KRISHNA E LA SUA TRASFORMAZIONE A
DIVINITÀ SUPREMA
In quest’articolo sono riportate
diverse recensioni al libro “The divinity of Krishna”di Noel Sheth, S. J.
Delhi: M. Manoharlal, 1984, pag 179. Libro di notevole spessore, è studiato
in ambito accademico. Noel Sheth è professore di filosofia Indiana e di
religioni presso l’Università Jnana Deepa Vidyapeeth, Puna, Maharashtra,
India.
RECENSIONE 1. A cura di Richard Desmet (1916-1997). Fu professore di
filosofia Indiana presso l’Università Jnana Deepa Vidyapeeth, Puna,
India.
Questo studio è un’analisi
rigorosa che riguarda lo sviluppo della divinizzazione di Krishna in tre opere
successive della poesia puranica: l’Harivamsa (particolarmente il suo Vishnuparvan),
il Vishnu-purana (principalmente il libro 5) ed il Bhagavatapurana
(specialmente il libro 10 e per certi versi il libro 11). Si ritiene
solitamente che questi testi appartennero al periodo rinascimentale della
letteratura Sanscrita, all’epoca Gupta e post-Gupta, e furono composti tra il
300 ed il 900 d.C. L’iniziale Harivamsa (d’ora
in poi HV) fornisce un materiale ragguardevole sulla storia
dell’esistenza di Krishna, che poi fu rielaborato da due opere posteriori, il Vishnu-purana
(d’ora in poi VP) ed il Bhagavatapurana
(d’ora in poi BHP). Alcuni si sono domandati
se le storie di questo poema provengano da una precedente fonte sconosciuta,
ma, in assenza di qualsiasi argomentazione che convalidi quest’ipotesi, sono
incline ad attribuire tutti questi episodi della vita di Krishna all’inventiva
dell’autore dell’HV; il quale desiderò soddisfare la pressante
curiosità popolare relativa alla figura di Krishna appresa dal Mahabharata,
ma che era esaltata nella Bhagavadgita da epico eroe ad altissima
divinità.
Nell’HV, la divinità di Krishna è affermata e
descritta brevemente, ma lui è presentato soprattutto come un eroe ed un
essere umano. La sua meravigliosa infanzia e la sua gioiosa adolescenza
forniscono divertentissimi racconti. Nel VP, la sua divinità
è rafforzata, ma il lato umano e divino del suo essere non sono ancora
integrati a fondo ed in modo sciolto. Il BHP, invece, fa questo con una
completezza che non lascia nessun’apparente contraddizione ed irriconciliabile
opposizione. Esso, omette, trasforma o spiega teologicamente quegli
sconvolgenti episodi di rabbia, crudeltà, lussuria o debolezza che
turberebbero la fede nella divinità di Krishna, nascondendo ogni dubbio
o rivalità. Poiché dichiara che Krishna è uno degli avatar
o forme o parti di Vishnu, è lui stesso una forma del Brahman ed anche
il Signor Generoso (Bhagavat).
Nel Capitolo 1, Noel Sheth registra
e analizza i seguenti eventi della vita di Krishna: la concezione e la nascita,
le sue prime marachelle e gesta,
Krishna ruba il burro
Illustrazione del Bhagavata Purana
Basohli, Punjab Hills, c. 1700
N.C. Mehta collezione, Bombay
l’incontro con il serpente re
Kaliya, l’amoreggiare con le pastorelle (gopi), l’uccisione di Arista e Kein,
il ritorno a Mathura e l’uccisione del re Kamsa, l’ordine ed il viaggio agli
inferi, la battaglia col re Jarasandha e la morte di Kalayavana, il rapimento
di Rukmini ed il furto dell’albero Parijata dai cieli, le battaglie con Jvara
(il demone febbre), Shiva, Guha (altro nome di Kartikeya, il Deva della guerra)
ed il mostro Bana, come pure il suo incontro con Varuna.
La soppressione del serpente Kaliya
Illustrazione del Bhagavata Purana
Kangra, Punjab Hills, c. 1790
J.K. Mody collezione, Bombay

Lo stupro di Rukmini
Illustrazione del Bhagavata Purana
Bilaspur, Punjab Hills, c. 1745
British Museum. Londra
Tutti questi episodi appartengono
nello specifico alle avventure di un epico eroe. Poi, vira verso quegli eventi
descritti nell’HV, in cui si manifesta la divinità di Krishna: il
sollevamento della montagna Govardhana, la visione che ebbe Akrura mentre si
bagnava nel fiume Jumna di Krishna come Vishnu stesso, la costruzione del forte
di Dvaraka, l’uccisione del demone Naraka, il soccorso al figlio del Bramino
che gli rivela la sua divinità, il ritorno trionfale a Dvaraka dopo aver
punito Bana.
