La scienza delle donne ed il gioiello: la sintesi del tantrismo e del sufismo in un corpus di testi mistici in Aceh (Sumatra)
A cura di Vladimir
Braginsky. È professore di lingue e letterature del Sud-Est Asiatico presso l’Università
di Londra. È filologo di lingua malese. È esperto di
letteratura Islamica Malese ed Indonesiana. È
studioso di Sufismo Malese.
Il Tirya-Veda (la scienza delle donne) è un mare tempestoso ed un oceano illimitato, mai nessun uomo saggio se l’è cavata a farlo risuonare col suo intelletto. Ma non temere: ti risolveremo questo problema e ti riveleremo i misteri di questa scienza!
Inayatullah
Kanbu. Bahar-i danish [la primavera della conoscenza]
Introduzione
Il Sufismo si diffuse
estesamente nel nord di Sumatra, specialmente nella regione di Aceh tra il 16mo
ed il 19mo secolo. Questo Sufismo regionale è conosciuto
soprattutto dalla lettura di testi eruditi che ci sono pervenuti, detti Kitab.
Si tratta di ontologie mistiche in cui sono trattati sia gli argomenti
metafisici inerenti ai percorsi di discesa (tanazzul) e d’ascesa (taraqqi)
dell’anima, sia le differenti litanie (zikir, dall’Arabo dhikr)
considerate come lo strumento principale per il progresso spirituale. La
dottrina corrente del Sufismo in Aceh è stimata molto simile alla sua
controparte Mediorientale. Entrambe si rivolgono al più radicale “Wahdat
al-wujud” o monismo esistenziale di Hamzah Fansuri e di Syamsuddin di
Pasai, e al più moderato “Wahdat al wujud” o “Wahadt
al-syuhud” o monismo sperimentale di Nuruddin ar-Raniri e di Abdurrauf
as-Sinkili. Il Sufismo Acehnese è normalmente compreso come una forma di
misticismo Islamico segnatamente differente dalle dottrine e dalle pratiche
del Sufismo Giavanese, le quali si sono molto mescolate all’Induismo e al
Buddismo, e particolarmente ai simboli eccentrici del Tantrismo.
Non è
infondata la difficoltà di comprendere e classificare il Sufismo Sumatrese
del nord. Visto dall’alto sembrerebbe un “mosaico frammentato”, usando l’espressione
di Riddell, o piuttosto è la testimonianza evidente che la sua origine vada
ricercata in una fonte differente dal “Sufismo del Kitab”. Almeno
due tipi di componimenti sono di particolare interesse. Il primo, lo
chiameremmo “Sufismo poetico” perché include i poemi allegorici Sufi in
versi ed in prosa basati sul simbolismo delle immagini, delle lettere e dei
numeri. Il secondo, è meno distinguibile dal “Sufismo del Kitab” o
Sufismo poetico, giacché racchiude trattati e poemi Sufi allo stesso tempo.
Ed ancora, i lavori che appartengono a questa categoria sono uniti da un’unica
caratteristica: tutti rivelano la forte tendenza Tantrica nascosta ed insita
nel Sufismo Sumatrese del nord che è in aperta sfida al Sufismo tradizionale.
Poca attenzione è stata prestata finora a questi lavori, siccome la maggior
parte di essi sono ancora inediti. Inoltre, la natura dei testi è
completamente diversa da quelli della tradizione Kitab. Questi testi sono
molto più criptici da decifrare ed il ricercatore si trova continuamente
nella condizione di convertire tra la prospettiva Sufi e la Tantrica.
La presente
relazione è il primo studio di questo corpus alternativo di testi del Sufismo
Sumatrese settentrionale. Esso si concentra sulla sintesi dei suoi elementi
Sufi e Tantrici. Tutti i testi sono in Malese e la maggioranza proviene da
Aceh. Poiché la maggior parte degli scritti di questo corpus è esaminata per
la prima volta dai ricercatori delle discipline Malesi, la loro attenzione si
concentra sulla descrizione e sul confronto delle dottrine e delle pratiche
delle due controparti spirituali1.
La parte conclusiva della relazione allarga la discussione sulla natura e sull’origine
dell’avvenuta fusione tra Tantrismo e Sufismo. Nel tentativo di identificare
la dimensione Tantrica dei testi di questo corpus, l’autore ha agito in
conformità ai due concetti chiave generalmente accettati dagli studenti di
Tantrismo. Secondo il primo, “la pratica spirituale Tantrica poggia sull’idea
che i loro dogmi e i loro decreti filosofici-religiosi debbano sperimentarsi
in forma fisica, e non siano solamente espressione di un’attività
intellettuale” (Gupta et al. 1979: 122-23). Stando al secondo, che conferma
il primo, “la sadhana (il metodo, la pratica) fondamentale del
Tantrismo, del Buddismo e dell’Induismo è l’esercizio sessuale secondo le
regole del laboratorio Tantrico” (Bharati 1993: 228).
Hamzah Fansuri e le pratiche
Tantriche a Sumatra
I primi
elementi studiati del nostro corpus sono un numero di versetti in prosa presi
dai lavori di Hamzah Fansuri, il quale visse e scrisse tra il 16mo
e 17mo secolo. In questi passi, il poeta Sufi ridicolizza gli
adepti di una certa “scienza forestale” (cioè praticata nella foresta),
che fu molto diffusa nel nord di Sumatra in quel tempo. Da alcuni canti si
evince che questa scienza forestale praticò uno Yoga che mirava alla
realizzazione cognitiva dell’Assoluto. Molti riferimenti a questa scienza
sono presenti nei lavori di Hamzah, ma qui sotto sono riportati solamente i
passaggi più importanti2.
I
ricercatori si riuniscono nella giungla
Praticano
il ritiro dal mondo per mesi e mesi,
Dalla
gioventù all’incanutimento dei capelli
Non possono incontrare il Signore
I loro corpi sono distrutti dalle pratiche ascetiche:
Si
sforzano di vedere Dio nella forma di una statuetta,
Trascinano
il loro respiro nel cervello,
Affinché il loro olio non si muova caoticamente.
Compiono
innumerevoli meraviglie
E
godono d’enormi notorietà,
Hanno
un’immaginazione eccessiva,
Così, come possono raggiungere rapidamente l’unione?
Non
sospendere la ricerca della conoscenza di Dio
Nella
regione dei polmoni o nella parte posteriore del cuore,
Rinuncia
al falso sentiero –
Troverai così il gioiello nascosto in Te stesso.
La
scienza di Dio non è difficile,
Non ha
niente a che fare col tuo roteare degli occhi
E
con lo sforzo muscolare di torcere l’ombelico,
Il quale risveglia solamente l’ira del Tuo Divino Amato. (XXIII: 10-12)
Se
ti sforzerai per un incontro sincero [con Dio],
Non
adorerai il bagliore della tua fontanella*
Dato
che il nostro Signore non sarà soddisfatto
Della
tua scienza dello splendore e dell’orgoglio.
*: le
fontanelle sono in anatomia i punti non ancora completamente ossificati del
neurocranio del neonato e del bambino.
Il
nostro Signore è il Signore di tutta l’Esistenza,
[Così],
come può essere localizzato nella fontanella?
Non
identificare la verità coi legami mondani,
Cosicché
raggiungerai l’unione coll’Essenza di tutto ciò che esiste. (III: 5-6)
[…] Non
adorare un bagliore simile a quello della rugiada, del sole, della luna, delle
stelle e degli idoli (rupa budak); e non localizzarlo (Dio) nella fontanella,
o tra le sopracciglia, o sulla punta del naso o nel cuore; tutto questo ti
vela dalla Sua Essenza (Asrar al-arifin, al-Attas 1970: 287)
Avendo
analizzato questi ed altri versetti simili, L.F. Brakel (1979: 75-76) conclude
che:
[…] Nel
rituale Balinese (Shaiva) incontriamo apparentemente tutti quegli elementi
contro cui combatté Hamzah: il controllo del respiro (menghela nafas ke
dalam hutak [Trascinano il loro respiro nel cervello]), la localizzazione
(bermaqam) del Divino nella fontanella (ubun-ubun) o tra
le sopracciglia (di antara kening) e la formazione del bagliore (cahaya,
diya). La conclusione è che l'obiettivo degli attacchi di Hamzah non
fosse altro che il pranayama stesso, ancora praticato attualmente tra i
pedanda (preti) a Bali.
In ogni
caso, il numero complessivo dei versetti che Hamzah dedica allo Yoga non
attaccano solamente il pranayama, ma anche, sebbene non sempre
esplicitamente, un certo numero di pratiche Tantriche (sadhana) come la
dottrina dei cakra, la visualizzazione (dharana) meditativa (dhyana)
degli oggetti, l’ottenimento dei poteri soprannaturali (siddhi)
tramite le sadhana e, più sorprendentemente, le pratiche di Yoga
sessuale. Infatti, lo Yoga Tantrico è descritto dal poeta in modo più
completo del reputato Brakel.
I lavori di
Hamzah dimostrano chiaramente che la scienza forestale incluse la dottrina dei
cakra. Durante l’esecuzione della sadhana, il praticante
produce lo sperma, controlla il suo naturale flusso discendente e lo invia
verso l’alto, stabilizzando il suo movimento caotico per mezzo del controllo
respiratorio (cf. poema XXIII: 10-12, citato sopra: “Trascinano il loro
respiro nel cervello, affinché il loro olio non si muova caoticamente”) 3.
Questo seme, che è l’incarnazione stessa del praticante, ascende attraverso
i corpi sottili o cakra, i quali sono localizzati lungo la spina
dorsale, dal cakra di base detto muladhra dagli Indù Tantrici
(i Buddisti localizzano il più basso, nirmana cakra, nella regione
ombelicale) fino al cakra superiore della regione cerebrale chiamato sahasrara
(o ushnisha-cakra nel Buddismo). Secondo i Tantra Indù (trattati
Tantrici) ci sono sette cakra, mentre per i Buddisti sono quattro. In
entrambi i casi, i cakra sono rappresentati come circoli (è questo il
suo significato in Sanscrito), o come dei loti con un numero di petali
differenti. In ogni cakra risiede una dea tutelare (o Yogini),
che è la manifestazione della Suprema Shakti o la sua controparte Buddista.
Durante il processo di ascesa del seme, il praticante, meditando sul cakra
rispettivo, raggiunge l’unione mistica con ognuna di queste manifestazioni
(vedere Gupta e al. 1979: 172-5; Dasgupta 1974: 146-53).
Allusioni
alla dottrina dei cakra si ritrovano cosparse in un certo numero di
versi di Hamzah. Per esempio, la tensione dei muscoli addominali e la torsione
dell’ombelico (poema XXIII: 10-12, sopra) sono probabilmente accennati all’inizio
della sadhana, nella fase in cui il Tantrico Indù si sforza di
risvegliare la kundalini (l’energia femminile con cui l’adepto è
identificato) nel muladhra-cakra tramite speciali movimenti dei muscoli
addominali (Avalon [n.d.]: 207). Nel caso dei Buddisti, si tratta della
ritenzione e dell’inversione ascendente dello sperma, verso la regione
ombelicale detta nirmana-cakra (Dasgupta 1974: 171-73).
L’isola
del bagliore da cui Hamzah mette in guardia il Sufi in un altro poema (XXX: 7)
è probabilmente il cakra posto nella regione del cuore (l’anahata-cakra
dell’Induismo, dharma-cakra nel Buddismo). Nei Tantra Indù, questo cakra,
o qualche volta un loto speciale appena al di sotto, è rappresentato simile
ad un’isola di gemme raggianti nel mezzo dell'oceano di nettare (Pott 1966:
15-16). Le parole di Hamzah secondo cui Dio non dovrebbe essere localizzato
nel cuore (XXIII: 10-12), indicano questo cakra esplicitamente. I
Tantrici Indù situano un altro cakra, ajña-cakra, tra le
sopracciglia, mentre nei Tantra Buddisti non esistono cakra tra le
sopracciglia, sebbene qualche volta citino un loto sulla fronte (Dasgupta
1974: 150, 165). Nella regione cerebrale in cui il seme è inviato (l’olio
nel poema XXIII: 10-12), si trova il più elevato sahasrara-cakra (nel
Buddismo l’ushnisha-cakra), il loto dai mille petali; qui l’Assoluto
e la Suprema Shakti si sostengono nella completa unità dell’androgino. È
per mezzo di quest’androgino che il praticante cerca l’unione, cioè il
conseguimento esterno della sua stessa manifestazione nella forma di bagliore
irradiato dalla fontanella (vedere poema 3: 5-6 e Asrar al-arifin,
al-Attas 1970: 287). Tre principali nervi o vasi (nadi) passano
attraverso il sistema di cakra: il destro, è chiamato il sole, mentre
il sinistro è denominato la luna (cf. Asrar al-arifin, al-Attas 1970:
287). In ogni modo, il successo della sadhana è assicurato se il seme
ascende lungo la nadi centrale (sushumna nell’Induismo, avadhuti
nel Buddismo), poiché essa combina la natura solare e lunare (Gupta et al.
1979: 168; Dasgupta 1974: 153-58). Così, nella sua critica alla scienza
forestale Hamzah menziona la maggioranza dei cakra, e due dei
principali canali attraverso cui il seme ascende verso l’alto.
Mentre il
concetto di cakra emerge chiaramente dagli scritti di Hamzah, il
riferimento non è mai esplicito. Non è facile scoprire come questo concetto
fosse conosciuto nel nord di Sumatra in quel tempo. Hamzah non utilizza
ovviamente il termine cakra e lo sostituisce con makam, o manzil,
il cui significato è stazione. Nella letteratura Sufi, la quale include i
lavori di Hamzah, il vocabolo makam designa normalmente le quattro fasi
del percorso Sufi: syariat, tarikat, hakikat e ma’rifat;
cioè Legge, Via, Verità e Gnosi. Il termine è usato con questo senso in
entrambi i poemi di Hamzah (II: 7, XVI: 8, 12; XXVI: 11; XXX: 6) e nei suoi
saggi (al-Attas 1970, 292-96, 299-314), nei quali l’autore spiega l’importanza
del makam nell’ascesa spirituale Sufi. Tuttavia, nel poema III,
Hamzah attacca i Tantrici ed invita i Sufi a non collocare Dio nella
fontanella; inoltre, mette in evidenza che la sua dottrina rifiuta tutti i makam.
In questo contesto, la parola makam non significa le tappe del sentiero
Sufi, ma designa il sistema di cakra.
Mentre
ridicolizza la “scienza forestale”, il poeta cita altre componenti della sadhana
Tantrica. L’eccessiva immaginazione (angan-angan nel poema XXIII:
10-12, khayal e waham nel poema I: 9, cf. Ernst 2003: 218) dei
praticanti della scienza forestale non è altro che la meditazione Tantrica (dhyana)
messa in rapporto alla visualizzazione (dharana) degli oggetti, con la
quale l’adepto vedrebbe coll’occhio interiore il compimento della sadhana.4
La frase ‘[guardando]
sulla punta del naso’ (al-Attas 1970: 287) è un’allusione diretta alla
meditazione giacché, secondo l’idea Yogica, questo è il punto su cui
entrambi gli occhi dovrebbero concentrarsi durante il processo di meditazione.
La locuzione “col tuo roteare degli occhi” (XXIII: 10-12) è un
altro riferimento dello stesso processo. Il verso “compiono innumerevoli
meraviglie /E godono di enormi notorietà” (XXIII: 10-12) è conseguito
da coloro che hanno compiuto la sadhana con successo (Banerji 1988:
576). Per sommi capi, questi passaggi completano assai la descrizione dello
Yoga Tantrico fornita dai lavori di Hamzah. Significativamente, e forse
sorprendentemente, quest’esposizione si estende alla caratteristica
distintiva e principale della sadhana Tantrica, vale a dire la pratica
Yogico sessuale. Com’è già stato notato, la pratica Yogico-sessuale è la
peculiarità fondamentale della sadhana Tantrica, in essa l’unione
mistica è esaltata dal rituale del coito, ed il praticante maschio e la
praticante femmina s’identificano rispettivamente nell’Assoluto e nella
sua Shakti. Siccome il coito muove il seme, ed assegna all’osservante il
compito di portarlo fino al cakra più elevato, quest’atto
costituisce l’energia di base del misticismo Tantrico. L’autore Sinha, nel
libro “The great book of Tantra” (1993: 140, 142), un popolare libro sul
Tantrismo, scrisse in maniera piuttosto impressionante:
“Ciò che il Tantra
[…] offre è il raggiungimento dell’unione trascendente con un compagno […].
