette chakra o ai centri nervosi vitali, i quali sono tutti audacemente definiti “le traduzioni delle invocazioni Arabe dei Nomi Divini”. La sillaba Sanscrita Hum (usata dai Tibetani) è tradotta “Oh Signore” (Ya Rabbi) e Aum è tradotto come “Oh Eterno” (Ya Qadim). Presentando i sette grandi Mantra, il traduttore Arabo rileva che questi sono “i più grandi Nomi di Dio apparsi in mezzo a noi”. Muhammad Ghawth si spinse ancora più in là fornendo per ogni Mantra Sanscrito due attributi Arabi: traduce Hum come “Ya Rabb, Ya Hafiz” (Oh Signore, Oh Protettore) e Aum come “Ya Qahir, Ya Qadir” (Oh Soggiogatore, Oh Onnipotente).
In uno studio sulle tecniche respiratorie che non appaiono nella versione Araba, Muhammad Ghawth trova i significati equipollenti al Mantra conosciuto come Hamsa, o Hansa, o So Hum, o So Ham (Egli sono Io) che è pronunciato durante le due fasi di esalazione e di inalazione. L’esalazione è concepita come “un'espressione per il Signore spirituale (Rabb Ruhi)”, mentre l’inalazione rappresenta “il Signore dei Signori” (Rabb al-Arbab). Ci sarebbero molti altri esempi di questo genere. Semanticamente, questi concetti tradotti sono i funzionali equivalenti tra i termini potenti dello Yoga e i nomi di Dio usati dai Sufi; ciò è evidente soprattutto nel caso dei sette grandi Mantra, per questa ragione gli equivalenti Arabi sono presentati nella forma vocativa utilizzata durante le ripetizioni Sufi dei Nomi di Dio. Altre equipollenze, d’altra parte, appaiano inverosimili per essere credute. Ad esempio, le tre qualità cosmiche del Samkhya, Rajas (passione), Tamas (oscurità) e Sattva (bontà) che si correlano alle tre divinità Brahma, Vishnu e Mahesh (Shiva), sono equiparate alle ingiunzioni della legge religiosa, al flusso dell’esistenza e all’uguaglianza.
È evidente che la maggior parte dei traduttori non si impegnò adeguatamente
a trovare una connessione diretta tra le due dottrine, si accontentò di qualche
equivalenza generica tratta dal vocabolario Islamico, giacché la loro ricerca
non era animata da un sentimento spirituale.
Le equivalenze più straordinarie fatte da Muhammad Ghawth coinvolsero
emotivamente i ricercatori dello spirito e della verità, poiché riuscirono ad
identificare le grandi figure della tradizione primordiale dello Yoga con i
Profeti riconosciuti dall’Islam.
Muhammad Ghawth scrisse: “Il loro leader spirituale (Imam) è Gorakh ed
alcuni assicurano che Gorakh è un’espressione di Khizr (la pace sia sul nostro
Profeta e su di Lui).” L’assimilazione dello Yogi archetipo al Profeta
immortale Khizr (in Arabo Khadir) gioca un ruolo iniziatico importante nel
Sufismo. Altre due identificazioni sono degne di nota: il leader religioso
(Imam) Chaurangi, discepolo di Gorakh è identificato ad Elia [Ilyas] (la pace
sia su di lui). Il leader religioso Machindirnath è denominato “il respiro del
pesce” perché un pesce quando inspira l'acqua, questa non entra in corpo. Il
vero nome di Machindirnath è Matsyendranath (in sanscrito Signore del Pesce:
perché era un pescatore, o probabilmente, perché scoprì un Tantra in un pesce),
e nella letteratura è anche chiamato MinaNath. Matsyendranath o MinaNath è
identificato a Giona [Yunus] (la pace sia su di Lui). Si narra che un giorno il
pesce Matsya, spuntando dall'acqua, vide il dio Shiva insegnare a Parvati, sua
sposa, i segreti dell'Hatha Yoga. Affascinato dallo spettacolo di questi corpi
che riproducevano ora il volo del gabbiano, ora la forza dell'aquila, ora
l'eleganza del cigno, il pesce uscì dal fiume per vedere meglio. Quando Shiva
s'accorse che il segreto degli dei era stato scoperto, decise di tramandarlo
agli uomini, affinché, attraverso il corpo, elevassero le loro menti per
raggiungere la beatitudine divina. Così Matsya divenne Matsyendra
(letteralmente pesce fatto uomo), uno dei sei saggi dell'India, che portò fino
a noi il segreto della vera bellezza.