Cita anche le lodi o gli inni (che
sono ancora pochi) al divino Krishna. Una trasmutazione di tutto questo
materiale — cui è aggiunto un ultimo episodio, la distruzione di Dvaraka
e degli Yadavas, ed il ritorno di Krishna nella sua regione celestiale —
è presentata nel VP ed è completata nel BHP. In
quest'ultimo componimento poetico, ogni episodio è accuratamente
ripulito di qualsiasi connotazione troppo umana, e tutte le qualità
umane di Krishna diventano divine. Numerosi inni di grande intensità
emotiva spuntano in ogni occasione a cantare la sua grandezza divina. Questa
trattazione è studiata in dettaglio nel capitolo 2. Il capitolo 3
sintetizza le precedenti investigazioni lungo tre direttrici: 1) la natura di
Krishna, la sua forma divina, la sua dimora celeste e la sua relazione col
mondo che include le entità soprannaturali; 2) la devozione (bhakti),
le sue forme e i quattro tipi di devoti; e 3) la salvezza attraverso l’amore —
o anche l’odio — di Krishna. Dalla prima direttrice attingo qualche
annotazione: l’elaborazione che il BHP fa della sua divinità
è conforme fondamentalmente alle Upanishad, alla Bhagavadgita
ed anche ai Vedantisti della linea Shankara (probabilmente è posteriore
di un secolo). Esso aggiunge caratteristicamente ananda (beatitudine)
alla definizione Taittiriya 1
della Divinità detta satyam jnanam anantam 2, preparando prevedibilmente in questa
maniera il Saccidananda 3,
che si trova in un apocrifo inno Shankara. Krishna crea una doppia (materiale e
spirituale o almeno “vita-principale” o “spirito vitale”) Prakrti 4, e attraverso essa diventa la Causa
essenziale del mondo senza essere contaminato dai suoi tre guna, come
nell’HV, perché li trascende ed è interamente nirguna 5. Ma lei è il suo maya, il
suo divino e meraviglioso potere realizzato. Usandola a sua discrezione e per
nessun fine personale (giacché, essendo divino, non ha conseguito il
desiderio) diventa non soltanto l’efficiente Creatore ed il Protettore dei tre
mondi, ma anche l’impresario di questo spettacolo (lila) della sua
nascita umana, vita e morte; decretando e costringendo tutti gli attori verso
l’esclusiva bhakti della sua divina personalità. La sua rabbia e
la punizione dei malvagi contribuiscono anche a quest'effetto, perché
rimuovono i loro peccati essendo così un favore (anugraha) della
sua grazia. Il suo maya, perciò, è positivo, ma è
negativo nelle sue delusioni. In ultima analisi, tutti gli “Atti di Krishna”
sono solo una meravigliosa leggenda, un edificante (nel BHP) lila che partecipa alla natura drammatica
dell'intrattenimento teatrale. Il BHP l’ha sanificato e moralizzato in
conformità alla moralità del suo tempo: esso aggiunge che il
rapimento di Rukmini compiuto da Krishna fu seguito da un matrimonio ortodosso;
omette le offerte di carne dalle oblazioni, e così via. Ritornando
adesso alla bhakti, il Prof. Sheth mostra che essa pervade in modo
esauriente l’intero BHP. Le sue classiche forme non sono ancora
classificate, ma esse raffigurano gli aspetti emozionali, il misticismo
erotico: sravana (ascoltando le gesta, l’eccellenza ed i nomi di
Krishna), kirtana (recitando i suoi nomi), smarana (ricordandoli
nella meditazione), padasevana (il servizio ai piedi di loto di
Krishna), arcana (l’adorazione con le oblazioni), vandana
(prostrarsi dinanzi alle sue immagini), dasya (servirlo da servitore), sakhya
(l’attaccamento a Krishna nel sentimento d’amicizia), atmanivedana (il
completo abbandono di corpo e beni al suo servizio), vatsalya (la
relazione genitoriale o attaccamento a Krishna nel sentimento parentale), satsanga
(unirsi alla sua comunità di santi), sambhogasrngara (il piacere
dell’amore sessuale), e vipralambhasrngara (l’amore in separazione, viraha)
che è la più alta, la più pura e la più purificata
forma di devozione. Il flauto di Krishna, la sua visione ed il suo tocco
rendono la devozione più concreta.
