L’Islam
e il Divino Femminile
L’Islam è stato così spesso dipinto come una fede patriarcale e maschilista
che nessuno mai ne ha sospettato la sua valenza femminile e ne resterebbe
stupefatto se ne constatasse tale presenza fin dai suoi albori. Probabilmente
esso dipende dal fatto che il Femminile appartiene alla metafisica interiore
dell’Islam; l’esistenza di questo aspetto è stato tenuto ampiamente
nascosto – ma non è per questo meno vitale. Negli ultimi anni il
Cristianesimo ha tentato di trovare una collocazione al Divino Femminile, ma
nell’Islam esso non è mai stato messo in discussione, in quanto l’elemento
femminile è stato sempre presente, specialmente nel sufismo.
Sebbene sia il maschile che il femminile traggano
entrambi la loro origine dal Divino, riservo una particolare attenzione al
femminile dell’Islam, poiché esso è stato per lungo tempo trascurato.
Inoltre, dalle fonti islamiche e dalla tradizione sufi emerge una chiara e
esplicita preferenza per l’aspetto femminile di Allah, specialmente ed
essenzialmente per quanto concerne la natura dell’ultima Divina Realtà.
La Polarità della Divina Maestà e Bellezza
La distinzione tra maschile e femminile non è proprio
un accidente biologico, ma si tratta in realtà di un elemento profondo della
natura umana. Questa differenziazione proviene dalla biologia attraverso la
psicologia e lo spirituale della Divina Realtà in sé. Al più alto
livello della Realtà Divina, Allah è perfettamente Uno. La radice della dualità
tra maschile e femminile si trova nella natura Divina stessa. L’essenza di
Allah trascende ogni dualità, ogni relatività, così è al di là del maschile e del femminile. Ma perfino
al livello della Natura Divina, ritroviamo le radici del maschile e del
femminile. Al più alto
livello, Allah è nello stesso tempo Assoluto e Infinito. Questi due attributi
sono i supremi archetipi del maschile e del femminile. "Maschile" e
"femminile" non sono semplicemente gli equivalenti maschio e femmina
del genere umano dal momento che ogni uomo e ogni donna possiede entrambi gli
elementi al proprio interno. Perciò Allah è Assoluto in quanto
principio maschile; e Allah è Infinito in quanto principio femminile. Allah
ha rivelato Sé stesso nel Corano come rigoroso e clemente, conosciuto coi nomi
di Maestà (jalâl) e Bellezza (jamâl). Il Generoso, il
Misericordioso, il Perdonatore, sono nomi di Clemenza o Bellezza, mentre l’Enumeratore
e il Giusto sono nomi di rigore o di Maestà. I nomi rispecchiano i principi del
maschile e del femminile: i nomi di Maestà sono il prototipo del maschile,
mentre i nomi di Bellezza sono il prototipo della femminilità.1
Di fronte al mondo, Allah è il Creatore. Questa
funzione divina è tipicamente
maschile, rappresenta l’azione, la forza, il movimento, il rigore; Allah è
come un Legislatore. Ma esiste anche un aspetto increato di Allah. Allah
non si è stancato della Sua creazione del mondo. Allah è più che il creatore del mondo: al-Khâliq,
il Creatore, è solo uno dei nomi divini. La Divina Realtà non partecipa
completamente all’atto della creazione. Allah è Infinito e il mondo è
finito. L’increato aspetto di Allah corrisponde al Divino Femminile. È a ciò che
la poesia Sufi così spesso
riferisce del Femminile. Le immagini dell’Amata sono attribuite al metacosmico
aspetto del Divino, non all’aspetto della creazione.
Ecco perchè Ibn al-‘Arabî afferma che Allah può
essere attribuito sia a huwa (Egli) che a hiya (Ella).