Il Tantra è lo Yoga in due […] Due corpi congiunti al livello di svadisthana
cakra – il centro genitale – mettono in circolazione il flusso d’energia
tra i due amanti. Se essi […] bevono il nettare dalla bocca dell’altro, l’energia
si annoda e turbina attraverso i loro corpi in entrambi i punti […] L’adoratore,
nel rito del maithuna, si propone di unire sé stesso(a) direttamente
alla divinità. Così, la donna pensa al suo compagno come Shiva e l’uomo
pensa alla donna come una Shakti. Ognuno dei due si arrende completamente all’altro
[…]
Nei lavori di Hamzah
troviamo delle allusioni a questa fondamentale pratica di Tantrismo che è
rimasta inosservata o è stata mal interpretata finora. Parecchi versi di
Hamzah si occupano della scienza/conoscenza del gioiello o “ilmu jauhar”,
ed i praticanti sono conosciuti col nome di ahl al-jauhar. Per Drewes
questo termine significa attaccamento al mondo fisico e traduce ahl
al-jauhar (la famiglia della scienza del gioiello) in materialisti (Drewes
e Brakel, The poems of Hamzah Fansuri. KITLV. Bibliotheca Indonesica 26. 1986:
127, 164). Un commentario di questi versi, scritto probabilmente da Syamsuddin
di Pasai dimostra che la “scienza del gioiello” condannata dai versi di
Hamzah, è qualcosa di diverso da un mero attaccamento al mondo. Ecco uno dei
passaggi di Hamzah seguito dal commento di Syamsuddin:
“Il
tuo jauhar abbraccia il corpo intero
[Cosicché]
esso arde come una torcia.
[Ma
se] è immemore dai desideri dell’anima carnale, [il tuo] eterno nemico,
Come
potrai sbarazzarti del tuo essere [individuale]?
Sebbene
[la scienza del] jauhar sia estremamente magnifica,
È
conveniente solo per i giovani arrapati dal loro organo maschile,
Tu,
comunque, sforzati di progredire nella conoscenza di Dio,
[Solo]
così ritornerai [a Lui] sicuramente.5 (XV: 11-12)
Commento di
Syamsuddin (?):
{Il tuo jauhar
abbraccia…}[Questo implica che] il jauhar certamente abbraccia l’intero
corpo del servo di Dio, il quale ricerca la “scienza del jauhar”,
cioè la “scienza dell’unione coniugale” (ilmu akad), o [che è
lo stesso] la “scienza ammissibile”, o la “scienza dei legami”, e che
raggiunge l’unione secondo questa scienza. {[Cosicché] arde…}[Questo
implica che] la carne, o il corpo, del ricercatore della suddetta “scienza
del jauhar” diventerà sicuramente raggiante; in ogni caso, questo
conseguimento è inutile per lo gnostico. {[Ma se] è immemore dai desideri…}Queste
parole [implicano] che lo gnostico ricorda incessantemente il modo in cui
contempla l'Unità di Dio, allontanandosi continuamente dai desideri dell’anima
carnale che lo distrae da questo stato d’estasi. {Come potrai sbarazzarti
del tuo….}[Quindi] lo gnostico che non è lontano dalla sua anima
concupiscente venendo da essa distratto per la contemplazione, certamente non
potrà conseguire il fana (l’estinzione dell’estinzione spirituale;
V:B.) e la baqa (il ritrovamento della propria identità in Dio; V.B.);
in altre parole, il sentiero che porta all’unione con Dio. {Sebbene [la
scienza del] jauhar…}Queste parole implicano che la “scienza del jauhar”,
anche se non ha nessuna sublimità, l’ha solo per colui che la sublima,
mentre per Dio e per i Suoi praticanti solo la gnosi del perfetto Sufi è la
più sublime. {È conveniente solo per i giovani…} La parola alat significa
pegawai (attrezzo, strumento, qui organo maschile; V.B.): questo
implica che la “scienza del jauhar” è sublime solo per l’uomo
giovane e dall’organo virile; in altre parole, la “scienza del jauhar”
non è sublime per qualsiasi persona agli occhi di Dio e dei suoi osservanti (Drewes
e Brakel: 217-18).
Il commentario di
Syamsuddin suggerisce che il termine jauhar così com’è usato nei
versi di Hamzah, indica un tipo di pratica sessuale per la percezione di Dio,
piuttosto che un mero attaccamento per il mondo. Dal punto di vista del poeta,
questa pratica, sebbene “esaltata dal giovane uomo”, rappresenta solo un
ostacolo sulla via della gnosi Sufi (ilmu Allah, ilmu ma’rifat; XXVII:
11).
Altri passaggi
suggeriscono che le due “scienze”, lo “Yoga forestale” e l’ilmu
jauhar, furono le due parti costituenti della stessa pratica cognitiva. La
connessione è più esplicita nei due passaggi in cui Hamzah confessa che egli
stesso una volta pagò un tributo alla scienza forestale e alla “scienza del
jauhar”, poiché entrambe si rivelarono inutili e rallentarono i suoi
sforzi per unirsi a Dio:
Hamzah
si smarrì nella foresta,
[Dove]
visse austeramente per parecchi mesi […]
Cercando
a lungo il Signore. (XX: 15)
e
Hamzah
con un gruppo di compagni inpazzì
Nella
ricerca del gioiello che avrebbe fatto splendere il suo corpo.
Ma,
una volta fatto prigioniero dalla creatura,
Come
puoi diventare nobile? (XXVII: 15)
Le prime due linee
dell’ultimo verso riguardano la ricerca del gioiello da parte di Hamzah e
dei suoi compagni per l’ottenimento di un corpo radiante, ma evocano anche
un grande interesse per il cosiddetto corpo adamantino della scuola Tantrica
Vajraiana. Secondo la dottrina Vajraiana, durante il rituale di Yoga sessuale,
la copulazione del praticante maschio e femmina che è impersonata
rispettivamente da upaya (uguale a karuna, la compassione
universale) e da prajna (uguale a shunyata, il vuoto, il
principio femminile), conduce al conseguimento della Beatitudine Trascendente
(mahasukha), che è pari alla Conoscenza Non-Duale, vale a dire alla
Quintessenza dell’Essere e alla Liberazione (vedere Dasgupta 1974: 80). A
seguito di questo raggiungimento, il corpo adamantino e raggiante dell’adepto
– il più elevato fra i suoi tre o quattro corpi - si manifesta.6
Tra gli Indù Tantrici, una ricerca simile del corpo immortale e raggiante fu
caratteristico della tradizione Nath (Dasgupta 1962: 211-59). Il fatto che la
ricerca di Hamzah avvenne con un “folto gruppo di compagni” (poemi XXIII:1
e XXVI: 15), suggerisce la pratica Yogica-sessuale di gruppo del rito Tantrico
di Kula (Bharati 1993: 239), o piuttosto il rituale di un circolo d’iniziati
(Rawson 1973: 97-98).7
In altri passaggi la
connessione è meno affermata. Per esempio, Hamzah critica sia lo Yoga
forestale sia l’ilmu jauhar di localizzare il Principio Divino tra le
sopracciglia compiendo un falso atto d’adorazione o di passione amorosa.
Oh,
voi tutti che adorate la passione dell’amore!
La
vostra adorazione è una delusione completa,
[Giacché]
“due archi o più vicino” (Corano, 53: 9)
Non
sono situati tra le sopracciglia,
Che
sono il luogo più elevato per voi. (VII: 10)
Sembrerebbe dalle
suddette linee che i finti innamorati incorrerebbero nella collera del loro
Divino Amato “roteando gli occhi”, “torcendo l’ombelico” e
dimostrando il collegamento tra le due scienze. In ogni caso, la
rappresentazione dell’ilmu jauhar o dell’ilmu akad nei versi
di Hamzah ci permette di formulare delle ipotesi sulla natura di questa
scienza. Per comprendere meglio questa realtà, ci siamo rivolti agli altri
testi del corpus.
L’Ikat-ikatan
ilm an-nisa o Syair Bahr an-Nisa
Al poema XXIII, in
alcuni versi che sono stati citati sopra, Hamzah paragona i tentativi futili
degli Yogi di conseguire l’unione mistica al suo arrivo ben riuscito presso
la stazione spirituale del Profeta Muhammad (ﺺ). Questi ultimi
versetti descrivono un guidatore che avendo attraversato il mare su una nave
spirituale (non bordata da traverse), viene portato in salvo nel Porto dell’Unità
(poema XXIII: 11-12). Un motivo simile impernia il contenuto del secondo
componimento del nostro corpus intitolato “Ikat-ikatan ilm an-nisa”
(Le stanze sulla scienza della donna), anche conosciuto come Syar Bahr
an-Nisa (Il Poema del Mare delle Donne). Le prime recensioni di questo
testo (Leiden Cod. Or. 2016) furono dedicate dal suo autore anonimo al Sultano
Alauddin Riayat Syah Sayid al-Mukammil di Aceh che regnò tra il 1589 e il
1604 d.C. Comunque, in questo popolare poema – conosciuto non solo in
Malese, ma anche nella lingua dei Bugis (il Basa Ugi) e nelle versioni
Acehnesi (vedere Drewes e Brakel 1986: 19-20) – la controversia tra il
Sufismo ed il Tantrismo è risolta in una maniera piuttosto diversa rispetto a
quella di Hamzah.
Invece di
ripudiare le pratiche Tantriche, l’autore del poema le Islamizza, un
approccio che gli permette di rivelare al lettore, se non direttamente, almeno
simbolicamente, il significato dell’ilmu akad, un sinonimo dell’ilmu
jauhar.
Il poema inizia con
una descrizione dell'incantevole ed allo stesso tempo, tempestoso e
estremamente pericoloso mare, detto il “Mare della Donna”. È in questo
mare che lo gnostico prende il largo:
Il
Mare della Donna [cela] la pienezza della beatitudine,
Le
sue profondità si completano con tutto quello che è perfetto,
Le
sue acque più deliziose provengono dal pozzo Zamzam,
[Esse]
riempiono la mente, l’anima, ed il cuore.
Le
sue onde ardono [col fuoco] inestinguibile,
Il
suo domatore si alza e ricade spinto da una [forza] immensa,
Le
sue forti turbolenze scuotono violentemente il mondo [intero],
Molte
navi affondano in quel mare.
I
suoi fiotti sono immensamente fieri,
Le
sue scogliere sono appuntite come delle lance,
Se
[il navigante] è inesperto ed è poco specializzato,
La
sua nave s’incaglierà sulla scogliera ed andrà in pezzi (stanza 1-3).
Dopo avere
attraversato il mare, lo gnostico ritrova sé stesso in una baia vicino alla
Fortezza dell’Onnipotenza. La fortezza è circondata da sette mura
concentriche; ci sono dei cancelli nelle prime quattro mura e, vicino a loro,
le stazioni delle quattro mogli del Profeta Muhammad (ﺺ)
corrispondono alle quattro stazioni del sentiero Sufi, vale a dire syariat,
tarikat, hakikat e ma’rifat. Insieme al quinto muro che non ha un
cancello, pur rappresentando una barriera, queste quattro mura sono poste
sullo stesso piano, mentre il sesto ed il settimo muro si elevano sul piano
precedente (si trovano sopra i cancelli delle mura) come due pioli di una
scala o due piani di un edificio. Perciò, è ovvio che una montagna si erga
sulla spiaggia della baia, mentre la fortezza sia situata in parte ai suoi
piedi ed in parte sul pendio. C’è anche una fonte tra la sesta e la settima
cinta muraria; un fiume sgorga da questa sorgente, scorre giù dalla montagna
e fluisce nella baia in una forma ad estuario biforcato. È in questo panorama
che lo gnostico cercando l’unione con Dio realizza il suo obiettivo, con l’intenzione
di penetrare nella fortezza.
Il poema può essere
compendiato nel seguente modo:
Stanze
1-5 La
descrizione del Mare della Donna.
Stanze
6-7 Le
condizioni in cui si naviga nel mare (la loro prima è di
trovare un maestro esperto).
Stanze
8-9 La
fortezza nella baia del Mare della Donna.
Stanze
10-18 I quattro cancelli
della fortezza:
Stanze
10-11 Il cancello della syariat,
la stazione di Siti (in Arabo Sayyidati
che significa “Mia Signora”) Maimunah (makam I).
Stanza
12 Il
cancello della tarikat, la stazione di Siti Salamah (makam
II).
Stanze
13-14 Il cancello della hakikat,
la stazione di Siti Khadijah e anche
di Maryam l’Amata da Dio (makam III).
Stanze
15-17 Il cancello della ma’rifat,
la stazione di Siti Aisyah (makam
IV)
Stanza
18 La
conclusione generale sulle caratteristiche dei cancelli.
Stanze
19-20 La stazione con la
barriera (barzakh), la stazione di Fatimah
(ﻫ) l’Onesta e di ‘Ali (ﻉ) l’Eletto;
il primo stadio del fana (l’estinzione in Dio)
(makam V).
Stanza
21 Un’introduzione
alla descrizione delle due stazioni sopra i
cancelli.
Stanza
22 La
prima stazione sopra i cancelli che è simile al guscio di
un’ostrica perlifera e ad un fagiolo; è la seconda fase del fana
(makam VI).
Stanze
23-34 La seconda stazione
sopra i cancelli o sulla stazione dei
polverizzati (?), è il luogo in cui il Profeta Muhammad (ﺺ),
Siti Safiah e l’Uomo Perfetto dimorano; è il terzo Stadio del
fana (makam VII)
Stanza
35
Il bisogno dello gnostico di imitare le azioni del Profeta
Muhammad (ﺺ) per
realizzare il successo.
Stanze
36-38 La dottrina
dell’Amore Assoluto che è opposta all’amore
vano e terreno.
Stanze
39-42 La dottrina
dell’unione mistica coniugale
Da uno studio
condotto sul poema del Mare della Donna si evince la dimensione Sufi della
composizione poetica, che mira all’acquisizione della conoscenza mistica
attraverso il tradizionale sentiero Sufi della syariat, tarikat, hakikat e
ma’rifat. Il culmine del percorso è il conseguimento del terzo fana
(l’estenzione) dello gnostico, o la rinuncia finale al proprio Io (incluso
il percorso gnostico) e all’unione con la Suprema Realtà. Secondo il poema,
il fondatore archetipo della Via, il Profeta Muhammad (ﺺ), è
convenientemente bastante; mentre il paradigma del Percorso è il viaggio
notturno compiuto dal Profeta (ﺺ) o mi’raj (sul mi’raj,
vedere Horovitz; Hughes 1986: 351-52; al-Samarrai 1968). Per esempio, prima
che il mi’raj cominciasse, gli angeli Mika’il e Jibra’il aprirono
il petto di Muhammad (ﺺ) e lavarono le sue ultime imperfezioni e
delusioni con l’acqua del pozzo di Zamzam. Questa reminiscenza risale
probabilmente alle linee della prima stanza del poema del “Mare delle Donne”.
Le origini di queste acque risalirebbero alla fonte di Zamzam e riempirebbero
la mente ed il cuore del viaggiatore spirituale (salik). Dopo essersi
purificato, il Profeta (ﺺ) visitò i sette cieli.
Successivamente, vide la paradisiaca Sorgente del Kautsar (Qawthar in Arabo) e
raggiunse la barriera o barzakh (l’interspazio o gli intermondi) che
separa i cieli dal Trono di Dio. Nel Syair Bahr an-Nisa, questi episodi
sono le copie del racconto che riguardano l’ascensione del Profeta (ﺺ)
alle stazioni collocate presso le sette mura, però nel pensiero Sufi
rappresentano i principi simbolici dei cieli. Il muro senza il cancello è il barzakh,
e la fonte che si trova subito dietro è identificata al sesto muro. Quando al
settimo cielo fu offerto a Muhammad (ﺺ) il vino, il latte ed il
miele, Egli (ﺺ) scelse solamente il latte. Di conseguenza, nel
poema una nave carica di latte diventa il simbolo della ma’rifat (stanza
29) ed appare precisamente nella sezione relativa alla settima stazione. Dopo
aver raggiunto la barriera, Jibra’il lasciò il Profeta (ﺺ)
avvicinarsi da solo al Trono di Dio a “due archi o più vicino” (Corano,
53: 9), e a contemplare l’Espressione del Volto dell’Altissimo, che in
termini Sufi, è il raggiungimento dell’unione con Dio. Queste nozioni sono
citate adeguatamente nel Syar Bahr an-Nisa: la “distanza
di due archi” (stanza 40), “la vera visione” (stanza 38), e così via.