Secondo la tipologia guna, ci
sono tre tipi di devoti che sono avviluppati in tamas, rajas o sattva.
“La natura materiale è
formata da tre influenze: sattva, rajas, tamas. Quando l'essere vivente entra
in contatto con la natura materiale diventa condizionato da queste influenze.”
(Bhagavad Gita, 14 : 5)
Esiste, ciononostante, un quarto
tipo di devoto, che con la grazia ha trasceso i tre guna e tutto
l’egoismo. La sua unica preoccupazione è il servigio ai piedi del
proprio Bhagavat 6, poiché ha
superato la brama di salvezza. Per costoro, la devozione non è
più un mezzo, ma un fine. Se il merito della devozione sia il frutto
delle buone azioni o sia un puro dono di grazia, il BHP raggiunge un
delicato equilibrio tra la partecipazione dell'uomo alla sua santificazione e
la sovranità dell'onnipresente grazia di Krishna. L'ultimo argomento
studiato da Sheth è la salvezza. Contro la teoria che esistano
differenti ed indipendenti marga (percorsi) per raggiungerla, il BHP
sostiene la supremazia del bhaktimarga, senza la cui diffusione altre
vie non hanno utili finalità, anche se un passaggio o due ammette con
riluttanza che la via della conoscenza può bastare. Paradossalmente, la bhakti,
nella misura in cui implica l'esclusiva concentrazione di Krishna, include
amore e odio. L’odio, infatti, può concentrare sul suo obiettivo
l'intera dinamicità della mente, anche in modo più efficiente
d’altri generi d'amore. Naturalmente, la liberazione è sempre una
conseguenza della grazia di Krishna. Egli sembra avere una predilezione per i
suoi devoti, ma essendo divinamente imparziale e misericordioso, può
salvare i suoi peggiori nemici nel momento in cui li uccide. La salvezza non
è però negativa finché libera dall'ignoranza avvolta dai
fili dei guna (passioni, egoismo, peccati) e da tutti i tipi d’azioni
vincolanti, ma è anche positiva. Infatti, per il VP è lo
stato di perfezione imperitura e d'interezza e, per il BHP, è la
beatitudine finale, la spiritualità ed il Brahmatva 7, la pace più elevata; è il raggiungimento
della dimora (che è Brahman) di Krishna e della sua forma venendo
assorbiti in lui. Il BHP elenca cinque varianti per la salvezza: la
condivisione della sua dimora (salokya), la condivisione della sua
gloria e della sua potenza (sarsti), la condivisione della
prossimità (samipya), la condivisione della sua forma (sarupya)
e di essere uno con lui (ekatva), ciò è reso plausibile da
Sridhara 8 che fonde o unisce col Signore (sayujya).
Infatti, il termine ekatva può apparire troppo forte, ma non se
uno ricorda che Krishna è il supremo Sé (Atman) di tutto.
Il devoto perfetto non mira ad una qualsiasi salvezza, e non la accetta neanche
quando gli è offerta, ma anela solo a servire il suo Signore. La
salvezza, nondimeno, si può realizzare nella vita di questo mondo (jivanmukti).
Un tal studio potrebbe ramificarsi in molte direzioni per la vastità
degli indubbi problemi che questi tre testi sollevano. Noel Sheth, in ogni
caso, ha preferito ciò che egli chiama un approccio fenomenologico:
lasciare che i testi parlino da soli. Da esperto sanscritista li ha analizzati
con impeccabile competenza rendendoci un lavoro esaustivo nella sua concisione,
chiarezza e piacevole stesura. Alcuni errori di stampa sono stati aggiunti in
errata corrige, ma le ultime annotazioni sono le poche sviste che realmente
esistono. La qualità di questo libro è notevole perché fu
originalmente una tesi di dottorato presso l’Harvard University. Il Professor
Daniel H. Ingalls, presidente del Dipartimento, lo ha completato con una
piacevole e lodevole prefazione.
RECENSIONE 2. A cura di David L. Haberman.
È professore presso il dipartimento d’Orientalistica della “University
of Arizona”, Stati Uniti d’America.