I Termini Femminili della Divinità
Alcuni dei termini chiave associati col Divino sono di
genere femminile nella lingua araba. Tre di loro sono essenziali per la
comprensione della dimensione femminile nell’Islam. Uno dei nomi di Allah è al-Hakîm,
il Saggio; la Saggezza è hikmah. In Arabo si dice, ad esempio, "la
Saggezza è preziosa," tu avresti potuto aggiungere il pronome femminile: al-hikmah
hiya thamînah, che significa
letteralmente "La saggezza, essa è preziosa." Questo trova risonanza
con la dimenticata tradizione mistica Cristiana, nella quale la Saggezza è la
personificazione di una donna, la divina Sophia, associata alla Vergine Maria.
Il secondo termine è rahmah (misericordia), riferito al più importante
nome di Dio dopo Allâh: al-Rahmân, il Misericordioso, il quale
ha attinenza con la parola 'grembo, utero, matrice', in arabo rahim, la
fonte di vita. La fonte di vita è la Misericordia Divina e l’aspetto
femminile di esso è evidentissimo. Il terzo, il più
ragguardevole di tutti, è la parola adatta alla stessa Essenza Divina: al-Dhât,
la quale è altresì femminile. Questa Divina Essenza è sovra-esistente, non
manifesta e trascendente tutte le qualità, può essere compresa come femminile.
Il noto maestro Sufi Najm al-Din Kubra descrisse Dhât come la
"Madre degli attributi divini." Secondo un hadith riportato in un
commentario dell’opera Fusûs al-hikam scritta da Ibn al-‘Arabî, il
Profeta Muhammad disse: "fu data la priorità al vero femminile che spetta
all’Essenza." Ibn al-‘Arabî stesso scrisse che "Talvolta uso il
pronome femminile quando mi rivolgo ad Allah mirando alla sua Essenza."
A livello metafisico, il femminile corrisponde
all’interiore e il maschile alla manifestazione.
Nella città tradizionale islamica, la bellezza è interiorizzata. Tutti
gli esseri umani contengono entrambi gli elementi in loro stessi, nelle loro
anime e nei loro corpi. La perfezione dello stato umano, al-insân al-kâmil,
significa la perfezione sia delle qualità maschili che delle femminili, il
prototipo del maschio e della femmina. Nel Sufismo, l’uomo e la donna compiono
esattamente gli stessi riti e la medesima adorazione, così la perfezione della spiritualità umana è ugualmente
accessibile all’uomo e alla donna – diversamente dal Buddismo Theravada, nel
quale una donna deve rinascere come un uomo per poter raggiungere il nirvana.
L’immagine femminile dell’Amata Divina nella poesia
Sufi
La letteratura Sufi ha discusso più di qualsiasi altra produzione letteraria sul tema
femminile nell’Islam. Le storie sufi hanno trasformato ordinarie storie
d’amore in corrispondenti significati del più sublime livello. La storia d’amore di Layla e Majnun
è la più conosciuta
tra tutte. Essa trae origine da una semplice storia d’amore avvenuta in
Arabia, ma la letteratura Sufi la elaborò nella più bella storia d’amore mai esibita nella poesia
Persiana. Essa simboleggia non solamente l’amore di un uomo e di una donna in
Allah, ma l’amore dell’uomo per Allah. In questi poemi l’eroina è elevata
a simboleggiare la Divina Realtà in sé. La Divina Realtà è descritta come
una bellezza femminile. L’eroe va alla ricerca del Divino, il cui atto è
maschile. Contrariamente al misticismo Cristiano, in cui Dio è attivamente
maschile e il devoto è passivamente femminile; le storie d’amore Sufi
dipingono l’Amata una donna che è Presenza in attesa silenziosa, mentre
l’eroe è alla sua ricerca.