L’impronta del poema è marcatamente Sufi. Poiché gli aspetti del
simbolismo ontologico, cosmologico e psicologico Sufi sono già stati
esaminati minuziosamente dal sottoscritto, non è necessaria una discussione
ulteriore (Braginsky 1993a: 86-110). In senso lato, il poema rappresenta una
meravigliosa epitome scritta della dottrina sistematica del Sufismo (wahdat
al-wujud) vicina a quella di Hamzah Fansuri. Ancor più rilevante è la
dimensione Tantrica del poema, la quale include delle allusioni alle pratiche
Yogico-sessuali.
La descrizione delle stazioni o makam delle mogli del Profeta
Muhammad (ﺺ) e di sua figlia Fatimah (ﻫ),
è accompagnata da esclamazioni estatiche in relazione alla beatitudine
provata in esse. Le beatitudini che si incontrano durante la prosecuzione del
poema, assumono un tono esclamativo; esse si riferiscono “all’unione
coniugale” raggiunta dai Sufi d’alto rango (arifin – “gnostici”,
qutub – “poli”, wali – “santi”, wasilin –
“chi è giunto allo scopo, l’unito a Dio”) (stanza 26) ad ogni makam.
Più esplicitamente, gli adepti che hanno seguito la Via, sono chiamati “esperti
nel fare l’amore” (stanza 24). Quelli che sono dotati di tutte le qualità
necessarie proseguono lungo il Percorso; in realtà le qualità del Profeta
Muhammad (ﺺ) hanno le seguenti caratteristiche:
Se
otterrai queste qualità, O amico,
La
tua bellezza, agli occhi delle donne, sarà impareggiabile,
Dimenticheranno
loro stesse quando godranno nell’intimità
Con
un uomo esperto nel fare l’amore (stanza 30).
L’unione raggiunta
alle più alte stazioni è descritta eroticamente:
La
prima di quelle stazioni assomiglia al guscio di un’ostrica perlifera,
È
[anche] simile alla forma di un fagiolo,
Riunisci
[quel guscio] alla circoncisione [la parte finale del tuo organo], O Amico,
[E ] sperimenterai la beatitudine e l’estasi dell’oblio […]
Quella
“stazione”, che è illimitata,
È
stata assegnata ad uomini esperti e specializzati nel fare l’amore,
Se
possiedi quell’abilità, O Amico,
Sperimenterai
una beatitudine estatica completa (stanze 22, 24).8
Ci sono molti
passaggi di questo tipo nel poema.
Non meno importante
per la comprensione della profondità Tantrica del “Syar Bahr an-Nisa”
è il simbolismo del “Mare della Donna” su cui lo gnostico pone il velo,
come pure quello delle stazioni (makam) e della circumbulazione (tawaf)
che il saggio iniziato compie attorno a queste stazioni (stanze 9, 15). Il
significato esatto di questi simboli, non espliciti nel poema, è spiegato nel
terzo e quarto testo del nostro corpus. Il terzo testo è una breve
trattazione intitolata Hikmat an-nisa (La saggezza di compiere il coito
con le donne), mentre il quarto testo è un’opera senza titolo
provvisoriamente intitolata qui “Il Trattato sul coito mistico”; entrambi
sono conservati presso la biblioteca dell’Università di Leiden con i
rispettivi numeri d’accesso: Cod. Or. 6674 e Cod. Or. 8224.
Secondo questi testi, il “Mare della Donna” sarebbe l’organo
femminile (Cod. Or. 6674, f. 15r), le stazioni delle mogli del Profeta
Muhammad (ﺹ) e Fatimah (ﻫ) sarebbero i cinque
particolari tempat (punti, luoghi) all’interno della vulva (Cod. Or.
8224, ff. 49r-v), mentre la circumbulazione si riferirebbe ai preamboli
erotici detti sifat al-lamsi (carezze, baci, palpeggiamenti, ecc..) (Cod. Or. 6674, ff. 16v-17r). Tutte le narrazioni del poema si
ritrovano nell’organo sessuale della donna (la dimora del principio
femminile); mentre sia la visita compiuta dai saggi gnostici alle stazioni sia
la loro circumbulazione, indica la stimolazione della vulva.
Queste
identificazioni, seppur scandalose in un testo Sufi, rievocano delle
associazioni col – anche se non necessariamente derivate da esso –
simbolismo dello Yonitantra, un trattato Tantrico di probabile
ispirazione Vaishnava (Schoterman 1980: 11). Sebbene la data di composizione
del trattato sia sconosciuta, sappiamo che l’opera proviene dalla terra di
confine tra il Bangladesh settentrionale e l’Assam (Kamarupa), inoltre,
questo poema fu incluso nei tre testi stimatissimi di Kamarupa, uno dei più
importanti centri del Tantrismo (Schoterman 1980: 3). Lo Yonitantra,
presenta la Yoni o la vulva simile ad un panorama sacro, al cui interno
i dieci siti sacri o pitha sarebbero delle manifestazioni della Grande
Dea (la Shakti) e verrebbero visitati dai pellegrini. Presso ogni sito il
rituale Yogico-sessuale (l’adorazione della Yoni) è eseguito con dei mantra
specifici e delle meditazioni (vedere Schoterman 1980; Banerji 1988: 345-49).
Bharati (1993 :85)
osserva che nel centro di questo pellegrinaggio sono eseguiti dei riti
circumbulatori ritenuti particolarmente importanti sia nella letteratura, sia
nella pratica del Tantrismo Indù e Buddista. Lo studioso (Bharati 1993: 91)
lo descrive nel modo seguente:
«Il Mantramahodadhi
ha una sezione intitolata “il nyasa dei pitha”… Letteralmente nyasa
significa collocare le punte delle dita della mano destra su altre parti del
corpo facendosi accompagnare da particolari mantra. Per esempio,
ponendo il fuoco mudra (mandala) sul cuore e recitando il mantra
del fuoco Ram, il praticante del cuore è fatto entrare nel fuoco cosmico;
mentre meditando su uno specifico pitha e recitando il mantra della
Shakti che lo presiede, la Grande Dea (Shakti) viene così visualizzata,
ipostatizzata o transustanziata nella regione (ad esempio il cuore, o l’ombelico,
o la gola) di quel pitha. Meditando sul centro di pellegrinaggio e
visualizzando la divinità che lo presiede nel dovuto modo, quel punto del
corpo dello Yogi è caricato dalla grazia dello spirito.»
È evidente che i
concetti Tantrici del Mantramahodadhi si relazionano direttamente alle
pratiche Yogico-sessuali dell’ilmu jauhar descritte nel nostro corpus
di testi, come il rito di nyasa, ancorché in una maniera non estranea
ad esse (vedere sotto).
Il “Mare della
Donna” simboleggia la vulva femminile, mentre la nave resistente con la sua
chiglia rivestita di ferro del Khorasan (stanza 7) diventa il simbolo naturale
dell’organo maschile. Questo simbolismo lo ritroviamo nei testi Tantrici, in
cui il principio maschile, da questo momento il fallo virile, è rappresentato
simbolicamente da una nave su cui il praticante attraversa il mare della
nascita e della morte prima di raggiungere la spiaggia della felicità suprema
(Dasgupta 1974 :93, 114). Nei testi Tantrici il principio-nave maschile è di
solito identificato al seme prodotto durante il rituale copulativo dell’uomo
e della donna, che dirigendosi verso l’alto e lungo le nadi (vasi,
nervi) raggiunge il più elevato cakra della regione cerebrale.
Dasgupta cita a tal proposito la strofa seguente:
“Il percorso lungo
il quale la nave naviga è la parte più centrale. È localizzato tra il Gange
e lo Yamuna, in esso la destra e la sinistra si combinano. In questo percorso,
la barca viene assaltata pericolosamente dovendo procedere contro corrente…”
Spiega ulteriormente
che il “Gange” e il “Yamuna” sono i dotti sinistro e destro (nadi;
V.B.) del corpo Yogico, il condotto centrale è “avadhuti” o “shushumna”
che deve essere aperto in meditazione (Dasgupta 1962: 92).
Nel “Syair Bahr
an-Nisa”, il modello ascetico del Profeta Muhammad (ﺺ) si
eleva fino alle più alte stazioni, e di conseguenza le ascensioni dei suoi
seguaci s’inquadrano nello scenario di un viaggio marittimo, in cui
superando la barriera (o il barzakh) giungono al cospetto del “Trono
di Dio” per essere assorbiti nel Mare di Luce dell’Amato [vale a dire la
Luce Primordiale di Muhammad (ﺺ) che è al di là di spazio,
tempo e desideri, vedere stanze 40-42].8 In
definitiva, dopo la descrizione dell’ultimo makam in cui il
Profeta (ﺺ) si accompagna a Siti Safiah (la moglie ebrea),
leggiamo la descrizione seguente:
Fu
in Lui che tutte le qualità [nobili] si riunirono,
Fu
colui in cui l'essenza della beatitudine ebbe cognizione,
Fu
colui che sbarcò nel luogo più dolce,
Cosicché
quel luogo divenne il “mare corrente” (stanza 28).9
Data la chiara
valenza Tantrica del “Syair Bahr an-Nisa”, si può suggerire che il
viaggio marittimo di Muhammad (ﺺ) e dei suoi seguaci attraverso
le varie stazioni, sia un'evocazione deliberata del movimento diretto verso
l'alto dello sperma, personificazione stessa del principio maschile durante l’amplesso
Yogico sessuale. Se questo è il caso, allora la serie di stazioni o makam
rappresenta una versione Islamizzata del sistema di cakra. Alcune
caratteristiche sembrano confermare questa supposizione. Le stazioni sono
localizzate lungo il lato della montagna in ordine ascendente. Nei testi
Tantrici, questa è la montagna del mondo, identificata al Monte Meru, che è
anche, nel suo aspetto microcosmico, nient’altro che Merudanda, la colonna
vertebrale lungo la quale i cakra sono posti (Avalon 1972: 147-48). Il
numero delle stazioni - sette – corrisponde inoltre al più comune numero di
cakra, particolarmente dei Tantra Indù, consistente nel cosiddetto satcakra
o sei cakra più il settimo, il più elevato sahasrara-cakra (Gupta
et al. 1979: 17?-75; Dasgupta 1974: 146-53).
Le “sette grandi
donne dell’Islam” sono situate presso i vari makam; esse replicano
il sistema delle dee tutelari situate nei cakra su cui si fonda il
Tantrismo. Ognuno dei satcakra è “presieduto” da una dea tutelare
- Dakini, Rakini, Lakini, Kakini, Sakini e Hakini – che è una
manifestazione della Suprema Shakti, l’Universale, la creativa, il principio
femminile. La stessa Suprema Shakti dimora al settimo sahasrara-cakra.
Ogni dea è dotata di caratteristiche specifiche, per esempio Rakini è fiera
e terrificante, Lakini è assetata di sangue, Kakini è ebbra, ma anche
protettrice, Sakini è “pura come l’oceano di nettare”, Hakini “accorda
vantaggi” e così via (Gupta et al. 1979: 173-74; Avalon 1972: 117-19). Le
dee tutelari del Tantrismo possono essere paragonate nel “Syair Bahr
an-Nisa” alle “sette grandi donne dell’Islam”, che sono le cinque
mogli del Profeta (ﺺ), sua figlia Fatimah (ﻫ) e
Maria (ﻫ), la madre del Profeta ‘Isa (ﻉ), ognuna
delle quali è collocata presso una stazione significativa.
Le quattro mogli,
Siti Maimunah, Siti Salamah, Siti Khadijah e Siti Aisyah soggiornano
rispettivamente presso i quattro cancelli di syariat, tarikat, hakikat e
ma'rifat, e corrispondono ai makam I-IV. Maryam (Maria)(ﻫ),
probabilmente inclusa nel sistema, inter alia, per fare il settimo
membro, è posta accanto a Siti Khadijah al cancello di hakikat, makam
III. Sopra di loro c’è la figlia del Profeta (ﺺ), Fatimah (ﻫ),
presso la barriera o barzakh, makam V. Siti Safiah, la quinta moglie
del Profeta (ﺺ), dimora presso la seconda stazione sopra i
cancelli, makam VII. Nella dimensione Sufi, “queste grandi donne dell’Islam”
rappresentano le manifestazioni del principio universale femminile, l’anima,
proprio come le dee tutelari del sistema Tantrico. Per quanto le dee Tantriche
abbiano caratteristiche diverse, nel “Syair Bahr an-Nisa” l'anima
assume un carattere o un aspetto diverso ad ogni stazione, in questo modo l’anima
è alternativamente nafsu ammarah o “anima concupiscente” al primo makam,
nafsu lawamah o “anima biasimatrice” al secondo makam, nafsu
mulhamah o “anima ispirata” al terzo makam e nafsu mutmainah
o “anima pacificata” al quarto makam. Il principio femminile o
anima, infine realizza la sua integrazione completa nel principio maschile, lo
Spirito o, nel “Syair Bahr an-Nisa”, la Luce di Muhammad (ﺺ),
nel processo delle multi-rappresentazioni del fana (Bakhtiar 1976:
18-19; Braginsky 1993a: 101-6).
Il “Trattato sul
coito mistico” (Cod. Or. 8224) di Leiden identifica ulteriormente le
stazioni o makam al sistema di cakra. Sebbene il trattato
conservato a Leiden si basi sul quintuplo, piuttosto che sul settuplo, il
sistema delle stazioni e dei luoghi delle mogli del Profeta (ﺺ)
è disposto in un ordine un po’ diverso; le stazioni delle quattro mogli del
Profeta (ﺺ), Siti Maimunah, Siti Hadijah, Siti Salamah e Siti
Aisyah, sono identificate rispettivamente ai quattro elementi fisici del
cosmo: acqua, terra, aria e fuoco. Allo stesso tempo, la più elevata stazione
di Fatimah (ﻫ) è chiamata “l’unione [di questi elementi]”;
in altre parole, rappresenta il risultato della loro reciproca
neutralizzazione giacché “ Fatimah (ﻫ) eccelle su tutte
queste donne” (Cod. Or. 8224, f. 49v). È precisamente alla stazione di
Fatimah (ﻫ) che il praticante, libero da tutte le obbligazioni
terrene, sperimenta la “beatitudine dell’esilio” o ni'mat nafi,
dopo avere raggiunto l’unione con la Realtà Suprema. Questi elementi nel
loro insieme - l'associazione dei quattro cakra più bassi agli
elementi fisici, l'idea della fusione degli elementi e la loro
neutralizzazione nel quinto cakra e, alla fine, l'integrazione dell’esperto
nell'assoluto, nella completa unità non-materiale di Shiva e Shakti nel sahasrara-cakra
- sono dei luoghi comuni negli scritti Tantrici (Gupta et al. 1979: 172-78; cf.
Dasgupta 1974: 150-51, 178).
Non è insolito
identificare i makam del sentiero Sufi al sistema di cakra.
Quest’identificazione era, inter alia, caratteristica di un numero d’opere
Sufi Bengalesi, che si era appropriata di cospicui elementi Tantrici, tra il
16mo e il 17mo secolo. Per esempio, secondo Sayyid
Murtaza, il maqam di nasut (equivalente a syariat)
localizzato nella regione dell’ano, è identico al muladhara-cakra ed
è presieduto dall’angelo Izra'il (cf. le dee che presiedono nel Tantrismo).
Il secondo maqam di malakut (equivalente a tarikat)
localizzato nella regione dell'ombelico, è identico al manipura-cakra
ed è presieduto dall’angelo Israfil. Il terzo maqam di jabarut
(equivalente a hakikat) localizzato nella regione cerebrale, è
identico all’ajña-cakra ed è presieduto dall’angelo Mika'il
(Michele). Alla fine, il quarto maqam di lahut (equivalente alla
ma'rifat) è localizzato nel cuore ed ha Jabra'il (Gabriele) come
angelo presidente. Il terzo ed il quarto makam sono i domini
rispettivamente dell’acqua e del fuoco (Roy 1983: 175-77).
Una descrizione
simile di cakra, in questo caso sette, è stata affrontata in un testo
antico, intitolato Hawd ma' al-hayat [La Vasca dell'Acqua della Vita],
un’opera che si appoggiava all’Amritakunda [La Vasca del Nettare],
un trattato di Yoga. Il primo adattamento in lingua Persiana di quest’opera
risale probabilmente all’inizio del 13mo secolo e provenirebbe
dall’Assam (Kamarupa) o dal Bengala. Nelle versioni Arabe e Persiane, l’Hawd
ma’al-hayat ebbe una popolarità considerevole grazie agli ordini Sufi
sparsi dall’India alla Turchia, particolarmente fra membri dell'ordine della
Shattariyya. Nella prima metà del 16mo secolo Muhammad Ghawth
Gwaliyari, un celebre Sceicco Indiano di quest’ordine, ritradusse la più
antica versione Araba in Persiano col titolo di “Bahr al-hayat” o
“L’Oceano della Vita” (Ernst 1996; 2003: 203-7, 218).