Lo Yogi (Imam) Gorakh-Profeta Khizr, lo Yogi (Imam) Chaurangi o Profeta Elia
e lo Yogi (Imam) Matsyendranath o Profeta Giona raggiunsero l'acqua della vita.
Il significato di questa identificazione merita una spiegazione. Il primo caso
richiama antiche associazioni indiane di idee al respiro embrionale eseguito
con l’inalazione e l'esalazione, una meta del pranayama. Il paragone con Khidr
è ancorato al simbolo dell’acqua. Nel secondo caso, il pesce spiega chiaramente
l'associazione di Matsyendra (“il Signore del Pesce”) al Profeta Giona che
restò tre giorni nella pancia di un pesce. Il terzo caso è più oscuro.
Chaurangi (Chaurangi Nath) raffigura Gorakh nella tradizione Marathi come un
discepolo di Matsyendra Nath, ed il suo nome è citato nei vari elenchi dei
Siddha (i Perfetti). Ilyas (Elia) è una delle figure che la credenza Islamica
reputa immortale; è spesso dipinto come un uccello appollaiato su un albero dal
quale spicca il volo nel cielo.
La tradizione Tibetana conserva dei racconti di Chaurangi nella letteratura
biografica consacrata agli ottantaquattro Siddha. Si afferma che il principe
Chaurangi fu accusato ingiustamente dalla sua matrigna di avance indecenti. Per
punizione fu squartato e abbandonato sotto un albero nella foresta, ma fu
salvato ed iniziato allo Yoga da Matsyendra con l'assistenza di Gorakh.
L’albero rappresenta la ricostruzione miracolosa delle membra di Chaurangi
nella dimora paradisiaca e immortale di Elia. In ogni caso, le tre allegorie
ruotano intorno alla pratica del controllo del respiro.
Il controllo del respiro e la pratica della meditazione sono la pietra di
paragone fondamentale tra la tradizione Sufica e quella Yogica.
Muhammad Ghawth ha assimilato elementi della tradizione Yogica a categorie
familiari all’Islam proprio come i filosofi Islamici assimilarono la saggezza
dei Greci e di altre popolazioni pre-Islamiche alla legge del proprio Magistero
Profetico.
Nei suoi paragoni tra lo Yoga e le categorie Islamiche, Muhammad Ghawth non
solo identifica gli Yogi più importanti ai Profeti, ma pone sullo stesso piano
la pratica Yogica e la pratica religiosa e normativa dell’Islam. Considera le
tradizioni orali degli Yogi un fenomeno parallelo agli hadith (detti) narrati
dal Profeta Muhammad, la pace sia su di Lui, e li descrive con gli stessi
termini Arabi e gli stessi racconti (riwayat) usati per le trasmissioni degli
hadith. La differenza principale tra la tradizione Yogica e il corpo degli
hadith Islamici giace nelle rispettive fonti dottrinali (le divinità indù come
Shiva invece di Muhammad) e nei loro trasmettitori. Nella lista degli
“Imam-Yogi” summenzionata e incentrata sul controllo del respiro,
Matsyendranath e Chaurangi, fanno risalire la fonte della trasmissione
(riwayat) primigenia a Shiva.
Muhammad Ghawth invoca l'autorità della dea Tantrica Kamakhya-Devi
(Parvati-Devi), la quale è ben
conosciuta nell’Assam e nel Bengala come istruttrice della pratica Yogica: “Il
trasmettitore (rawi) è una donna, la moglie di Mahadeva [Shiva], il cui nome è
Kamakhya Devi — ella narra che nella posizione rovesciata della lingua [il
khecari mudra] non c’è bisogno di trattenere il respiro... Lei è il veicolo
(naqil) da Brahma e Vishnu.” Utilizzando il metodo della trasmissione orale dei
detti (hadith), Muhammad Ghawth puntava a sospingere il lettore Musulmano nel
cuore della discussione dello Yoga mediante un linguaggio a lui familiare.