Il nome Laylá proviene dalla parola layl
che significa 'notte'. La Notte rappresenta il non-manifestato. Nel deserto
Arabo, la notte è una realtà senza confini: le forme si dissolvono, né dune
di sabbia, né cammelli o qualsiasi altra cosa è visibile, tutto è informe,
niente eccetto tenebre. Questo è un diretto simbolismo del non manifestato
aspetto della Natura Divina, Allah come Non Manifesto. L’oscurità assorbe
ogni luce, poiché è al di sopra della manifestazione, cosicché simboleggia il
Sovra-Esistente. Nel poema, Layla fu nominata per la nerezza dei suoi capelli e
fu designata bellezza della notte. Per estensione, difatto essa si riferisce
alla bellezza della Divina Realtà oltre questo mondo, oltre l’atto di
creazione, e quindi il supremo obiettivo che il Sufi cerca di raggiungere. Il
nome di Majnûn letteralmente significa 'pazzo', ma qui significa qualcuno che
si trova in una condizione spirituale non ordinaria, simboleggia una persona
alla ricerca di Allah. In questo mondo in cui la maggior parte degli uomini
dimentica Allah, l’individuo che Lo ricorda è considerato pazzo.
Conformemente alla caratteristica maschile, Majnûn simboleggia l’aspetto del
desiderio ardente e dello sforzo che va alla ricerca di Layla mentre lei se ne
sta seduta a pettinarsi i capelli. Colui che intraprende un viaggio, impaziente
e smanioso per Layla, ha l’anima del Sufi.
Essendo Allah l’Amata della letteratura Sufi, il ma’shûq,
è sempre ritratto con iconografia femminile. Benché l’Islam non sia
iconoclasta e non raffiguri Allah, ha in serbo la raffigurazione verbale. La
letteratura Sufi è piena di immagini della nostra esperienza di Allah come la
visione dell’Amata e l’unione con l’Amata. È stato sviluppato un accurato vocabolario in cui ogni
parte del corpo della donna, specialmente il viso, simboleggia la Realtà
Divina. Ad esempio, le sopracciglia sono paragonate ad un arco che scaglia il
dardo delle occhiate rapide, la freccia dell’amore di Allah nei nostri cuori
che ci fa andare oltre noi stessi. Similmente agli occhi di una donna velata
della tradizione culturale islamica, dove tutto quello che si può vedere sono i
suoi bei occhi: il suo completo vocabolario amoroso è espresso da un unico
sguardo. Il rosso rubino delle labbra è paragonato al colore rosso che
simboleggia il vino. Il vino è utilizzato nella letteratura Sufi per
simboleggiare il passaggio ad un non ordinario stato di coscienza nell’unione
col Divino. Quantunque il vino sia proibito nelle legge Islamica, c’è del
vino puro da bere in Paradiso.2 Per i Sufi l’esperienza del
Paradiso in questo mondo può essere ottenuta dall’esperienza interiore dei più celestiali
livelli, il vino del Paradiso è accessibile simbolicamente attraverso il
Sufismo. Il rossore di questo vino è congiunto al colore delle labbra della
donna. Allo stesso tempo, il bacio delle labbra è un simbolo erotico di unione
e intimità.
A titolo di esempio, riporta Rumi nel Masnavi:
I
re mordono la terra di cui sono fieri;
Per
Dio si è confuso nella terra polverosa
Un
sorso di bellezza dalla sua preferita tazza.
È quello
l’amante appassionato?Non sono queste labbra di argilla?
Tu
l’arte baci con mille estasi,
Pensa,
poi, come deve essere quando è puro!
La visione di Dio nella Donna
C’è stata una questione lungamente dibattuta
nell’Islam: possiamo vedere Allah? Il Profeta disse in un hadith: "Nel
Paradiso il fedele vedrà Allah con la chiarezza con la quale vede la luna nella
sua quattordicesima notte (la luna piena)." I teologi si sono dibattuti a
lungo sul suo significato, ma i Sufi hanno ritenuto che si possa vedere Allah
anche in questo mondo cogli "occhi del cuore." Al-Hallaj disse in un
poema: "ra’aytu rabbi bi-‘ayni qalbî" (Ho visto il mio
Signore coll’occhio del mio cuore). I Sufi dicono che poiché si può avere
l’esperienza del Paradiso anche in questo mondo, si può avere la visione (ru’yah)
di Allah. Hanno sempre descritto questa esperienza teofanica nella visione di
una donna, la figura femminile è l’oggetto della ru’yah.