Nel “Hawd ma’al-hayat”,
l’aspetto Yogico-sessuale del Tantrismo è sfumato notevolmente. Le dee che
presiedono i cakra sono traformate in “esseri spirituali”, in
analogia ai “Profeti Musulmani, ai santi e agli operatori del miracolo”,
ma sono anche associate ai sette pianeti. Nessun angelo li presiede e neppur
una moglie del Profeta Muhammad (ﺺ) è citata in questo
trattato. Sebbene le pratiche Yogiche sessuali siano descritte brevemente e
frammentariamente, sono considerate valide per la cura dei dolori e del mal di
testa, piuttosto che per l’ascesi spirituale (Ernst 2003: 218-19). Le opere
malesi di Yoga sessuale come ad esempio l’ilmu jauhar trasformarono
le mogli di Muhammad (ﺺ) in figure che governano i cakra.
Ma nonostante i numerosi elementi Tantrici trovati nel “Syair Bahr
an-Nisa”, quantunque Islamizzato, non fornisce dettagli
particolareggiati di tecniche di Yoga sessuale. Per trovarli, dobbiamo voltare
le spalle a questo poema, e volgere lo sguardo al “Sajak perkataan alif”
e ad altre opere del nostro corpus.
Il “Sajak
perkataan alif” o il “Nalam peraturan alif”
Il “Sajak
perkataan alif”, conosciuto pure col nome di “Nalam peraturan alif”,
o “Il Poema Alfabetico”, fu composto probabilmente in Aceh tra il 17mo
e gli inizi del 18mo secolo, ma sicuramente non più tardi del 1765
(Voorhoeve 1952: 340).10 Questo syair è piuttosto particolare nella
sua forma. La sua prima stanza inizia con la lettera Alif (ﺁ), la seconda con la lettera Ba
(ﺏ),
la terza con la lettera Ta (ﺕ),
e così via, fino alla fine dell'alfabeto Arabo.11
Nelle due copie, SOAS 41755 (pag. 54-61) e Leiden Cod. Or. 5635 (pp. 68-71),
il “Sajak perkataan alif” segue il “Syair Bahr an-Nisa”
o si confonde anche col secondo, condividendone alcuni dei suoi simboli e
delle sue espressioni, incluso lo stesso emblema del Mare della Donna.12
Su questa base Drewes considerò il Sajak perkataan alif “una
versione compendiata e popolare” del Syair Bahr an-Nisa (Drewes e
Brakel 1986: 19). Nonostante che i due syair mostrino molte
somiglianze, il Sajak perkataan alif è un poema separato, ed è, di
fatto, una specie di commento del Syair Bahr an-Nisa. Se il secondo
presenta con la sua analisi ontologica, cosmologica e psicologica un’esposizione
simbolica e sintetica della dottrina Sufica-Tantrica (relativamente a questa
sintesi vedere sotto), il Sajak perkataan alif spiega innanzi tutto il
metodo Yogico-sessuale per il raggiungimento degli scopi di questa dottrina.
Poiché nessuna delle edizioni del sottoscritto riguardante il Sajak
perkataan alif 13
è provvista di traduzione, è doveroso fornire un resoconto
dettagliato di quest’importante poema.
La cornice del poema,
formata dall’introduzione (stanze 1-5) e dalla conclusione (stanze 40-50),
è un’interessante apologia per l’ilmu jauhar. L’autore anonimo
asserisce che il poema contiene tutta la conoscenza (ma'rifat)
essenziale per lo gnostico Sufi (arif) ed appartiene alla categoria dei
trattati mistici-religiosi, o kitab Allah, i quali “trattano degli strumenti”,
cioè dei metodi o delle pratiche. Inoltre, l'autore soddisfa tutti i
requisiti richiesti dall’Islam componendolo secondo la Misericordia di
Allah: il testo inizia nel Nome di Allah e riceve la benedizione del Corano.
Allo stesso tempo, il poeta critica gli oppositori dell’ilmu jauhar (akad),
quelli che, come Hamzah Fansuri e Syamsuddin di Pasai, videro in questa “scienza”
un ostacolo evidente sul percorso diretto alla pura ma'rifat,
considerandola interessante solamente per la gioventù immatura e incline ai
piaceri della carne. Per contraddire quest’opinione, l’autore,
analogamente allo scrittore del Syair Bahr an-Nisa a lui anteriore,
dichiara che questa scienza fu praticata dai Profeti (ﻉ),
giacché le sue regole furono stabilite dal Profeta Muhammad (ﺹ)
stesso, essendone un esperto. Per questa ragione, coloro che apprendono l’ilmu
akad “divengono sublimi” (stanza 4). In conclusione, l'autore rileva l’assenza
di consenso riguardante la ma'rifat: invero, una parte di coloro che
asserisce conoscerla, predica una dottrina incoerente. Infatti, solamente i
giovanotti dall’intelletto brillante e acuto, i quali sono impegnati al
raggiungimento del grado dell’Uomo Perfetto, conoscono effettivamente “la
scienza dell’unione” spiegata nel poema. Secondo l'autore, questa scienza
è in accordo con la dottrina Coranica e la letteratura dell’hadith
(stanze 45-47).
La scienza dell’unione
nel Sajak perkataan alif può essere spiegata e suddivisa
provvisoriamente in tre sezioni; però, vale la pena di sottolineare che
questa scienza ricorre a termini differenti in tutto il poema per valutare
punti di vista dissimili. La prima sezione descrive i preliminari necessari
per il coito mistico. A questo stadio, l’arif (lo gnostico Musulmano)
deve padroneggiare la “scienza del discernimento [dei veleni]”. In altre
parole, dovrebbe apprendere che la pratica sessuale può essere sia un veleno
sia un antidoto, e può condurre o alla realizzazione o al fallimento.
Seguendo le istruzioni (letteralmente tertib o “graduatoria
iniziatica”) impartite dal Profeta (ﺹ), il praticante dovrebbe
divenire anche un esperto di “respirazione magica” e di “tocco mirabile”.
Durante il tirocinio della “scienza segreta” o ilmu laduni, l’adepto
medita costantemente sul seme contenuto nel corpo: lo visualizza nella forma
di fuoco fiammeggiante e identifica completamente la sua coscienza (pensiero)
all’essenza dello sperma. La traspirazione del corpo è un segnale di quest’identificazione.
Questa pratica è chiamata “nove [lettere] mim” (che equivale alla “emme”).
Se l’arif si perfeziona in quest’esercizio, “l’unione scorrerà
giù” su di lui “come [dalla] luna” (stanza 14). Poi, l’arif
deve volgersi al metodo “dell’unione coniugale” eseguendola
pazientemente e dolcemente, giacché solamente conseguendo queste qualità gli
sarà dato il titolo di “eroe” (pahlawan). Il desiderio sessuale di
entrambi i partner deve essere forte e controllato in tutto. Per realizzare la
prima pratica, all’arif (lo gnostico Musulmano) è raccomandato di
accarezzare “due donne [simultaneamente]” (stanza 19). Per realizzare la
seconda, invece, egli deve praticare il controllo del respiro ed “attirare
il respiro nel [suo] cervello” (stanza 20). Quando l’arif
padroneggia queste tecniche, dovrebbe compiere il “tocco della donna”
combinandolo alla meditazione sull’essenza (jauhar – “gioiello”)
della sua compagna, incarnata dal suo organo femminile. È proprio questa
meditazione che eccelle sulle altre. Al termine dei preliminari, l’arif si
predispone per il coito mistico corretto.
Sebbene molti aspetti
dei preliminari siano descritti troppo brevemente per essere compresi
chiaramente, le basi Tantriche del testo sono inequivocabili. Possiamo trovare
facilmente dei parallelismi nelle “scienze” e nei “metodi” citati dai tantra
Indù e Buddisti. In particolare, è spesso ripetuto il paragone secondo cui
la pratica sessuale può essere un veleno sia dalle proprietà curative sia
dalle proprietà tossiche e nocive allo stesso tempo:
“Proprio come un
uomo versato nella scienza e nella conoscenza delle proprietà del veleno,
quando ne ingoia una certa quantità non si intossica, anzi persino guarisce
dalla malattia; così lo Yogi esperto raggiunge la liberazione attraverso il
godimento” (Dasgupta 1974: 181, cf. Avalon 1972: cxvi).
La “respirazione
magica” del poema è indubbiamente un tipo di pranayama grazie al
quale l’adepto esegue la ritenzione del seme simultaneamente al controllo
del desiderio (Bharati 1993: 296). Ciò che s’intende per “tocco mirabile”
è meno chiaro, poiché non è spiegato nel poema. Secondo l’Hikmat
an-nisa [“La saggezza (di compiere il coito) con le donne”] ed il “Trattato
sul coito mistico”, il tocco sulle differenti parti del corpo, è una
versione Islamizzata del “Nyasa Tantrico”, il cui scopo è di “purificarle
e di identificarle alle loro corrispondenti Divinità” (Rawson 1973: 207), o
più probabilmente, si confonde il nyasa alle carezze preparatorie all’atto
sessuale (vedere sotto). La meditazione successiva sullo sperma che identifica
completamente la coscienza dell'esperto all’essenza del seme è comune ai tantra
Indù e Buddisti.14
Particolarmente interessante è il commento relativo alla meditazione sullo
sperma, che localizzato a questo stadio nella parte più bassa del corpo, deve
essere visualizzato simile ad un “fuoco splendente come una fiaccola”
(stanza 12). Solamente in questo caso “l’unione scorrerà giù” sul
praticante “come [dalla] luna” (stanza 14). Quest’insegnamento sembra
essere un riflesso dell’idea Tantrica che:
“La luna è il
depositario dell’Amrita o ambrosia che dona l'immortalità, mentre il
sole è il fuoco della distruzione [...].La luna è situata proprio sotto il Sahasrara
o il loto dai mille petali nella regione cerebrale [...], ed il sole è
situato nell'area dell'ombelico o nel plesso più basso (muladhara) (Dasgupta
1962: 236-7).”
La luna ed il sole
sono identificati ai fluidi maschili e femminili, rispettivamente al seme e
all’ovulo. L'esperto dovrebbe unirsi con questi luminari nel suo corpo per
mezzo di una speciale tecnica Yogica (vajroli-mudra) e rispedirli verso
l’alto attraverso il cakra. Quando queste due sostanze – l’unità
nella dualità che simboleggia Shiva e Shakti, creazione e distruzione –
raggiungono il sahasrara, la luna inizierà a stillare un nettare che
trasformerà completamente il corpo dell’adepto (Dasgupta 1962: 236-39).
Dasgupta descrive questo processo secondo i principi della tradizione Tantrica
Nath. Ritorneremo più tardi su questo motivo dominante del Tantrismo.
Le origini Tantriche d’altre
istruzioni riguardanti i preliminari sono più che ovvie. Il requisito di
compiere il coito con pazienza e con gentilezza è un leitmotif delle opere di
Tantrismo (vedere ad esempio, Yonitantra, Banerji 1988: 347).
Similmente, il termine “eroe” (vira in Sanscrito) designa la
categoria più tipica degli esperti di Tantrismo. Come Bharati (1993: 236)
osserva, “la sadhana tantrica nel linguaggio comune significa ciò
che vira-sadhana, l’adorazione eroica che include i rapporti
sessuali, significa nel linguaggio tecnico”. È significativo che la pratica
compiuta da questo “eroe” è chiamata “nove [lettere] mim”, un termine
che evoca associazioni col famoso Tantrico pancamakara o pancatattva
(i cinque ‘m’), che sono le “cinque cose, i cui nomi iniziano con la
lettera ma, necessarie per la sadhana Tantrica', cioè madya o
vino, mangsa o carne, matsya o pesce, mudra o cereali
inariditi, e maithuna o accoppiamento (Banerji 1988: 569). L'allusione
è rinforzata dal fatto che l’uso del pancamakara è connessa
intimamente al vira-sadhana o “pratica dell’eroe”, la quale
comprende letteralmente queste “cose” e rifiuta i loro sostituti simbolici
(Bharati 1993: 236-41). Comunque, non c'è ancora una risposta chiara al
perché e al per come le cinque “emme” divennero nove.15
Altre interpretazioni sono
benvenute. Non è chiaro se la raccomandazione “di accarezzare due donne
[simultaneamente]” si riferisca al gioco erotico dell’adepto con due donne
reali – un tema occasionalmente dipinto sui rilievi Tantrici, per esempio
sui templi di Khajuraho – o si tratta più probabilmente, di accarezzare sia la sua
reale compagna, sia la consorte visualizzata in meditazione. Questa compagna
visualizzata può essere simile sia alla dea Tantrica tutelare di un cakra,
in cui la Shakti si manifesta, sia alla personificazione femminile Sufi di un
particolare aspetto dell’anima, derivato dall’Anima Universale (Dio), che
si rivela all’arif al livello ontologico corrispondente.16
La seconda sezione della
parte principale del poema (stanze 23-33), intitolata Sifat al-luti, o
“Sulle qualità dell'androgino”, 17
è dedicata al coito mistico corretto. Continuando con la meditazione sull’essenza-gioiello
della sua compagna, l’arif deve farla sedere su di un kursi (“sgabello
basso”) ed “imbarcarsi nel [viaggio]” verso i makam o le stazioni
(stanza 23) localizzate nell’organo femminile. Dopo la penetrazione
iniziale, quando “tutti i cancelli si apriranno” (stanza 24), l’arif
viene simboleggiato dal suo organo e comparato ad un navigante, proprio come nel Syair
Bahr an-Nisa, inizia il suo “viaggio” muovendosi a destra. La strada
destra è chiamata il percorso “dell’onesto” e di “coloro che
transitano [nell’aldilà]”; seguendo questa via, l’arif è
istruito a “estinguere il fuoco della sua anima adirata” (stanze 25-26).
La combinazione di questi motivi nella visione Sufi, testimonia che il
percorso dell’arif determinato a raggiungere il fana (“la
morte prima del decesso [fisico]”) è syariatico (“l’anima
adirata” è un concetto al livello di syariat, vedere Braginsky 1990:
111, 114).
Nelle stanze seguenti l’arif
si dirige più profondamente verso le “stazioni eccezionali”, dette anche
“le stazioni della beatitudine” o makam ni'mat (vedere sotto).
Contrariamente al Syair Bahr an-Nisa, il Sajak perkataan alif ne
enumera quattro, e non sette di queste stazioni. Ogni stazione è descritta
brevemente. L’arif è avvertito che se sarà abile potrà “visitarle”,
“penetrare (membaih) il cuore” e “colpire le stazioni” (stanza
29). Questa pratica dovrebbe essere compiuta con riguardo dopo la meditazione
come per gli esercizi precedenti. La sezione finisce con una descrizione dei
pericoli che attendono l’arif che naviga nel Mare della Donna, e con
una preghiera rivolta ad Allah di guidare rettamente i Suoi servitori.
Similmente al Syair Bahr an-Nisa, il Sajak perkataan alif
dipinge in primo luogo il coito mistico e la visualizzazione meditativa delle
stazioni simbolicamente, mentre i lavori successivi del nostro corpus
descrivono questi aspetti della pratica facendo uso più di termini tecnici.
In modo analogo alla sadhana Tantrica, la meditazione accompagna ogni
azione dell’arif sia nei preliminari, sia nella consumazione della
pratica.18
Un certo numero di
riferimenti relativi alla descrizione meriterebbe un’analisi più
approfondita. Prima della consumazione l’adepto è istruito a far sedere la
sua compagna su di un kursi. Conformemente alla maggioranza dei metodi
menzionati nel Sajak perkataan alif, quest’asserzione non è spiegata
ulteriormente. Comunque, negli scritti Tantrici questo posto comodo (asana)
gioca una parte rilevante (Bharati 1993: 230, 248-9). Il posto a sedere può
essere una pelle di un animale particolare o, nel nostro caso, qualche tipo di
sgabello (cf. Dimock 1966: 237). La corretta scelta del posto, la qualità del
materiale e l’adorazione speciale del luogo, costituiscono tutti dei fattori
importanti. Comunque, l’Hikmat an-nisa dà del kursi il
significato di un luogo specifico per fare l’amore, in cui il corpo più
basso della compagna appoggiato sopra un cuscino, è sollevato dall’adepto
maschio accovacciato dinanzi a lei (Leiden Cod. Or. 6674 ff. 16v-17r). Delle
rappresentazioni di questa postura si ritrovano frequentemente nell’arte
Tantrica (vedere Rawson 1973: tavole 18, 96; Sinha 1993: 88, 106).19
Nelle scritture del corpus in questione, in cui l’ascesa del seme attraverso
il cakra sembra essere simboleggiata (o sostituita) dal movimento dell’organo
maschile verso l’interno, l’uso del termine kursi assume un
significato speciale. Il punto è che in questa postura la penetrazione verso
l’interno è, simultaneamente, un andamento ascendente.