Muhammad Ghawth afferma frequentemente che a livello pratico le esperienze
degli Yogi e dei Sufi sono molto simili. Lo dichiara enfaticamente citando
l’esperienza mistica dell’intuizione delle realtà intelligibili del Mondo del
Mistero e dei principi autentici che si trovano dietro il Velo e che
sopraggiungono tramite l’emozione statica e la contemplazione (il Kashf):
“La maggior parte degli “Amici di Dio” (Awlìya’-i-khuda) hanno compreso e
spiegato queste influenze attraverso lo “svelamento spirituale e l’intuizione
mistica” (il kashf), ed i monaci (rahiban) dell’India che sono gli Yogi, hanno
svelato che ciò è in accordo con la stazione spirituale dei Realizzati. Sebbene
il linguaggio cambi, il significato è il medesimo.”
Commentando alcuni passaggi del Corano, Muhammad Ghawth dichiara
ulteriormente che la maggior parte dei saggi (hukama’) dell’India ha eseguito
questa pratica raggiungendo una quiddità a loro consona. Invece, alcuni
Musulmani hanno completato la stessa pratica conseguendo altrettanti benefici.
Nonostante l'improbabilità che gli Yogi ripetessero la “Surat Ikhlas” (Il
Capitolo del culto sincero) del Corano, Muhammad Ghawth scopre che il risultato
della salmodia ripetuta è identico in entrambe le tradizioni, nonostante le
differenze di contenuto semantico o religioso.
Di quando in quando i Maestri Shattari trovarono delle discrepanze tra gli
insegnamenti dello Yoga e le dottrine Islamiche, per questo motivo cercarono
sempre di conciliare le due scienze. Infatti, all’inizio del sesto capitolo del
“Bahr al-hayat”,
il quale si occupa della natura corporale, si riconosce la differenza
concettuale dello spirito e del corpo tra la dottrina Islamica e lo Yoga. In un
passaggio rivelatore che è riportato qui di seguito, Muhammad Ghawth cerca un
accordo tra le due posizioni:
“Il Signore della legge religiosa (shar') [il Profeta Muhammad] dichiara che
dopo un tempo specifico avviene l'entrata dello spirito nel corpo. Gli Yogi
perfetti affermano che senza lo spirito niente dimora, piuttosto, la materia si
corrompe. Specialmente, la carne e la pelle non resistono un solo giorno senza
lo spirito. Su questo punto c’è una contraddizione tra la teoria (il kalam)
degli Yogi ed i precetti religiosi Islamici. È necessaria una replica doverosa
affinché il decreto giuridico religioso sia in accordo con (rast ayad ba) le
sentenze degli Yogi, cosicché, a parte il metodo diverso (tartib), nessun
dubbio sia attribuito alle loro parole. La teoria funge da collegamento
(paywand) e tutti si aprono al confronto (pand-pazir). Delicatamente ci si
impegna alla comprensione dei significati sottili e si investiga fino a
sperimentare la verità. La teoria (kalam) di entrambi si radica fermamente nel
cuore ed ha una sola sostanza.”
La situazione assomiglia a quella in cui si vennero a trovare i primi
filosofi Islamici, i quali dovettero trattare la discrepanza esistente tra la
nozione Platonica della pre-esistenza dell’anima e l'enfasi Profetica sulla
creazione dell'anima da parte di un Dio Onnipotente. Dopo una digressione complicata circa lo spiegamento cosmico
dello spirito, Muhammad Ghawth cerca di conciliare i punti di vista Islamico e
Yogico. La sua conclusione è che mentre la dottrina Yogica è deficitaria, la
sua conoscenza pratica del corpo è veramente avanzata e preziosa per la ricerca
della conoscenza mistica.