I lila di Krishna sono stati il soggetto di un
numero recente di studi, ma questo libro di Noel Sheth aggiunge un tassello
utile a questa crescente collezione. Coloro che s’interessano al giovane dio-vaccaro,
si versano immediatamente sul Decimo e famoso Libro del Bhagavata Purana,
ma Sheth dimostrò che il ritratto di Krishna trovato nel Bhagavata
è il risultato di un lungo processo evolutivo per comprendere la
divinità di Krishna. La prova offerta da Sheth ai suoi lettori è
un'analisi comparativa delle tre opere in cui la storia di Krishna riveste una
grande importanza: l’Harivamsa (la sezione del Visnuparva), il Visnu
Purana (Quinto Libro) e il Bhagavata Purana (Decimo Libro). Il
lavoro di Sheth evidenzia il carattere distintivo e teologico di Krishna in
ognuna di queste fonti. Egli sostiene, che la preoccupazione principale dell’Harivamsa
è di intrattenere il suo pubblico con le storie di un eroico
Krishna, mentre il Visnu Purana e il Bhagavata Purana
incoraggiano i loro lettori a trasformarsi in affezionati devoti di un Krishna
completamente divino. Il primo testo, egli afferma, riflette un atteggiamento
cultuale per l’eroe, il secondo riflette una movenza di pietà ortodossa,
ed il terzo riflette un atteggiamento d’amore mistico. Il libro di Sheth
è uno studio accurato delle varie rappresentazioni della vita di
Krishna; inoltre, dimostra una profonda conoscenza che l'autore possiede dei
testi con i quali opera. Il libro, una rielaborazione di una tesi presentata
all'Università di Harvard, è strutturato in quattro capitoli. Nel
primo, Sheth presenta Krishna come l'eroe che sembra essere nell’Harivamsa,
introducendolo in una discussione generale sulla figura dell'eroe nella poesia
eroica. Bisogna adottare il punto di vista di Sheth. Tuttavia, nel considerare
se Krishna sia un eroe umano o un essere divino, ci si chiede se egli apprezzi
pienamente il concetto Vaisnava delle due forme (rupa) di Krishna: la
forma divina e maestosa (aisvarya-rupa) di Krishna è
intenzionalmente celata dalla sua forma umana (saumya-manusa-rupa) e
piacevole per lo scopo della bhakti (vedere, per esempio, la Bhagavad-gita
11).
Nel secondo capitolo, Sheth esamina
il ritratto di Krishna trovato nel Visnu Purana e nel Bhagavata
Purana, mostrando come le varie narrazioni siano state rielaborate per dare
risalto alla natura divina di Krishna. Gli sviluppi teologici situati
all'interno di questi due testi costituiscono il fulcro del terzo capitolo, il
più istruttivo tra tutti. In questo capitolo Sheth esplora l’evoluzione
d’alcuni importanti concetti Vaisnava come il lila, la maya, il prasada
e la bhakti. Questi concetti che ricevono poca attenzione nell’Harivamsa,
sono cruciali per la comprensione della natura di Krishna nei testi successivi.
Sheth presenta le sue conclusioni
nel capitolo finale. Egli utilizza l'immagine di una pianta fiorita per
trasmettere lo sviluppo evolutivo della divinità di Krishna e dei suoi
concomitanti ideali di devozione: “È nella forma di un germoglio nell'Harivamsa,
comincia a fiorire nel Visnu Purana e sboccia nel Bhagavata Purana,
mentre ostenta nelle sue varie forme e caratteristiche una gamma completa di
petali variegati” (pag. 142). Il lettore che desidera sapere su quale terreno,
acqua e sole si sia prodotta questa fioritura, può approfondire in prima
persona. Il sottoscritto finisce il libro felice che Sheth abbia analizzato
così attentamente i motivi ed i contesti storici di quest'evoluzione,
mentre Daniel H. Ingalls commenta nella prefazione che è stato un
compito difficile.
RECENSIONE 3. A cura di William Smith. È professore presso la
facoltà d’Orientalistica dell’Università di Stoccolma, Svezia.
Questo volume studia lo
sviluppo della divinità dell’eroe Krishna descritto nell’Harivamsa,
la cui piena apoteosi è raggiunta nel Visnu e nel Bhagavata
Purana. È suddiviso in tre parti. Sheth in primo luogo esamina la
biografia di Krishna nell'Harivamsa, episodio per episodio, la quale
contrasta con quelle presentate nei due purana; poi, nella sezione
finale tratta della natura di Krishna ed il suo rapporto con la creazione. In
questo libro, ci sono un certo numero di studi sul culto e sul mito di Krishna
nei suoi vari aspetti, che lo valorizzano per precisione e portata. Sheth si
limita a questi tre testi (assieme ai commentari) permettendogli di parlare a
nome di sé stessi. Il Krishna dell’Harivamsa è un essere
dai poteri limitati: non è in grado di sconfiggere Jarasandha (il re di
Magadha); scappa dinanzi a Kalayavana (il re degli Yavana); è soggetto
alle maledizioni e alla legge karmica; adora anche altri dei. Innalzato nei purana
ad Altissimo Essere, egli è onnipotente e onnisciente, in modo
così naturale che al precedente Krishna non gli è concessa
cittadinanza. Gli scrittori dei purana 9 poterono ridimensionare gli
episodi discutibili, ma poiché il mito era fissato, non potettero
ometterli facilmente (questo è fatto raramente); anziché
giustificare e reinterpretare concetti moralmente o teologicamente opinabili,
rimasero fedeli alla precedente versione degli eventi. Seguirono un
procedimento apologetico che è descritto in questo libro.