Un certo numero di dettagli
relativi alla descrizione delle stazioni è di particolare interesse e
riconferma l’idea complementare dei cakra. Nel Sajak perkataan
alif le stazioni hanno la forma di cerchi, nel contempo in Sanscrito la
parola cakra significa letteralmente “cerchio o ruota”. I colori
sono anche una caratteristica distintiva delle stazioni proprio come nei cakra.
Ad esempio, il muladhara-cakra è rosso, il vishudha-cakra è
fumoso, l’ajña-cakra è bianco, e così via (Gupta et al. 1979:
184). Nel Sajak perkataan alif, le stazioni sono descritte simili a
gusci di conchiglia (sangka in Malese, shangka in Sanscrito) e,
anche se questo paragone non ricorre nei tantra, le sue origini
Tantriche non possono essere escluse. Nella letteratura Tantrica, un guscio di
conchiglia simbolizza il principio femminile, la yoni - “l’organo
femmineo” (in cui il Sajak perkataan alif localizza le stazioni) e il
mantra Om. “Congiungendo il respiro all'Om l’adepto
può salire lungo il Sushumna”, la nadi principale in cui il seme
ascende (Rawson 1968: 68, 196). La “forza femminile” dell’ascensione (kundalini)
è anche paragonata alla “spirale del guscio di conchiglia” (Avalon [n.d.]:
346). Infine, i termini membaih e kena che significano
rispettivamente “penetrare” e “colpire” (per esempio, un obiettivo)
evocano associazioni col cakra-bheda, – “l’apertura o la
perforazione dei cakra o centri di energia” – la designazione
Tantrica per eccellenza dell’attraversamento di un cakra (Gupta et
al. 1979: 175).
Al posto delle sette stazioni
descritte dal Syair Bahr an-Nisa, il Sajak perkataan alif ne
cita solo quattro. Più probabilmente queste quattro stazioni corrispondono
alle quattro tappe Sufi di syariat, tarikat, hakikat e ma'rifat,
anche se nel poema questo concetto non è affermato esplicitamente.20
In ogni caso, nei trattati Sufi Bengalesi citati precedentemente, la diretta
identificazione delle quattro stazioni ai cakra (muladhara, manipura,
ajña e anahata rispettivamente) corrisponde precisamente agli
stadi del Percorso Sufi (Roy 1983: 172-78). Il sistema dei quattro cakra
è tipico dei tantra Buddisti (Dasgupta 1974: 147-48). Tuttavia, è
probabile che il sistema a quattro del Sajak perkataan alif e dei
trattati Bengalesi ricalchi il sistema spirituale del Tantrismo
Vaishnava-Sahajiya (Dimock 1966: 170-77).21
La citazione seguente
proviene da un trattato Vaishnava-Sahajiya, ma è paragonabile alla
descrizione dei preliminari e del coito del Sajak perkataan alif.
Inoltre, è un utile sommario degli elementi Tantrici ritrovati nella prima
delle due sezioni del nostro poema. Nel trattato, i termini Nayaka
(Eroe) e Nayika (Eroina) si riferiscono rispettivamente all’adepto
maschio e femmina. Le pratiche in comune alle due opere sono state
sottolineate.
“Dunque, prima della
sadhana, l’Eroe offre una postura comoda [asana] alla nayika [ ...] Poi
fa sedere la nayika piena di rasa (essenza, profumo) sull’asana e
si concentra attentamente su di lei [...] Dopo accomoda la nayika alla sua
sinistra. Baciandola sulle labbra, la desidera toccare. Al tocco, [il suo?]
cuore è esaudito. Poi silenziosamente, lui mediterà all'interno della sua
mente [...]. Successivamente si concentrerà sul rasa-bija (cioè,
il seme; V.B.). Dopo aver disteso la nayika sulla sua coscia sinistra, il
nayaka si dedicherà all’adorazione di Kandarpa (il dio dell’amore; V.B.)
[...] Nudo, il nayaka guarderà insistentemente la sua faccia di luna,
poi lentamente, e con piacere, al suo seno e al luogo di rasa (il suo
organo femminile, cf. la meditazione sul gioiello nel Sajak perkataan alif;
V.B.) [...] Quindi il nayaka e la nayika si coricheranno e, a loro
piacere, godranno del coito. [...] In questo atto il nayaka e la nayika
si uniranno nella maharasa (la beatitudine finale; V.B.) (Dimock 1966:
236-42).”
Nella pratica erotico-mistica,
è originariamente nella praticante femmina che la pura sostanza (Maharasa)
risiede. Questa pura sostanza è trasmessa al praticante maschio, e restituita
alla femmina in uno scambio finale effettuato da bocca a bocca… Il tutto si
svolge dalla bocca-principale (quella della Yogini) alla bocca dell’adepto,
e viceversa.
Il trattato citato sopra
include la descrizione delle nadi, la ritenzione del seme e la sua
ascesa verso il più elevato cakra.
La terza sezione che conclude
la parte principale del Sajak perkataan alif, descrive la felicità
dell’unione suprema in cui l’arif esperimenta l’ultimo stadio
dell'ascesa mistica. La descrizione poetica è ragguardevole sotto due
aspetti. In primo luogo, essa è presentata nel poema come se qualche hadith
fosse stato riferito dal Profeta Muhammad (ﺺ) in persona. In
secondo luogo, questo hadith si basa inaspettatamente sull’archetipo
tipico Indiano di un calabrone che succhia il nettare da un loto, un motivo
incidentalmente ben conosciuto nella letteratura Malese tradizionale.
In
un racconto del Profeta (ﺺ) – la pace sia su di Lui! –
È
detto che in qualche luogo c’è uno stagno
Con
un fiore di Loto ed un calabrone
Che vi si tuffa per gustare il suo nettare.
Dalla
misericordia [eterna] di Dio Eccelso,
Guadagnò
la più meravigliosa conoscenza,
Il
calabrone succhia instancabilmente il nettare
Dalla gemma di Loto d’inesprimibile bellezza.
L'acqua
sgorga dalla fonte cristallina,
Nella
gemma immerge il suo pungiglione,
Assorto
nel lavoro di riunione degli gnostici -
La
gemma ha un’apertura al vertice che fa svenire il calabrone… (stanze
34-36).
Nella
visione Sufi, questa descrizione è un ritratto simbolico del fana
dell'esperto che, avendo ottenuto la ma'rifat (“la conoscenza più
meravigliosa”, stanza 35), raggiunge l’unione beata con l’Amato Supremo
attraverso la negazione completa di sé stesso. Ed ancora, i Tantrici ipertoni
di quest’immagine simbolica non sono meno visibili.
Nella
poesia Tantrica Buddista troviamo metaforicamente sia lo stagno di Loto, sia l’ape:
entrambi bevono il nettare dal Loto collocato nel più elevato ushnisha-cakra
del capo, e simboleggiano che l'esperto è giunto alla Beatitudine Suprema (mahasukha)
(Dasgupta 1962: 108, 248). La letteratura Vaishnava-Sahajiya descrive uno
stagno di Loto simile, “contenente la verità”, situato nel più alto sahasrara-cakra.
Similmente al Sajak perkataan alif, in cui un corso d’acqua scorre
dallo stagno e ne riempie un altro posto al cakra inferiore; anche
nella letteratura in oggetto, un loto è trasportato dalla sua corrente fino
al loto swarupa su cui riposa – che è la rappresentazione di “Radha
e Krishna nell’unione beata” (Swarupa ha molti significati: “la
forma reale”, “la natura reale”, “la forma Celeste”, “il Sé”,
“la forma intrinseca che è la vera essenza, o natura dell’Eterno e
Infinito”). (Dimock 1966: 140, 174). Un parallelo prossimo a questa
descrizione della letteratura Sahajiya ricorre negli scritti dei Sufi
Bengalesi citati precedentemente. In queste scritture l’ajña-cakra
è localizzato nella regione cerebrale ed è messo in rapporto all’alam
jabarut, o mondo dell’Onnipotenza o stadio di hakikat (la
Verità). In questo cakra, lo gnostico trova un lago di nettare (amritakunda)
sulla cui superficie scorre un bianco loto all’interno di un corso d’acqua.
Dentro al loto c’è una perla22
in cui la Luce di Muhammad e Allah risiedono uniti (Roy 1983: 176). Il più
alto cakra della tradizione Vaishnava-Sahajiya da cui il ruscello
fluisce verso il basso è chiamato “l’eterno Vrindavana” ed “il luogo
della luna nascosta” (Roy 1983: 168). Abbiamo già menzionato al ruscello di “nettare” (una fusione dei fluidi maschili e femminili che simboleggia
“la conoscenza non duale”) che si riversa dalla luna e trasforma
completamente la natura intera dello gnostico. Il ruscello della luna promesso
all’arif all'inizio del Sajak perkataan alif, è rimandato
proprio in questa stanza finale del poema:
L’amore
è veramente dolce e pieno di gioia -
Lo
sentirai simile ad una pioggia torrenziale,
La
sua acqua sarà simile ad una pozione salutare23
Impregnerà
tutti i lembi e le giunture [del corpo] (stanza 39).24
L’analisi suddetta del Sajak
perkataan alif svela i simboli enigmatici del “mare dell’acqua
corrente” del Syair Bahr an-Nisa. Sia nel Sajak perkataan alif,
sia nei tantra Indù e Buddisti, la luna comincia a sboccare il nettare
dopo che il “Sé” individuale o la mente dell’adepto, unita alla
manifestazione della “forza femminile” (kundalini per i Tantrici
Indù, la dea Candali per i loro colleghi buddisti), ha raggiunto il cakra
più elevato.25
Similmente, nel Syair Bahr an-Nisa “il mare fluente” comincia a
scorrere giù dalla montagna dopo che il Profeta (ﺺ) è “sbarcato
nel luogo più dolce”, presso la più alta stazione (makam) o cakra
(stanza 28).
Si sa veramente poco dell’opera
anonima denominata Hikmat an-nisa, o la “La saggezza [di compiere il
coito] con le donne”. Partendo dal fatto che quest’opera include delle
sezioni in lingua Giavanese, così come appare anche dalla sua carta e
filigrana, essa proviene probabilmente da Giava e fu copiata nella seconda
metà del 19 secolo. L’Hikmat an-nisa è l’unico testo del corpus
che non giunge da Aceh (Sumatra). In ogni caso, è stato incluso sia per la
sua relazione stretta col Sajak perkataan alif, sia con un altro testo
dello stesso tipo, il “Trattato sul coito mistico”. Quest’ultimo è il titolo
dato qui ad un testo anonimo dell’ilmu jauhar (la scienza del
gioiello). Il trattato ha origine in Aceh, più esattamente in Kampung Teungku
Gado. Fu probabilmente copiato nel 1830 e non più tardi della prima metà del
19 secolo.26
È difficile stabilire se
l'autore del Sajak perkataan alif conobbe queste particolari
dissertazioni quando scrisse il suo commentario poetico sul Syair Bahr
an-Nisa. Indipendentemente dalla risposta, l’Hikmat an-nisa ed il
“Trattato sul coito mistico” condividono, spiegano e specificano la
terminologia ed il simbolismo del Sajak perkataan alif descrivendone
dettagliatamente le pratiche; in altre parole, possono esseri considerati dei
suoi commentari. La propensione di questi due trattati ad Islamizzare lo
Yoga-sessuale, l'analogia concettuale tra stazioni e cakra, la
descrizione del “tocco magico” ed il conseguimento dei differenti stadi
dell’unione beatifica con Dio, li rende importanti aggiunte al corpus in
discussione.
L’Hikmat an-nisa è
un trattatello di 10 pagine che inizia con la seguente dichiarazione: “Questa
è la conoscenza (letteralmente “saggezza”) completa della donna,
[spiegata] punto per punto”. L’opera contiene sei sezioni in Malese e
quattro sezioni in Giavanese. Queste ultime sezioni, le quali spiegano la
terminologia che ricorre nel Sajak perkataan alif (“la proprietà
della capacità visiva”, “la proprietà del respiro”, “la proprietà
del tocco”, “la proprietà dell’androgino”), sono apparentemente mal
collocate, o non appartengano per niente all’Hikmat an-nisa; poiché
sono inserite piuttosto goffamente al centro di una frase nella seconda
sezione Malese del componimento. Di contro, le sezioni Malesi dell’Hikmat
an-nisa sono abbastanza uniformi. Poiché ogni sezione dell’opera
rappresenta una fase spirituale specifica del praticante maschio e femmina, l’autore
l’ha corroborata al suo inizio con un versetto del libro di Allah, con l’intento
di dimostrare che la dottrina della ma'rifat del Sajak perkataan
alif si fonda sul Corano e sugli hadith. Subito dopo, seguono le
istruzioni relative alla stimolazione sessuale della compagna culminanti nel
coito. La stimolazione ed il coito sono descritti con l’aggiunta di alcune
varianti che permettono una maggiore eccitazione ad ogni livello. Ad ogni
modo, sia l’una sia l’altro, si accompagnano alla meditazione (khayal),
alla visualizzazione interna (tilik fuad – “la visione del cuore”),
all’arresto del respiro27
e al suo “trasferimento” mediante la meditazione da un adepto all’altro.
Alla fine di ogni sezione, l’adepta sperimenta una trance felice di rinuncia
del sé (letteralmente un “sonno mortale”, cioè il fana)
riavendosi con l’aiuto del compagno. La seconda sezione Malese del testo (Leiden
MS Cod. Or. 6674, ff. 19r-20r)28
ne è un esempio tipico:
“Il livello successivo.
Dice Allah l’Altissimo: “Insufflammo in essa del Nostro Spirito” (Corano
21: 91). Questo implica un certo gioco erotico [con la donna]. Prendi un pezzo
di tessuto, stendilo e siediti sopra insieme [alla tua compagna]. Prendile la
mano con la destra ed accarezzale la spina dorsale colla tua mano sinistra,
come se una formica procedesse lentamente, eccitandola in questo modo. Con le
mani a conca prendi le sue due mammelle, baciale la fontanella (spazio
membranoso compreso tra le ossa craniche dei neonati e che è destinato a
scomparire, normalmente entro il quindicesimo o diciottesimo mese, quando le
ossa si accostano fin quasi a saldarsi) ed il suo naso, prendile il respiro e
trattienilo. Penetrala ed entra nel mare, compilo in una maniera perfetta.
Dopo sollevale la cintola ed esegui la circumbulazione (tawaf) finché
realizzi l’unione completa. Baciale di nuovo il naso, prendile il soffio e
portatelo al cuore (qalbu). Ordina alla donna di arrestare il respiro e
di annichilire il cuore. Quando perderà la coscienza, [vedrà] qualsiasi cosa
le mostri: i sette cieli o le sette terre o la Mecca o Medina o gli angeli o
Jabra'il (Gabriele) o Muhammad (ﺺ) (in altre sezioni questa
parte della pratica è chiamata direttamente “il mi'raj della
compagna”; V.B.). Quando desidererai svegliarla, spruzzale dell’acqua sul
volto lasciandola respirare nuovamente. Rinsavirà e ti si prosternerà
dinanzi. Quella è la grandezza delle donne del Messaggero (ﺺ)
di Dio, che Dio lo benedica e lo abbia in gloria. O umani, ricercate quelle
donne, [chiedendo] insistentemente a coloro che le conoscono. Esse sono
benedette proprio dal Profeta Muhammad (ﺺ), che Dio lo benedica
e lo abbia in gloria, e da tutti i maestri spirituali (makhdum), dagli
Sheikh e dai Santi (Aulia) di Dio l’Altissimo.”
Sebbene l’adepto maschio
rappresenti lo strumento attivo dell’unione, mentre la donna sperimenta un’estasi
felice, – simile al mi'raj (ascensione) ai cieli del Profeta Muhammad
(ﺺ) – il testo effettivamente descrive una duale-benché-unica
azione anche compiuta da un agente duale-sebbene-singolo. Nelle sezioni
Giavanesi dell’Hikmat an-nisa, esattamente come nel Sajak
perkataan alif, quest’agente, una specie d’unità nella dualità, è
chiamato “androgino”. Ad ogni stadio del coito mistico, ciascuna
particolare facoltà fisica o spirituale dell’esperto maschio e femminina s’integra
e fortifica progressivamente l'unità dell'androgino. Ogni facoltà integrata
è annientata ed assorbita da quella immediatamente superiore lungo la scala
gerarchica somatica-spirituale. Il significato del processo posteriore diviene
chiaro nell’ultima sezione del trattato.