“Anche nel dibattito che affronta la nozione di saggezza e di potere, si
presentano molte difficoltà. Sostanzialmente le parole degli Yogi non sono
adeguate. È necessario armonizzarle (tatbiq dashtan) affinché la situazione
attuale sia chiarificata ed il loro insegnamento sia corretto e ben fatto. La
loro pratica è autentica e conduce al conseguimento di uno stato spirituale. I
Siddha Yogi dicono: «Noi siamo d’accordo coi dervisci che comprendono la verità
della quiddità dello spirito». Poiché sostengono che la discesa, l’apparenza e
l’ascesa (tanazzul, tala'at, taraqqi) sono una realtà, essi hanno superato la
stazione del riconoscimento dei mezzi. Il gruppo degli Yogi ha afferrato il
procedimento, ha osservato ed ha investigato convenientemente, perché la vera
gnosi si scopre con gli strumenti corporei... Perciò la salvaguardia del corpo
è un dovere (fard in Arabo, farz in Urdu), perché la buona salute è l’utensile
della gnosi”.
È impressionante osservare che i Sufi Indiani integrarono lo Yoga nel loro
percorso ascetico proprio quando l’Islam in Occidente si riadattava alla
filosofia Greca. Nel momento in cui Ibn Rushd argomentò che lo studio della
filosofia fosse un dovere religioso per quelli che erano degli intellettuali
qualificati, Muhammad Ghawth utilizzò un termine appartenente ad una alle
cinque categorie nelle quali la Legge Islamica classifica gli atti umani, il
fard (il dovere, l’obbligo), per descrivere l’obbligatorietà dello studio dello
Yoga ai ricercatori gnostici.
Le differenze dottrinali esistono, ma hanno poca importanza se paragonate
allo stato spirituale a cui può condurci lo Yoga.
Quale fu il risultato che Muhammad Ghawth ottenne dall’inserimento dello
Yoga nel Sufismo? Si può affermare che le equivalenze adottate tra la
terminologia Islamica e la Yogica, le equipollenze scelte per i leader delle
due diverse scienze spirituali e per le loro esperienze estatiche, rese
l’esperienza funzionale. Egli ammette le differenze dottrinali, ma non indugia
troppo su di esse. Per quanto concerne l’impatto diretto sulle pratiche della
confraternita Shattariya, l'innovazione più ovvia fu ed è l'uso del canto
liturgico in Hindi o in Sanscrito. Riferendosi alla scienza occulta denominata
“Simiya” (in Arabo è la conoscenza dei nomi e dei numeri, l’utilizzazione delle
lettere a fini precisi), Muhammad Ghawth osserva che alla sua base c’è “il
talismano fatto coi Nomi del più alto Creatore”; sia esso scritto in Arabo o in
Hindi, il risultato è assicurato. Questo vale anche per la recitazione dei
sette Mantra principali in lingua Sanscrita o per le invocazioni (Du’a) del
Corano rivolte a Dio. Inoltre, nota che i “monaci perfetti e gli Yogi Siddha
accettano con gioia questi nomi di Dio più Elevati nella lingua Indiana,
dedicandosi alla loro recitazione. Sono stati abbagliati dal risultato
interiore con l'occhio della manifestazione. Avendo trovato i Nomi nel cuore, si
sono tuffati in esso, e come pescatori di perle hanno estratto la quiddità
dell’Essenza e degli Attributi con la glorificazione.”
Infatti, la “Grande Preghiera” (Du`a-i-Kabir) contenuta nel capitolo nono
del “Bahr al-hayat”
inizia con delle invocazioni in Arabo tratte dal Corano, ma assume nel
corso della salmodia dei Mantra il Sanscrito come lingua liturgica. Nella sua
opera principale di pratica Sufi, “I Cinque Gioielli”, Muhammad Ghawth cita un
Dhikr (litania) in Hindi la cui paternità è fatta risalire al Maestro
dell’ordine Chishti Farid al-Din Ganj-i Shakkar (morto nel 1265).
Dopo l'introduzione delle sillabe sacre Indiane nelle Hadra (assemblee del
rito collettivo del Dhikr), è difficile studiare l'effetto prodotto dalle altre
pratiche Yogiche in ambito Sufi. In generale, non è facile stabilire se le
pratiche di visualizzazione e di localizzazione delle sillabe sacre sulle parti
del corpo umano possano essere considerate degli esercizi tipici di Hatha Yoga.