Il Tarjumân al-ashwâq, la collezione dei poemi
amorosi composti dopo l’incontro con la dotta e bella donna persiana Nizam
alla Mecca, è colma di immagini indicanti la Divina Femminilità. L’ultimo
capitolo del suo libro Fusûs al-hikam, Ibn al-‘Arabî riporta che la
suprema visione dell’uomo di Allah è nella forma di una donna durante
l’atto copulativo. La contemplazione di Allah nella donna è la più alta forma di contemplazione possibile.
Come la Divina Realtà è inaccessibile riguardo
all’Essenza, e esiste solo la contemplazione in una sostanza, la
contemplazione di Dio in una donna è la più
intensa e la più
perfetta; e l’unione più
intensa (nell’ordine sensibile, la quale serve come supporto per questa
contemplazione) è l’atto coniugale.
Allah come Madre
Contrariamente al Cristianesimo, l’Islam non ha mai
ritratto Dio come Padre, e nemmeno un paragone è praticabile con l’Islamismo
circa questo soggetto. Comunque, i musulmani hanno sempre trovato facile e
naturale parlare delle qualità materne di Allah.
Il Profeta Muhammad fu il primo ad usare l’esempio
delle madri per illustrare la benevolenza di Allah. Dopo una battaglia, il
Profeta e i suoi Compagni incontrarono per caso un gruppo di donne e bambini.
Una donna aveva perduto suo figlio e girava cercandolo, dal suo seno colava il
latte. Quando lo trovò, fu felice di accostarselo al seno e di nutrirlo. Il
Profeta domandò ai suoi compagni, "Pensate che questa donna potesse
gettare suo figlio nel fuoco?" Essi risposero "No." Allora ribatté:
"Allah è più
misericordioso verso i Suoi servitori di questa donna verso suo figlio."
(Dalla collezione di hadith di al-Bukhari).
Un altro hadith di al-Bukhari descrive come durante la
conquista della Mecca compiuta dai musulmani una donna correva sotto al sole
cocente alla ricerca di suo figlio. Lo trovò e stringendoselo al seno
disse:"Figlio mio, figlio mio!" I Compagni del Profeta videro questo e
piansero. Il Profeta fu deliziato di vedere la loro misericordia e disse:
"Vi meravigliate della compassione (rahmah) per suo figlio? Per
mezzo di Colui nelle cui mani si trova la mia anima, nel Giorno del Giudizio,
Allah mostrerà più
rahmah verso i Suoi fedeli servitori di quanta possa mostrarne questa
donna verso suo figlio."
Jalal al-Din Rumi, in un meraviglioso passaggio del Masnavi
3 a riguardo del Ritorno ad Allah, fa riferimento alla storia del
piccolo Mosé e si indirizza direttamente ad Allah come "Madre":
Alla
Resurrezione, Sole e Luna sono dispensate dal loro lavoro;
l’occhio
è occupato a contemplare la fonte del loro bagliore,
al
fine di poter distinguere il possesso permanente dal prestito temporaneo,
e
questo caravanseraglio perituro della dimora eterna.
La
nutrice è presa in prestito tre o quattro giorni: Tu, o Madre,
prendici
nel tuo seno!…
… Io non voglio alcuna nutrice; mia Madre è migliore.
Io
sono come Mosé; mia Madre è la mia nutrice.
(Masnavi,
V:696-701)
La Ka’bah della Mecca che è il perno e il cuore vero
dell’Islam mondiale è associabile all’immagine femminile; difatti essa è
velata da drappi di colore nero del Femminile Sovra-Esistente. Scrittori
Medievali e poeti hanno spesso confrontato il più
santo Santuario dell’Islam alla sposa velata o alla vergine desiderata,
specialmente durante il pellegrinaggio. Il loro scopo era di toccare e baciare
il segno della sua bellezza, la pietra nera. Khaqani fu il poeta Persiano che più
frequentemente impiegò questo simbolismo nei suoi poemi sul pellegrinaggio. Ma
un’altra spiegazione sulla Ka’bah può arrivarci dalla radice araba del suo
nome. Sebbene la stessa parola ka’bah significhi 'cubo', essa è strettamente
legata alla parola ku’b che significa 'mammella della donna'. Questo
giro di frase fuori dall’essere un’appropriata metafora, spiega meglio che
la Ka’bah nutre col latte della benedizione spirituale tutti i credenti che la
toccano e la baciano. Riflette inoltre per eccellenza la forma femminile della
Yoni dell’immobile Pietra Nera.