Al primo stadio (Leiden MS
Cod. Or. 6674, ff. 14v-15r, 18v-19r), l’adepta è guidata ad arrestare il
respiro. In meditazione, l’adepto le trasferisce prima il soffio alla di lei
fontanella e dopo alla propria. Questa pratica sembra una reminiscenza della
stabilizzazione dello sperma nella sadhana Tantrica (cf. anche “attirare
il respiro nel cervello”, Sajak perkataan alif, stanza 20). Comunque
sia, nell’Hikmat an-nisa questo è il primo passo verso l’integrazione
dell’androgino. Durante i preliminari erotici successivi, l’adepto maschio
è istruito a meditare “amalgamando i muscoli (otot) della compagna
nella sua anima (hati)”: in quest’espressione enigmatica “i
muscoli” simbolizzano il corpo dell'adepta, mentre hati è associato
al termine kalbu o cuore nelle istruzioni successive.
Al secondo stadio (ff.
19r-20r)29,
si afferma che l’adepto debba “ prendere il respiro” della compagna e
portarlo alla sua anima o cuore (kalbu). Questo stadio costituisce il
passo successivo tendente all'integrazione del maschio e della femmina nella
figura dell’androgino. Poi, dopo aver detto all'esperta di arrestare il
respiro, dovrebbe “annientare la sua anima (o cuore)”. Nei propositi Sufi, l’anima/cuore
implica “l’anima animale”, è il “corpo sottile” che risiede nel “corpo
grossolano” menzionato sopra e, con esso, completa jasmani - il
principio fisico nella creatura umana (vedere Nieuwenhuijze 1945: 138-39). È
probabile che la disposizione di eccitare la compagna accarezzandola lungo la
spina dorsale, sia un'altra reminiscenza del concetto Tantrico di cakra
situato sulla colonna vertebrale.
Al terzo stadio (ff. 20r-21v)
30,
il maschio bacia la fontanella ed il naso della sua compagna. Insieme
continuano l’integrazione nell’androgino “prendendosi la pupilla l'un
l'altro”, una frase che indica sia l’intenso e incessante contatto visivo,
sia l’armonizzazione dei ritmi del loro coito.31 Il contatto visivo è un’altra pratica Tantrica
familiare (vedere Rawson 1973, tavola 96). A questo stadio, l’adepto
sincronizza il respiro con quello della sua compagna annientandolo nell’alam
kudus (il mondo santo) di lei, oppure entrambi i soffi si distruggono nell’alam
kudus dell’adepta. Che cosa significhi questo alam kudus non è
chiaro, ma può essere identico al ruhani - il principio spirituale
nella creatura umana – citato nella successiva, quarta, sezione dell’opera
(ff. 21v-22v) .32
Syamsuddin di Pasai definisce
il ruhani come la realtà “ricevente lo Spirito affine” (qui,
similmente all’Hikmat an-nisa, è il livello inferiore allo Spirito)
e lo identifica all’anima umana razionale, il nafs natika, o allo
spirito umano, il ruh insani (Nieuwenhuijze 1945: 137-39).
Insolitamente, l’alam kudus e il ruhani sono assenti dall’elenco
finale delle facoltà che successivamente si uniscono l’una all'altra.
Entrambi i termini, immediatamente precedenti al termine “Spirito” (ruh),
sono sostituiti nell'elenco dal termine nafs, il quale ha generalmente
una connotazione negativa nel Sufismo, eccetto nel caso in cui il natika
è implicato (Schimmel 1975: 112-14). Questa sostituzione sembra confermare la
nostra identificazione dell’alam kudus al ruhani e al nafs
natika.
Se ciò è corretto, la
quarta sezione è un supplemento alla terza sezione, ed entrambe
congiuntamente descrivono la terza fase d’integrazione. Questo supplemento
dimostra che allo stesso modo di tutte le altre facoltà, l’alam kudus
(che è uguale al ruhani e al nafs natika) dell’adepto maschio
e femmina dovrebbe dapprima unirsi, e poi rafforzare l’unità dell’androgino
solo dopo averlo annientato. Ciò è affermato nella terza sezione.
Al quarto stadio (ff.
22v-23r) 33,
l’unità dell’androgino raggiunge il culmine. “L’attenzione del cuore”
(tilik fuad) dell’adepto, che sta meditando sull'essenza della
compagna 34,
è annientato nell’essenza di lei, la quale, a sua volta, si unisce
completamente all’uomo nell’organo femminile (farji). Questa è la fase
del “matrimonio del loro spirito”, il quale diventa ancora possibile dopo
che l’adepto prende o arresta il respiro della sua compagna trasferendolo a
sé stesso; in questo modo, i loro spiriti rispettivi si sono uniti.
Alla fine, nella quinta fase
(ff. 23r-24v) 35,
l’intero androgino – la creatura bisessuale in cui le facoltà dei due
esperti sono unite completamente – si fonde nel Nur Allah, la Luce di Dio,
terminando la sua ascesa. Il trattato dichiara: “E in un attimo, mentre il
corpo (tubuh) si fonde nel cuore (kalbu), il cuore si fonde nell’anima
(nafs), l’anima si fonde nello spirito (ruh) e lo spirito si
fonde nella Luce di Dio (Nur Allah)” (f. 23v). Se la fusione delle facoltà
dei due esperti di sesso opposto con l’aiuto della meditazione, dell’arresto
e dello scambio del loro respiro, era abbastanza chiaro nell’intero
trattato, adesso possiamo capire ciò che implica quest’estinzione. Non è
nient’altro che la fusione o l’assorbimento, ma questa volta si tratta
delle facoltà unite dei due amanti al più alto livello. Le facoltà che si
sono fuse progressivamente l’una nell’altra, si estingueranno
completamente nella Luce di Dio.
L’Hikmat an-nisa
conclude asserendo che i suoi metodi furono praticati dal Profeta Muhammad (ﺺ),
da tutti i Profeti (ﻉ) e dagli Sceicchi scelti da Allah. L’opera
non dovrebbe essere mostrata a chi non comprende la grandezza del messaggio
risalente al Profeta (ﺺ), ma non dovrebbe essere nascosta a
coloro che intendono applicarla. È un regalo di Mahdum Hasanuddin, il suo
probabile autore.
Poiché il “Trattato sul
coito mistico” fornisce dei dati supplementari circa la dottrina e le
pratiche descritte nell’Hikmat an-nisa, è meglio considerare gli
aspetti Sufi e Tantrici di queste due opere congiuntamente, dopo aver
riassunto il contenuto del trattato. In maniera simile alla parte principale
del Sajak perkataan alif, questo trattato consiste di tre sezioni. La
prima sezione (Cod. Or. 8224 [VIII], ff. 47v-48v) riguarda gli atti
preliminari del coito e descrive il rito consacratorio del corpo dell’iniziata.
Il maschio bacia le varie parti del corpo della sua compagna secondo un ordine
prestabilito, emettendo, allo stesso tempo, i Nomi di Dio (il Grazioso, il
Misericordioso, il Compassionevole, il Sostentatore, il Vivente, e così via…)
con formule Coraniche impostate soprattutto sul “Versetto della Luce”
(Corano, 24: 35).36
Per esempio, all’inizio del rito bacia la sua partner sulla fontanella e
recita una formula che include dalle 9 alle 10 righe di questo ayat:
“O il Grazioso, Luce su luce. Allah guida verso la Sua luce chi vuole Lui”.
Mentre la bacia sul collo pronuncia la sua prima frase: “Allah è la luce
dei cieli e della terra” e così via. In questa maniera, l'esperto consacra
le 12 parti del corpo della sua compagna: la fontanella, le orecchie, la
ghiandola pineale (epifisi) o terzo occhio tra le sopracciglia, gli occhi, le
guance, le narici, il mento, la faccia e il collo, “i segni” sulla faccia
(nei?), le mani e le mammelle.
Questo rito preliminare
sembra una versione semplificata del nyasa Tantrico. In quest’ultimo,
toccando le parti specifiche della sua compagna (di solito sei punti: la
fronte, gli occhi, le narici, la bocca, le braccia e le cosce, ma qualche
volta di più) e recitando il mantra corrispondente, l’esperto
distrugge il suo corpo terreno e ne crea uno nuovo, identico al corpo della
Suprema Shakti. Allo stesso tempo, attraverso l’effettuazione del nyasa
(la collocazione) si attivano i cakra e le nadi. 37
Solamente dopo quest’attivazione, lo yoga-sessuale dell’ascesa attraverso
i cakra può essere eseguito. Ugualmente, nel “Trattato sul coito
mistico”, dopo il “nyasa Sufi”, l’adepto “si dirige verso le
stazioni”, chiamando prima in causa Allah e Muhammad (ﺺ)
per rifugiarsi da Satana il Malvagio. Ancora una volta i sostituti Islamici
dei mantra Tantrici sono pronunciati ad ogni fase dell’unione.
La seconda sezione del
trattato (ff. 48v-49v) si occupa del viaggio dell’iniziato attraverso le
stazioni: essa completa le informazioni che abbiamo dal Syair Bahr an-Nisa
e dal Sajak perkataan alif con indicazioni sulla profondità di
penetrazione e sulle posture sessuali specifiche, le quali sono essenziali per
il raggiungimento di ogni singola stazione. Conformemente al Sajak
perkataan alif, questa sezione del “Trattato sul coito mistico” cita
quattro sezioni che l’esperto dovrebbe raggiungere, sempre “dalla
posizione adatta”. Queste stazioni sono localizzate alla destra, alla
sinistra, sulla parte inferiore e superiore dell’organo femminile. Il
percorso alle stazioni è descritto due volte, dando l’impressione di due
serie di stazioni; in realtà, il trattato descrive due azioni consecutive. La
prima descrizione tratta la stimolazione iniziale delle stazioni,
probabilmente per aprirne i cancelli com’è menzionato nel Syair Bahr
an-Nisa e nel Sajak perkataan alif, e solo successivamente avviene
l’effettiva penetrazione in esse.
La seconda descrizione delle
stazioni è di particolare interesse. Proprio come nel Syair Bahr an-Nisa,
essa si occupa delle quattro stazioni appartenenti alle mogli del Profeta (ﺺ).
Ogni stazione è associata a un particolare elemento e a un peculiare tipo di
grazia (ni'mat): in questo modo, l'autore del Sajak perkataan alif spiega
l’uso della frase “stazioni di felicità suprema o beatitudine” (stanza
30). La stazione più bassa è quella di Siti Maimunah, il suo elemento è l’acqua,
la sua “felicità suprema è la passione” (ni'mat isyki). La
stazione più elevata è quella di Siti Khadijah, il suo elemento è la terra,
“la sua beatitudine è questo mondo” (ni'mat dunia). La stazione di
sinistra appartiene a Siti Salamah, il suo elemento è l’aria, la sua “felicità
suprema è l’altro mondo” (ni'mat akhirat). La stazione di destra
appartenente a Siti Aisya, il suo elemento è il fuoco ed è associata alla
“beatitudine o Favore Divino” (ni'mat Allah).
A queste quattro stazioni n’è
aggiunta una quinta – quella di Fatimah (ﻫ), la figlia del Profeta Muhammad (ﺺ)
e moglie dell’Imam ‘Ali ibn Abi Talib (ﻉ). La sua stazione è la più elevata e la più
difficile da raggiungere. Secondo l’Hikmat an-nisa (ff. 17r-18r), è
localizzata in un misterioso luogo denominato pusat belanak,
letteralmente “centro – somigliante al segno sulle scaglie della triglia”
(Wilkinson 1932, II: 292): è il posto in cui “tutte le navi s’incontrano”
(questo simbolismo si ritrova nei testi Tantrici: il principio maschile è
rappresentato simbolicamente da una nave su cui il praticante attraversa il
mare della nascita e della morte prima di raggiungere la spiaggia della
felicità suprema). Alla stazione di Fatimah (ﻫ)
“tutti gli elementi sono uniti” (uniti uno nell’altro; V.B.), poiché
Fatimah (ﻫ)
è la più sublime tra le donne (“Trattato sul coito mistico”, f. 49v.).
La stazione di Fatimah (ﻫ)
rappresenta “la beatitudine di [completa] autoabnegazione” (ni'mat nafi).
Questa nozione è rintracciabile nei tantra: i Tantrici Indù
considerano l’ajña-cakra come il punto d’incontro di tutte le nadi,
mentre i Buddisti Tantrici credono che le nadi convergano nel cakra
del collo (Avalon 1972: ivi; Dasgupta 1974: 155).
Il “Trattato sul coito
mistico” non dà ulteriori dettagli su Fatimah (ﻫ). Altre importanti informazioni appaiono in un’opera
in lingua Giavanese intitolata Nabi wadon o “le Profetesse”. Il
contenuto del Nabi wadon è quasi identico al nostro trattato, ed in
questo lavoro Fatimah (ﻫ)
è la rappresentazione della “donna primordiale” o “l’essenza
femminile condivisa da tutte le donne”. Fatimah (ﻫ) è stata creata dalla “stessa Luce Divina che
illumina le emanazioni della creazione” e la Sua essenza “entra in tutti i
mondi” dalla pre-eternità (Mukherjee 2003: 9). Inoltre, “il mondo di
Pratimah (Fatimah (ﻫ)
V.B.)” (Pigeaud 1970, III: 60) include 18 donne Profeta (ﻉ)
“residenti in vari organi del corpo formate da perline di vetro” (Mukherjee
2003: 10). Queste Profetesse sono simili alle “creature spirituali” dell’Amritakunda
(Ernst 2003: 219-20) e possono essere ritenute dai Musulmani le sostitute
delle Yogini Tantriche residenti nei vari organi (Dehejia 1986: 45, 47-49).
Altresì, le Profetesse sono in analogia alle otto kundalini “individuate”
in certe parti del corpo per mezzo del nyasa (Avalon 1972: cvii). Ancor
più importante, è che tanto le Yogini quanto le kundalini,
siano delle “forze femminili” concepite come manifestazioni della Grande
Dea (Shakti). Infatti, è nella forma di un’Islamizzata
Shakti che Fatimah (ﻫ)
appare nel Nabi wadon, come pure, più discretamente forse, nel “Trattato
sul coito mistico”.
In un numero di scritture
Sufi Malesi, i quattro elementi corrispondono alle quattro facoltà spirituali
e somatiche (Braginsky 1990: 111). È possibile congetturare che la mistura d’elementi
alla stazione di Fatimah (ﻫ), i quali sono associati sia alla più elevata
felicità, sia alla fusione finale e deliziosa delle facoltà deperenti nella
Luce di Dio, siano due espressioni simboliche culminanti nel medesimo processo
d’unione mistica. Se è il caso, il “Trattato sul coito mistico” e l’Hikmat
an-nisa si completano l’un l’altro. Il primo lavoro enumera
nominativamente le cinque beatitudini associandole all’arrivo dell’arif
presso le stazioni presiedute dalle mogli del Profeta (ﺺ)
e da Sua figlia Fatimah (ﻫ).
Nel secondo lavoro, in cui i cinque stadi equivalenti alle cinque beatitudini
favoriscono felicemente l’integrazione dell’esperto maschio e femmina, è
descritta esattamente l’esperienza vissuta dai due praticanti nell’unità
della loro dualità ad ogni stadio dell'annientamento-unione. L’Hikmat
an-nisa ed il “Trattato sul coito mistico” si completano l’un l’altro
anche nella descrizione delle varie tecniche sessuali per il conseguimento
degli stadi consecutivi di beatitudine, fornendo così un’informazione
esauriente su quest’aspetto della “scienza del gioiello”.
Il collegamento tra le cinque
beatitudini e le cinque stazioni delle grandi donne dell’Islam fissata nel
“Trattato sul coito mistico”, merita un’attenzione particolare. È già
stato ripetuto che nel Syair Bahr an-Nisa queste stazioni sono
associate agli stadi del Percorso Sufi: vale a dire syariat, tarikat,
hakikat, ma'rifat ed il fana finale. A loro volta, le fasi
del Percorso corrispondono, rispettivamente, alle Azioni Divine (Fi'il),
ai Nomi (Asma), agli Attributi (Sifat) e all’Essenza (Zat)
(Braginsky 1990: 111). L’esperienza mistica descritta nell’Hikmat
an-nisa e nel “Trattato sul coito mistico” è conforme alle quattro
illuminazioni della dottrina Sufi descritta in testi tipo l’Insan
al-kamil [l’Uomo Perfetto] di al-Jili, un’opera conosciutissima nel
mondo Malese (Nicholson 1921: 125-30).38
Queste illuminazioni annichiliscono allo gnostico vari aspetti (agente,
nominativo, attributivo ed essenziale) delle qualità Divine (Azioni, Nomi,
Attributi ed Essenza) fino al suo raggiungimento nell’unione finale. Ad ogni
illuminazione lo gnostico sperimenta una beatitudine.