Queste pratiche sono rintracciabili anche in molti rami di ordini Sufici
autonomi in India, e nelle meditazioni gnostiche di tradizioni Islamiche a
impronta Neoplatonica. Parlare di un travaso di influenze è pregiudizievole e
non aiuta alla comprensione di questo fenomeno religioso. Muhammad Ghawth non
studiò gli insegnamenti dello Yoga da un punto di vista accademico o da
semplice osservatore esterno. La sua traduzione dell’Amritakunda è un’opera
pervasa dall’esperienza della pratica Yogica, e abbellita dalla prosa del Corano
e dai detti della tradizione orale (hadith). La teoria delle influenze non
rende giustizia ad un uomo come Muhammad Ghawth, il quale ha creato un filo
conduttore tra lo Yoga e il Sufismo. Con le sue dissertazioni è riuscito a
canonizzare lo studio dello Yoga come disciplina Islamica. Il ruolo dello Yoga
all’interno del Sufismo Islamico può essere oggetto di ricerche ulteriori, ma
al presente, l’Amritakunda è un manuale di Yoga pratico che può essere
integrato con successo all'interno del variegato mondo dell’Islam mistico.
2. L’EVOLUZIONE DELLA
SHATTARIYYA DOPO LA MORTE DI MUHAMMAD GHAWTH
Muhammad
Ghawth fu sepolto nella parte est della città vecchia di Gwalior (Stato del Madhya Pradesh).
Nessuno mise in dubbio la
fede Musulmana di Muhammad Ghawth durante la sua vita. Nessuno dubitò delle
motivazioni religiose che l’indussero ad integrare la pratica dello Yoga
all’interno del sua confraternita. Ciò che desta maggiore impressione nelle
pratiche Yogiche dei testi dell’ordine Shattariyya, è la sua relazione seppur
lieve, con i concetti dottrinali della teologia Indù. I discepoli di Muhammad
Ghawth concordano che la disciplina dello Yoga fu fondamentalmente Islamizzata.
Le generazioni successive degli Shattari continuarono a sviluppare meditazioni
specializzate che non erano più debitrici alla tradizione dello Yoga integrale.
Nella memoria di Raz-i Ilahi non rimanevano che piccoli ricordi dell’interesse
immenso che Muhammad Ghawth ebbe per tutti gli aspetti dello Yoga.
Raz-i Ilahi riferisce
solamente un incidente della vita di Muhammad Ghawth. Si tratta della storia
del morso del serpente. Il Santo fu morsicato ad una coscia da un serpente
velenoso, ma il suo potere era sconfinato che il serpente immediatamente morì.
Uno Yogi che assistette all’episodio riconobbe nello Shaykh un Siddha perfetto.
Questo aneddoto non serba nessun insegnamento di Yoga, ripropone soltanto una
leggenda agiografica relativa alle potenzialità taumaturgiche degli Yogi Sufi.
In un racconto simile si
sollecita la necessità della pluri-iniziazioni. Si narra che lo Shaykh ‘Isa
chiese una volta ad un discepolo di visualizzare il suo futuro Maestro nelle
vesti di un Sufi Shaykh appropriato, di un Qalandar errante o di uno Yogi. In
questo esempio il Santo avrebbe permesso al suo discepolo di studiare con uno
Yogi, se l’insegnamento ricevuto l’avesse aiutato nella sua evoluzione
spirituale.
I primi Shattari erano
consapevoli che quest’approccio estatico potesse violare la loro relazione
tradizionale e storica con l’Islam. L’aspirazione a legittimare i lignaggi
multipli dei Maestri Shattari si ritrova già nei resoconti biografici del
fondatore del ramo Indiano della confraternita, `Abd Allah Shattari (morto il
832/1428-9), a cui si attribuiscono le iniziazioni alle confraternite Qadiria e
Kubrawia. Anche Baha' al-Din Ansari (morto nel 921/1515) fu conosciuto come un
discepolo della confraternita Qadiria affiliato (mashrab) contemporaneamente
all’ordine della Shattariyya. Muhammad Ghawth stesso fu iniziato a quattordici
confraternite Sufi differenti. Il fenomeno delle iniziazioni multiple potrebbe
essere inquadrato come un tentativo di massimizzazione storica della tradizione
del Sufismo. Il fatto che questo fenomeno si sia realizzato all’interno della
trasmissione spirituale Uwaysi denota che l’estasi spontanea rende omaggio alla
tradizione storica. Il termine “Uwaysi” designa un Musulmano mistico che
è istruito da un Santo fisicamente assente. Niente impedisce di pensare anche
ad un’iniziazione Solare. In ogni caso, una revisione della storia dell'ordine della Shattariyya
nel secolo successivo a Muhammad Ghawth fornisce un ritratto impressionante di eremi
soggetti a richieste ardite di estasi spirituali.