Un metodo favorito fu di
invocare il concetto di lila. Dato che Krishna aveva assunto una forma
umana, fu necessario che recitasse il ruolo dell'essere umano. Cosicché,
il suo comportamento apparentemente umano è una mera illusione e,
oltretutto, ha la funzione di fornire un esempio di condotta appropriata per i
suoi devoti. Una delle più importanti trattazioni delineate dall’autore
fu la sua relazione con le gopi. Secondo l’Harivamsa, Krishna
gode le gentilezze delle pastorelle di là dalla semplice concupiscenza (rati),
e questo sembra anche aver imbarazzato lo scrittore del poema. Il Visnupurana
ricorre alla geniale giustificazione che essendo Krishna presente in tutta la
creazione, compenetra anche i mariti delle pastorelle, ed è così,
in sostanza, il loro marito. Il più artefatto Bhagavatapurana
spiega che siccome Krishna è completo in sé, egli è senza
desiderio, così il suo amoroso lila, è allo stesso tempo
una manifestazione di benevolenza ed un atto di misericordia e, inoltre, coloro
che meditano sul racconto purificheranno i loro cuori dalla concupiscenza. In
questo modo, ciò che era originalmente un’imbarazzante descrizione di
concupiscenza diventa un mezzo per il suo sradicamento.
La trasformazione di Krishna a divinità
suprema, tuttavia, non è così chiara come l'autore sostiene. Egli
ritrae il Krishna dell'Harivamsa principalmente come un eroe,
distinguendolo dagli episodi in cui è divino. Krishna che qui possiede
dei tratti umani, non implica necessariamente che sia un eroe più di un
dio; potrebbe semplicemente indicare che il concetto di divinità che
pervade l'Harivamsa si differenzia dai purana. Ci sono numerosi
miti indiani, antichi e medievali, in cui le divinità manifestano delle
caratteristiche umane che questi scrittori dei purana ritengono
indesiderabili per Krishna, ma il fatto che le trovino così non significa
necessariamente che siano incompatibili con la divinità in quanto tale,
ma piuttosto con il loro particolare concetto di divinità. Qualcuno
potrebbe anche chiedersi perché l'autore non precisi nella sua
dissertazione sulla poesia eroica, una delle più interessanti
caratteristiche biografiche di Krishna, ovvero gli schemi che ha in comune con
le altre realizzazioni conosciute come “il mito dell’eroe.” Il modo di esporre
il materiale, forse inevitabilmente, comporta un certo numero di ripetizioni e
d’errori di stampa non inclusi nell'errata corrige, ma si tratta d’imperfezioni
minori rispetto all'utile contributo offerto per lo studio del mito di Krishna.
GLOSSARIO
1. Taittiriya: la collezione degli
Inni.
2. Satyam jnanam anantam: pura
esistenza, ultima verità, satyam; onnisciente, jnanam;
dovunque, infinito, anantam.
3. Saccidananda o Sat-cit-ananda,
è composto di tre parole Sanscrite, Sat, Cit, e Ananda.
4. La prakrti, questo termina sanscrito
significa natura; ordine naturale; forma primitiva, fondemento, origine, causa.
La prakrti, intesa come un principio femminile, è collegabile al
concetto di maya.
5. Nirguna: senza qualità distintive-limitative
o senza guna.
6. Bhagavat: colui che possiede bhaga” e, quindi, il “glorioso.”
7. Brahmatva: che è oltre questi tre guna.
8. Sridhara: il mantenitore della dea della fortuna, Bhaktivedanta VedaBase,
Srimad Bhagavatam 12.12.54
9. La tradizione attribuisce i purana a Vyasa,
ma gli studiosi ritengono tuttavia che siano opera di più autori,
vissuti tra il IV e il XVI secolo.