Inoltre, le stazioni
descritte nell’Hikmat an-nisa e nel “Trattato sul coito mistico”
sono le controparti dei cakra nella pratica dello yoga sessuale, mentre
Fatimah (ﻫ)
rappresenta la Shakti. Perciò, si può affermare che le cinque beatitudini
nella loro dimensione Tantrica, rivelano la vera essenza di ciò che nel
Tantrismo Indù è chiamato laya-yoga o kundalini-yoga.
Eseguendo questo yoga, l’adepto risveglia kundalini (una
manifestazione della Shakti con la quale il suo “Io” è uno) che ascende
attraverso tutti i cakra fino alla sua più alta collocazione nella
testa, dove il Parama Shiva (la Suprema Realtà) insieme alla Shakti uniscono kundalini
nell’unità. In questo modo, l'esperto si integra felicemente con la Suprema
Realtà e si libera dai legami di questo mondo. Il Laya/kundalini yoga
è il processo di “involuzione cosmogonica” in cui l’avanzamento della kundalini
attraverso i cakra genera la fusione di ogni elemento dell’adepto
stesso, prima materiale e poi spirituale, nel più elevato di essi; “ogni
effetto si unisce nella sua causa immediatamente precedente, finché tutte le
differenze vengono definitivamente incorporate nella fonte suprema” (Gupta
et al. 1979: 170-71, 175; cf. Avalon 1972: cxxxii-vi). Ogni fusione conduce
l'esperto ad una beatitudine specifica. Una dottrina simile si ritrova anche
nel Buddismo Tantrico; essa identifica i quattro cakra e, di
conseguenza, distingue tra le quattro beatitudini (Dasgupta 1974: 175-77): la
prima è la beatitudine della passione (cf. ni'mat isyki nel “Trattato
sul coito mistico”), e la quarta è la libertà completa da qualsiasi
traccia di autocoscienza (cf. ni'mat nafi nel “Trattato sul coito
mistico”).39
La terza ed ultima sezione
del “Trattato sul coito mistico” (ff. 49v-50r) tratta i giorni specifici
che certe parti del corpo dell’adepta devono essere accarezzate per
velocizzare l’eccitamento. Nel primo giorno del mese lunare le piante dei
suoi piedi devono essere accarezzate; il secondo giorno i suoi polpacci ed il
ginocchio destro; il terzo giorno il suo ginocchio sinistro; il quarto giorno
le sue cosce, e così via, fino al quindicesimo giorno quando il maschio
accarezza tutto il suo corpo interamente. Infine, si dovrebbe ripetere tutto
nello stesso ordine. Questo metodo si basa sulla credenza dei movimenti
quotidiani di mani, i fluidi maschile (seme) e femminile (ovulo).
Questi movimenti quotidiani sono descritti nell'ultimo trattato del nostro
corpus, nell’anonima e non titolata sezione del manoscritto di Leiden Cod.
Or. 17.901 [Dl] (ff. lv-4v) (vedere Iskandar 1999, L 683). Questo soggetto è
presente anche nei testi Tantrici e nelle opere Sufi Bengalesi (Roy 1983:
186-87).
Il corpus di testi qui
raggruppato, mostra una catena ininterrotta di scritti sull’ilmu jauhar
o la scienza del gioiello e, presumibilmente, la sua pratica, tra i Sufi
Acehnesi dal tardo 16mo secolo al 19mo secolo. Dal riassunto
del contenuto di questi scritti correlati e complementari, possiamo
affermare onestamente, che furono studiati come opere appartenenti al Percorso
ascetico Sufi verso l’unione finale con l'Assoluto, e l’archetipo del mi'raj
compiuto dal Profeta Muhammad (ﺺ) costituì il paradigma di questo Percorso.
Da un’altra angolazione,
questi testi contengono molti elementi di origine Tantrica. Sono presenti
concetti chiave e pratiche di Tantrismo, sia Indù, sia Buddista: le dottrine
del coito mistico, i cakra con le dee residenti, l’ascensione verso l’alto
dello sperma attraverso i cakra, i cinque tipi beatitudine (ananda),
i metodi di controllo del respiro (pranayama), la meditazione e la
visualizzazione (dhyana e dharana), la purificazione e
transustanziazione del corpo (nyasa), la recitazione delle sacre
formule (mantra), e così via. Questi selezionati elementi Tantrici
furono Islamizzati, descritti e presentati in una maniera meno complessa del tantra
propriamente detto (cf. Ernst 2003: 205). Inoltre, questi testi testimoniano
che le complicate e fisiologiche tecniche degli Yogi subirono una
semplificazione considerevole in Aceh nell’arco di 300 anni. Per esempio, le
manipolazioni Yogiche del seme lungo i cakra furono sostituite da un
movimento più semplice dell’organo maschile verso le stazioni di
beatitudine. Echi delle principali pratiche Tantriche sono ancora facilmente
distinguibili, e si oppongono all’opinione corrente che il Sufismo Acehnese
sia segnatamente diverso dalle tradizioni Sufi-Tantriche Giavanesi.
Si può anche osservare che
le caratteristiche Tantriche e Sufi si unirono in queste scritture. Nel 1975
mentre spiegavo un numero di fenomeni della letteratura Malese tradizionale,
presentai un modello di sintesi letteraria basato sulla teoria della
traduzione (Braginsky 1975: 93-99). Questo modello sembra essere ugualmente
applicabile alle sintesi religiose e culturali.40
In questo modello, il processo di sintesi non è inteso come una semplice e
meccanica mistura degli elementi di due tradizioni letterarie, un dare e un
avere, ma piuttosto rappresenta il risultato “dell’intuizione comparata”
di una letteratura appropriata che non affianca solamente certi frammenti “materiali”o
concetti ideali delle due tradizioni, ma ne scopre sia le somiglianze sia le
corrispondenze reciproche. Questo processo permette alla “ricevente-tradizione”
di identificare quei frammenti stranieri e/o quei concetti che hanno delle
controparti in questa stessa tradizione, principalmente sulla base dei loro
“propri” principi ideologici ed estetici rintracciabili, infine, nel suo
Canone religioso e nei suoi commentari. C’è una somiglianza ovvia tra
questo processo, e la ricerca di un target linguistico per le parole
provenienti da due fonti linguistiche differenti e culminante nella
costruzione di frasi secondo le nuove regole grammaticali.
Allo scopo di sintetizzare e
di avvicinare i frammenti e i concetti delle due tradizioni, la specificità d’ogni
singola tradizione diviene indefinita o indistinta. La sintesi degli elementi
materiali e degli ideali proveniente dalle due tradizioni rivela
sorprendentemente una loro somiglianza, piuttosto che il contrario. La
ricevente-tradizione assimila insieme ai concetti, certi elementi materiali
come le immagini, i simboli, i motivi narrativi e così via, i cui significati
erano stati originalmente espressi. Similmente ai frammenti “materiali,
anche gli elementi concettuali sono sintetizzati. Quest’esercizio non
differisce dalla pratica di includere alcune parole dalla fonte linguistica,
specialmente quelle che designano un realia locale 41,
nel corpo principale del testo tradotto, spiegandone il significato nelle note
in calce.
Non si dovrebbe pensare che
il processo sia limitato solamente all'identificazione reciproca di frammenti
o di concetti “stranieri”. Ancora una volta, proprio come nella
traduzione, la sintesi prende posto invariabilmente “nel territorio” della
ricevente-tradizione. Ne risulta che l’ideologia dominante al tempo della
sintesi è capace di cambiare il carattere dei concetti appropriati e di
scacciarne i meno accettabili ai margini della tradizione, conservando di essi
solo vaghe reminiscenze. Più profondamente un concetto “straniero”
aderisce al Canone religioso – la sfera centrale della ricevente-tradizione
- più è difficile tradurlo, o piuttosto reinterpretarlo nei termini
Canonici, poiché ricusando i suoi principi, la sua parte essenziale è
eliminata.42
È probabile che i lavori che
formano il nostro corpus siano, mutatis mutandis, dei prodotti del tipo
di sintesi appena descritto. Il modo in cui i concetti Tantrici sono
identificati alle loro controparti Sufi, confondono la specificità del primo
e introducono tipici ipertoni Tantrici nel testo Sufi, testimoniando la natura
sintetica di questi lavori. Infine, l’aspetto più importante di questa
sintesi è l’approccio selettivo effettuato dai loro autori. Attraverso i
testi del nostro corpus si scorge che gli autori integrano pratiche Tantriche
confessionalmente neutrali, piuttosto che dottrine Tantriche difficilmente
conciliabili con gli insegnamenti Islamici. L'intenzione di questi autori
somiglia al lavoro messo a punto da Muhammad Ghawth durante la composizione
del Bahr al-hayat, un’opera simile in cui si sforza di “affrancare
delle pratiche utili [...] dalle catene delle false credenze” (Behl and
Weightman 2000: xxiii). Non sono necessari ulteriori identificazioni tra il
Tantrismo ed il Sufismo oltre a quelle già menzionate, – cakra e makam,
l’uso dei versetti Coranici e i Nomi di Dio come mantra – giacché
sono manifestazioni di questo tipo di sintesi.
L’origine della sintesi
Sufi-Tantrica di Aceh resta oscura: non è chiaro se nacque nell’area
settentrionale di Sumatra o se fu importata dalle pratiche Sufi delle
confraternite Indiane, le quali ispirandosi alla traduzione dell’Amritakunda
si svilupparono verso il 13mo secolo. Dalle informazioni
disponibili, è noto che prima dell’arrivo dell’Islam ci furono
significativi centri di Buddismo e di Indu-Buddismo, – particolarmente di
Tantrismo – sia nella zona settentrionale che meridionale di Sumatra.43
Esistono anche delle testimonianze circa la loro continuità durante il
periodo Islamico. Si ha la conferma che tra il 15mo e l’inizio
del 17mo secolo, alcuni elementi Indù o Indù-Buddisti nel Nord di
Sumatra fossero ancora presenti dopo l’avvento dell’Islam. Nel 1472, il
viaggiatore russo Afanasiy Nikitin scrisse nei suoi appunti di viaggio che nel
paese di Shabat, conosciuto anche come Samudra-Pasai (Pasai o Samudera o
Samudera-Pasai o Samudera Darussalam), la gente (o qualche gruppo) professava
la “fede Indiana”, una forma di Induismo ortodosso secondo la sua
descrizione (Braginsky 1998: 383-89). Tra il 1503 e il 1508, Varthema cita che
gli abitanti di Pedir erano “pagani” ed aggiunge: “la loro fede, il loro
vestiario e le loro abitudini sono simili a quelle di Tarnassari [Tenasserim
(Birmania); V.B.]; anche le loro mogli vengono bruciate vive” (Jones 1863:
229-31). Questi dettagli indicano che la popolazione di Pedir in quel tempo
era Indù o Indù-Buddista. Barros, la cui descrizione di Sumatra risale ad
una data compresa tra il 1536 e il 1563, menziona la presenza di un grande
tempio pagano in Aceh, completamente in oro. (Dion 1970: 158).
Particolarmente importante è
la descrizione di Aceh risalente al 1602 e fatta dal commerciante francese
Martin (Reid 1995: 62-63). Martin fornì informazioni abbastanza
particolareggiate sui “Gentili”, sia Indù sia Indù-Buddisti di Aceh,
descrivendo inter alia le loro usanze: “i padri non hanno problemi a
convivere con le loro figlie, né le madri con i loro figli”. Di questa
convivenza gli Indù dettero la seguente spiegazione: “Quando un uomo
coltiva un albero rendendolo produttivo, gli è conveniente gustare del frutto
ottenuto”. Il passaggio suggerisce che i Gentili descritti da Martin
potrebbero esser stati un gruppo di Tantrici, giacché le accuse di incesto
erano comuni, e corroborate dai tantra.44
Particolarmente, all’inizio del 15mo secolo, uno dei cortigiani
del Sultano Ahmad, Hikayat raja Pasai, giustifica il desiderio
incestuoso del suo sovrano per le figlie con una frase molto simile in
significato a quella di Martin: “Se abbiamo impiegato del tempo per
seminare, dovremmo essere i primi a gustare del nostro raccolto” (Hill 1960:
135).45
Le descrizioni di Martin accennano anche all'uso della carne all’interno di
questa comunità. È narrato che la pagana padrona di casa di Martin, esplose
dalla rabbia quando seppe che un animale era stato ucciso in casa sua senza la
dovuta preghiera. Quest’episodio indica che nell’area vi era un’atavica
presenza Tantrica, contraria alla maggioranza degli Indù. Infatti, ai
Tantrici è permesso cibarsi di carne, purché questo rituale sia preceduto da
una speciale penitenza e preghiera (vedere Rai 1983: 96-97). Sebbene quest’analisi
confermerebbe l’origine indigena della sintesi Sufi-Tantrica in Aceh, altri
fatti indicano una probabile e differente fonte, in altre parole il Bengala.
Il Bengala, Samudra-Pasai e
più tardi Aceh, facevano parte della stessa area commerciale da secoli (Hall
1985: 225, Lombard 1986: 157), la quale favorì anche le relazioni culturali
tra questi paesi.46
Dopo la conquista musulmana del Bengala nel 13 secolo, centri particolarmente
importanti di Tantrismo, Nathismo, Vaishnava-Sahajiya e d’altre
ramificazioni, continuarono a prosperare nelle loro contrade orientali,
meridionali ed anche nei territori adiacenti all’Assam (vedere Dasgupta
1962). Allo stesso tempo, e precisamente in quest’area, sorse una sintesi
Sufi-Tantrica che non si confrontava solamente all’antico testo dell’Amritakunda,
ma anche ai posteriori trattati di Sufismo Bengalese datati tra il 16mo
e il 17mo secolo.47
La somiglianza tra tutti i trattati Bengalesi e i lavori del nostro corpus, i
quali sono stati citati brevemente sopra, merita indubbiamente una maggiore
attenzione. La relazione è più complessa di quanto possa sembrare. L’ordine
Sufi della Shattariyah, che divenne ben saldo nel Bengala tra il 17mo
ed il 18mo secolo (Rizvi 1983, 11: 152-55, 173), si appropriò “più
di ogni altro lignaggio spirituale” delle pratiche Yogiche Indiane. (Behl
e Weightman 2000: xxiii). L’ordine Sufi della Shattariyah fu
ugualmente il più popolare in Aceh nello stesso periodo ed importò in
sordina questa sintesi Sufi-Tantrica.
Anche se la sintesi
Sufi-Tantrica arrivò in Aceh dal Bengala 48,
la vecchia tradizione Tantrica locale nel nord di Sumatra funzionò da potente
“cassa di risonanza”, specialmente per lo Yoga sessuale. È significativo
che il Tantrismo Sumatrese incorporò il Nathismo Sufi-Tantrico Indiano e la
sua pratica di Yoga-sessuale, ma lo limitò rigorosamente rendendolo in molti
casi misogino (Dasgupta 1962: 244-46). Nella costruzione di questa sintesi
Indiana Sufi-Tantrica, la pratica di Yoga sessuale non costituisce
propriamente uno strumento d’ascesa Sufi. Come abbiamo visto, la sintesi
Sufi-Tantrica in Aceh fu abbastanza differente nel suo atteggiamento sia verso
lo Yoga sessuale, sia verso le donne. Questi due aspetti della sintesi, così
come alcuni altri, sono più vicini alla tradizione Vaishnava-Sahajiya che col
suo ideale d’amore tra Krishna e Radha, s’incarna nella figura dell’adepto
maschio e femmina. Probabilmente per la stessa ragione, la sintesi
Sufi-Tantrica in Aceh mostra anche delle somiglianze con la tradizione Baul
Bengalese, un ramo della tradizione Vaishnava-Sahajiya, sebbene non ne
condivida i loro eccessi Yogici. Sta di fatto che la sadhana dei Baul
fu eseguita in ugual modo sia dagli Indù sia dai Musulmani (Sarkar 1990:
b6-67).49
La domanda è se questa caratteristica di Yoga-sessuale emerse insieme - anche
se a dovuta distanza - alla tradizione Vaishnava-Sahajiya o Baul, o fu il
risultato di sviluppi indipendenti e paralleli, ma amplificati in Aceh dalla
“cassa di risonanza” del Tantrismo locale.