L’Anima Femminile del Profeta
La natura dell’anima del Profeta Muhammad è
all’interno profondamente femminile. Quando i suoi Compagni gli chiesero chi
amasse maggiormente al mondo, rispose in favore di sua moglie ‘Â’ishah.
Furono sorpresi di ascoltare il suo annuncio di amore per una donna, come se
fosse un nuovo concetto al loro riguardo; essi erano abituati a ragionare in
termini virili e camerateschi. Così gli chiesero quale uomo stimasse
maggiormente. Rispose Abû Bakr, il padre di ‘Â’ishah, un gentiluomo
conosciuto per la sua personalità impressionabile. Queste risposte confusero i
Compagni i quali fino ad allora erano stati educati secondo valori patriarcali.
Il Profeta li introdusse per la prima volta al rispetto per la Donna.
La Surah 109 del Corano, detta al-Kawthar, è
rivelatrice circa l’anima femminile del Profeta. Essa rivela perché i suoi
nemici lo biasimarono di non avere figli maschi, ma solo femmine, mentre loro
perpetuavano il lignaggio patriarcale. Allah consolò il Profeta con la seguente
rivelazione: "Noi ti abbiamo dato al-Kawthar ... sicuramente chi
ti offende e ti danneggia sarà privato d’ogni progenie." Che cos’è
al-Kawthar? Una sacra acqua di vita del Paradiso – un simbolo
profondamente femminile. Essa rappresenta una celeste esaltazione del Femminile
sulla società patriarcale. Il nome di Kawthar deriva dalla stessa radice
di kathîr 'abbondanza', una qualità dell’Infinito superno, il Divino
Femminile.
La Donna come Creatore
Uno delle più
dirette dichiarazioni del Divino Femminile in tutta la letteratura Sufi si trova
nel Masnavi di Rumi. In un passo elogia le qualità femminili di
gentilezza e di piacere, un passo che è sempre più conosciuto in questi tempi di reviviscenza femminile,
recita:
La donna è un raggio di Dio, e non è questa amata
terrestre:
lei è creatura, pertanto sembra che non sia creata..
(Masnavi, I:2437)
La Supremazia del Femminile in Islam
Visto dall’esterno, l’Islam può apparire una fede
maschilista e dominatrice. Ciò dipende dai suoi aspetti esteriori, come la
legge sacra che governa l’ordine sociale, essi sono manifestazioni degli
attributi jalâl di Allah. Il volto nascosto dell’Islam, poco
conosciuto dal mondo esterno, vive e respira i valori interiori dell’amore,
del perdono, della misericorde Presenza Divina che trascina i cuori più chiusi verso gli infiniti aspetti jamâl della
Bellezza di Allah. La supremazia eterna della natura femminile di Allah è
sancita da un hadith qudsi: "La mia misericordia precede la mia
collera" (rahmatî sabaqat ghadabî).
Innanzitutto, l’infinito eterno mistero dell’Essenza increata di Allah è il Divino Femminile che è l’ultima spirituale Realtà, essa chiama le anime innamorate di Allah a ritornare alla loro dimora e a ritrovare una pace perfetta.
1. http://www.penkatali.org
2. Mandel Gabriele, I novantanove Nomi di Dio nel Corano, Edizioni San Paolo, 1995
3. Corano 47:15: “È stato promesso ai timorati di Dio è così: vi saranno fiumi d’acqua incorruttibile, e fiumi di latte dal gusto immutabile, e fiumi di vino delizioso…”
4. Jalal al-Din Rumi, Mathnawi, La Quête de l’Absolu, Edition du Rocher.