Nei secoli successivi le
persecuzioni subite dagli organizzatori principali e dai Maestri della Shattariyya
modularono esternamente la loro naturale tendenza all’esperienza estatica.
Inoltre, misero in sordina le dispute inutili con altre figure rappresentative
del misticismo. Nei periodi di repressione e persecuzione dissimularono le loro
pratiche. La circospezione degli Shattari posteriori sembra essere la prova che
il potere volle limitare la divulgazione pubblica della loro dottrina.
Il catechismo spirituale
della confraternita Shattariyya dopo la morte di Muhammad Ghawth conservò
ancora diversi aspetti salienti che la caratterizzavano.
Contrariamente alla
maggior parte dei mistici Musulmani che enfatizza la servitù adorativa dinanzi
alla Signoria di Dio, ovvero il Fana (“l’Estinzione in Dio”) di sé stesso e la
Baqa’ (“l’Unione Permanente con l’Assoluto”) con Dio, la Shattariyah, pone in
rilievo l’Io, gli atti personali, gli attributi personali che rendono divina
una persona, e l’unione personale con Dio. Afferma che il Fana o il Nirvana
implicherebbe due Sé, il primo riguarderebbe il suo annichilimento e l’altro si
preparerebbe per la tappa finale della visione di Dio. Tale dualità è opposta
al Tawhid (“Unicità”) su cui il Sufismo si fonda.
La Shattariyah rigetta la
pratica Sufi della Mujahadah (“sforzi di natura ascetica nella lotta spirituale
per conquistare l’anima che incita al male”), sostenendo che focalizzarsi
eccessivamente sul Sé distrae dalla conoscenza di Dio compiuta dall’esperienza
personale e dall'unione ultima.
Il loro particolare regime spirituale si fonda sui digiuni, sugli esercizi ascetici, sulle pratiche di visualizzazione delle lettere Arabe che compongono i nomi di Dio. Il corpo umano è visto come la manifestazione divina del microcosmo, e le combinazioni delle lettere collocate nel cosmo che rappresentano i nomi di Dio, vengono cifrate e associate alle varie zone del corpo.
Gli Shattari eseguono le pratiche di Yoga più di qualsiasi altro gruppo: controllo del respiro, posture di Yoga, lavoro sui chakra, dieta, l’uso dell’Hindavi (un proto dialetto Hindi anche conosciuto come Bhaj) nello dhikr. Nel percorso Shattari il neofita ha la sensazione di essere alla presenza di Dio. Si lascia dietro il mondo materiale e risale verso la sfera divina (questa struttura rispecchia la trama del romanzo dei Sufi indiani denominato “Madhumalati” o Jasminum Grandiflorum composto nel 1545 da Manjhan, un Sufi Shattari).
Quest’ordine fu fondato da ‘Abdallah Shattari verso l’anno 810 in India, e
rivendica un isnad risalente al grande Arif (Iniziato), lo Shaykh Abu al-Hasan al-Khurqani
(425/1033-34), il quale ebbe una conversazione iniziatica con lo spirito del
defunto Abu Yazid al-Bistami
(Bayazid). L’ordine si fregia del nome Shattar (deriva dall’Arabo Shatir, cioè
“recidere, staccare”. Indica la persona che recide i legami con questo mondo) e
sostiene di aver per caratteristica la predestinazione alla coppa paradisiaca
dell’acqua di vita (sharab tuhur) che ha ubriacato il Profeta dell’Islam
facendogli dire “Io sono Ahmad, senza mim = Ana Ahad = Io sono il Dio unico).
Un’esperienza
spirituale Sufico-Yogica può essere concepita come il limite trascendente ogni
definizione religiosa, e se si progettasse di sperimentarla l’esempio proposto
da Muhammad Ghawth costituirebbe un modello riproponibile.
E la lode
appartiene ad Allah, Signore dei Mondi.
Bibliografia