Nota
1: i parallelismi sono eseguiti tra i testi malesi contemporanei e
gli scritti del corpus, ispirandosi particolarmente al materiale già
pubblicato dall’autore (Braginsky 1990: 111 [tavola]). La fonte degli
elementi Tantrici non è chiara, e lo studio si occupa di tracciare solo i
paralleli più ovvi con gli insegnamenti ed i metodi Tantrici basilari,
preferibilmente con quelli Indù (Shaiva e Vaishnava-Sahajiya) e Buddisti. Si
ritiene che questi parallelismi avviino al Tantrismo Indiano, poiché
tralasciano quelli esistenti sia con la tradizione Tantrica Giavanese sia col
Sufismo Islamico dei Bugis. Questo tipo d’analisi scurisce la comprensione
della ricerca, piuttosto che schiarirla.
Nota
2: d'ora innanzi, le citazioni originali Malesi sono riportate in
calce nei casi in cui non siano disponibili nelle pubblicazioni. I versi di
Hamzah Fansuri sono riportati da Drewes e Brakel nell’edizione stampata nel
1986 ed i riferimenti indicano il numero del poema (in numerali Romani) ed il
numero della sua stanza (in numerali Arabi) nel testo Malese. Il Syair Bahr
an-Nisa (il Poema del Mare delle Donne) e il Sajak perkataan alif (Il
poema della lettera alif) sono citati da Braginsky (1993a: 256-72, cf. le loro
copie sono state rivedute e rese disponibili da Braginsky) ed i riferimenti
mostrano il numero di una stanza(e) in uno dei due rispettivi poemi di quest’edizione.
Tutte le traduzioni dell’autore sono separate dai commenti che Syamsuddin fa
al poema di Hamzah. Le parole Arabe sono scritte secondo la grafia
Malese-Indonesiana. In tutti gli altri casi, le parole Arabe e Sanscrite sono
scritte nelle loro rispettive scritture, ma senza i segni diacritici (per
questa ragione solo 'sh' è usato con le parole Sanscrite).
Nota
3: il paragone tra lo sperma e l’olio è presente talvolta negli
scritti Tantrici, vedere Banerji, S.C. 1988: 18, A brief history of Tantra
literature, Calcutta: Naya Prokash.
Nota
4: ad esempio, lascia che l’adoratore eccellente mediti su Devi
Lakini. Lei è blu ed ha tre facce, tre occhi per ogni faccia, l’aspetto
fiero ed i denti sporgenti… È desiderosa di carne ed il suo seno è rosso
di sangue e di grasso gocciolante dalla bocca (Avalon [n.d.]: 369-70).
Nota
5: nel secondo poema citato (XXVII: 11-14) leggiamo: “La scienza
del jauhar”, sebbene ammissibile, è buona solo per fortificare il
corpo. [ Poiché] il [dominio] della scienza di Dio è soltanto un velo tra
Lui ed il Perfetto Uomo, la scienza di Dio è così sublime che la scienza del
jauhar è insufficiente [a raggiungerlo]. [Perciò], dovresti cercare
la scienza di Dio per guadagnare la vita eterna. [Sebbene] la scienza del jauhar,
sia molto celebrata, vale solo per coloro che sono nel fior fiore della
giovinezza. Non è la scienza primordiale di Dio. [Così,] non impegnarti in
qualcosa diverso da Dio! L’essenza di Dio non può essere raggiunta da colui
che non ha ancora rotto colla [scienza del jauhar]. Come può il
praticante di quella scienza diventare sottile e raffinato come lo furono
Ahmad (ﺺ) e ‘Isa (ﻉ)? (In altre parole, come
può realizzare il perfezionamento spirituale raggiunto dai Profeti Muhammad (ﺺ)
e ‘Isa (ﻉ), il cui grado è essenziale per l’unione mistica
con Dio; V.B.)
Nota
6: per esempio, non molto dopo che (il praticante maschio; V.B.) ha
abbracciato la sua compagna (mudra), inserisce il suo organo nella “vajra-casa”
(cioè la “casa adamantina”), beve dalle sue labbra […], la natura
adamantina (vajrasattva=vajrakaya; V.B.) dell’uomo si manifesterà
(Barati 1993: 210).
Nota
7: per kula, vedere Rai, R.K. Kularnava Tantra, 1983, pag
22-45, per kulacakra (il circolo kula) ed i suoi rituali,
vedere, per esempio, Avalon, Tantra of the great liberation, 1972: pag
153-203; Rai, op.cit.,1983: 143-59. Il tipo comportamentale di kula
(Rai 1983: 167-71) ed i circoli kula (uno dei quali è chiamato Bhairavi-cakra)
richiama alla mente gli idioti in spirito di santità (come Lebé Lontang) e
gli adepti birawa (o birahi) durante gli incontri di Zikir e di
Yoga sessuale in gruppo descritti dalla letteratura Sufi (o semi Sufi)
Giavanese (Zoetmulder, Pantheism and monism in Javanese suluk literature. Islamic
and Indian mysticism in an Indonesian setting, 1995: 230-38).
Nota
8: nel Syair Bahr an-Nisa (stanze 41-42) leggiamo solamente
a riguardo del Mare di Luce, ma Hamzah (VI: 4b) specifica che in questo caso
significa Nur al-Habib, cioè la Luce dell’Amato. Incidentalmente,
questo poema include anche un attacco all'idea Yogica (VI: 6c-d).
Nota
9: sul viaggio celeste (mi’raj) di Muhammad (ﺺ),
vedere Braginsky 1993a: 83-84 (in base alla descrizione di Nizami Ganjavi nell’Haft
paykar – “Sette belle” [Ritter e Rypka 1934: 11-12]). Laut dafik
– “Il mare corrente”, cioè, “il mare dell’acqua corrente” o “il
mare che scorre [dalle montagne]”. Per l’interpretazione Tantrica di
questa frase, vedere sotto. Nelle letture Sufi significa la fonte paradisiaca
di Kawthar (in Malese Kautsar). Nei dizionari tradizionali di termini Sufi, lo
scorrere dell’acqua simboleggia “la purezza del cuore raggiunta grazie
alla vera conoscenza (gnosi)” (Berthels 1965: 126), vedere anche Bakthiar
1976: 28.
Nota
10: il poema si trova nel manoscritto di Londra SOAS 41755 (pp.
54-61) e nei manoscritti di Leiden Cod. Or. 5635 (pp. 68-71) e Cod. Or. 7954
(pp.78-81), vedere Ricklefs e Voorhoeve 1977: 165, lskandar 1999, 1: 207, 485.
Nota
11: quest’espediente, per quanto ne sappia il sottoscritto, è
unico nella poesia tradizionale Malese, e probabilmente può essere spiegato
dagli elementi Tantrici dell’opera; proprio come nel Tantrismo, l’alfabeto
Sanscrito è connesso alla dottrina mantrica. L’alfabeto è chiamato “la
collana di lettere” indossata dalla Grande Dea (Shakti) e che frequentemente
ha la forma dell'organo femminile (Yoni), la fonte di tutta la realtà (Rawson
1973: 70). Le lettere dell’alfabeto sono incise sui petali dei loti dei vari
cakra, ed il più elevato è il sahasraracakra. Esso è il
ricettacolo di tutto ciò che esiste e potenzialmente contiene l'alfabeto
intero (Avalon 1972: Ixiv-v). Cf., ad ogni modo, la dottrina Sufi secondo cui
l’Universo fu creato da lettere simboleggianti svariate entità ontologiche
(Schimmel 1975: 417-20), fu conosciutissima nel mondo Malese (Braginsky
1993b).
Nota
12: in entrambi i poemi non solo si trovano delle descrizioni
somiglianti di questo Mare tempestoso, con i suoi flutti pericolosi, le barche
in affondamento ed i suoi pescatori di perle, ma anche alcuni motivi simbolici
come il “veleno” (un serpente velenoso nel Syair Bahr an-Nisa), “il
ruscello”, “l’unione coniugale” (akad), “l’assalto di una
fortezza”, “il sonno [del celibe]” (naum), “i cancelli [delle
stazioni]” e così via.
Nota
13: Braginsky 1993a: 264-72, 354; Braginsky forthcoming a.
Nota
14: vedere, ad esempio Dasgupta 1974: 143-44; Bharati 1993: 265;
Dimock 1966: 237. Incidentalmente, la traspirazione che rappresenta il segnale
della prima tappa della sadhana comprendente i metodi dell’hatha-yoga
e del pranayama, è conosciuta a fondo, ed è anche citata nella
letteratura Tantrica (Bharati 1993: 239). 20Dasgupta 1962: 99-100, 116; 1974:
181; Avalon 1972: cxxxiv-v, [n.d]: 210; Dirnock 1966: 157, 168.
Nota
15: potrebbe trattarsi di una confusione tra i cinque “emme” e
i “nove emme” (“nove mithuna”), cioè, “i nove distici
archetipi” del tantra, che raggiunsero la più alta unione beatifica
(Rai 1983: 189-90).
Nota
16: vedere
Braginsky 1990, 1993a: 101-04; cf. Behl and Weightman 2000: xxv.
Nota
17: la parola al-luti significa “ermafrodito, androgino”
e anche “omosessuale”. In ogni caso, sebbene sia usata nel suo significato
ultimo, il suo concetto implicito non cambia. Infatti, il coito mistico
trasforma l’adepto maschio e femmina in un'unica “creatura” in cui tutte
le loro differenze, incluse quelle sessuali, si dissolvono completamente.
Questa trasformazione è descritta dettagliatamente nel “Hikmat an-nisa”,
un altro trattato del nostro corpus, vedere la sua analisi di seguito.
Nota
18: the Sajak perkataan alif, stanze 12, 21, 23, 28, cf. per
esempio, la descrizione di sadhana in Bharati 1993: 228-78.
Nota
19: questa confusione tra posto comodo, facile e postura sessuale
è spiegato nel tantra: la parola asana significa sia posto
comodo, sia una postura Yogica, infatti Shiva unito a Shakti è spesso dipinto
in posizione comoda (vedere Rawson 1973: tavole 110-II).
Nota
20: nel “Trattato sul coito mistico” (Cod. Or. 8224[VIII], fol.
49v) le stazioni riguardano le quattro mogli del Profeta (ﺺ) che nel Syair Bahr
an-Nisa simboleggiano queste fasi esplicitamente.
Nota
21: Dasgupta (1962) crede che la tradizione Vaishnava- Sahajiya si
sia sviluppata dalla tradizione Buddista- Sahajiya. Il Bengala ha conosciuto
durante il 15° secolo un movimento popolarissimo chiamato Vaishnava-Sahajiya:
gli adepti veneravano Vaishnavî, la Shakti di Vishnu.
Nota
22: cf. il tuffarsi per la perla nel Sajak perkataan alif
(stanza 28).
Nota
23: cf. la “scienza del discernimento [di veleni e pozioni ]”
all’inizio della parte principale del Sajak perkataan alif.
Nota
24: cf. anche nel Syair Bahr an-Nisa, stanza 29 è detto:
“[Bevi] del latte e riempi un ricettacolo come termine di paragone - / È il
contenuto [del ricettacolo] che determina [la tua] gnosi perfetta; / [Quando]
il latte è versato fuori, il ricettacolo diviene vuoto -/ [Da quel momento]
la gnosi [come il latte] ha già permeato tutte le membra [del tuo corpo].”
Nota
25: Avalon [n.d.]: 428-29; Gupta et al. 1979: 177-78; Dasgupta
1962: 99-100.
Nota
26: L’Hikmat an-nisa è noto dal MS di Leiden Cod. Or.
6674 [III-V] (ff. 14v-24v) appartenente alla collezione di Riedel; è scritto
su carta filigranata Europea Vrijheid con KINGSFORD (Iskandar 1999, L 358). Il
“Trattato sul coito mistico” è conservato nel MS di Leiden Cod. Or. 8224
[VIII] (ff. 47v-50r) ed è parte del lascito di Snouck Hurgronje; è scritto
su un manufatto di carta filigranata Italiana ALMASSO (Iskandar 1999,1:
507-08). Una carta filigranata simile si può trovare nei manoscritti di
Leiden Cod. Or. 12.174 datato 1830 (Iskandar 1999, L 630) ed in alcune lettere
della collezione Leiden del 1833 (Wieringa 1998: 423, 489). L’Hikmat
an-nisa ed il “Trattato sul coito mistico” abbondano d’errori del
copista, dittografie ed omissioni di parole che ne impediscono la
comprensione. Sfortunatamente, poiché questi lavori sono ancora in un singolo
manoscritto, i loro errori non possono essere confrontati e corretti con altri
manoscritti, come avvenne nel caso del Syair Bahr an-Nisa e del Sajak
perkataan alif.
Nota
27: Giudicando dalla descrizione, non si tratta del trattenimento
del respiro (kumbhaka). L’adepto si occupa del naso della compagna
fino al suo stato d’euforica asfissia, dopo di che la lascia andare, “svegliandola”
(per una bella illustrazione, vedere Sinha 1993: 106).
Nota
28: Ini sepangkat lagi. “[Kama] gala Allah Ta'ala: 'Fa-nafakhna
fihi min ruhina', ya'ni: suatu permainan. [Maka] ambil kainnya sehelai
hamparkan, maka atas kain itu kedua duduk. Maka berjawat tangannya, maka
digerakgerakkan tangannya itu, maka tangan kiri menyapa tulang belakangan
seperti semut melata sekira-kiranya, memberi dhauk. Maka jawat hujung susunya
kedua, maka cium jemalanya dan cium hidungnya, maka ambil nafas(nya) hatinya
hali. Maka dakhal masukkan kedalam laut, maka sempurna pekerjaan dia itu, maka
diangkatkan pinggangnya, maka tawaflah perempuan itu, maka dipertemukan rasi.
Setelah bertemu maka cium hidungnya, ambil nafasnya itu, bawa kepada kalbu
kita. Maka perempuan itu suruh mengikat nafasnya, maka dihancurkan kalbunya.
Arakian lupakan dirinya dan akan tempat alam barang apa kita tunjukkan padanya
atau hingganya hendak melihat tujuh langit, atau tujuh bumi, atau Mekah, atau
Madinah, atau malaikat, atau Jabra'il, atau Muhammad. Bermula jika hendak [jaga]
akan dia, maka ambil air, sapukan pada mukanya, berikan nafasnya, maka ia jaga,
maka sujud pada kaki kita. Demikianlah perempuan Rasulallah s.w.s. dan
jalalnya, hai manusia, demikian cahari oleh kama baik-baik kepada yang tahu
akan dia, mereka itu beroleh berkat Nabi Muhammad (ﺺ) dan berkat
mahdum segala shaykh dan segala aulia Allah Ta'ala sekalian.”
Nota
29: Per il versetto del Corano (21: 91) da cui procede, vedere
sopra. Tutte le traduzioni del Corano sono tratte da Arberry 1988.
Nota
30: Il versetto del Corano (102: 8) è: “in quel Giorno, sarete
interrogati sulla delizia”.
Nota
31: O il mescolamento dei loro fluidi citati nella prossima
sezione.
Nota
32: Dal versetto del Corano (36: 40): “Non sta al sole
raggiungere la luna e neppure alla notte sopravanzare il giorno. Ciascuno vaga
nella sua orbita”.
Nota
33: Dal versetto del Corano (4: 124): “Quanto a coloro che,
uomini o donne, operano il bene e sono credenti, ecco coloro che entreranno
nel Giardino”.
Nota
34: Quest’essenza è designata dapprima come 'ain e poi
come jauhar. Per saperne di più su questa meditazione, vedere i
passaggi sopra citati nel Sajak perkataan alif.
Nota
35: Dal versetto del Corano (75: 22-23): “In quel Giorno ci
saranno dei volti splendenti, che guarderanno il loro Signore”. È seguito
dall’hadith attestante che chi contempla le donne sperimenterà la
beatitudine perfetta, non terrà conto del Giorno del Giudizio e sarà
collocato da Allah in Paradiso a dimorare tra le sue spose legittime.
Nota
36: È l’ayat più popolare tra i Sufi. Al-Ghazali gli dedicò il
famoso commentario mistico intitolato Mishkat al-anwar [La nicchia
delle luci], vedere Gaidner 2000.
Nota
37: Bharati 1993: 265; Avalon 1972: cvii-cxi; cf. Dasgupta 1974:
162.
Nota
38: Alcuni testi elencano cinque stadi, anche se gli Effetti (Athar)
sono aggiunti dopo le Azioni Divine (Fi’il).
Nota
39: Sono chiamati ananda, parama-nanda, virama-nanda e sahaja-nanda.
“Nel Sekoddesa-tika troviamo che ananda è il piacere della
passione che disturba la mente; parama-nanda è la percezione della
piena beatitudine quando il boddhicitta (lo sperma che simbolizza la
conoscenza non duale; V.B.) raggiunge la fronte; la fase successiva è detta virama-nanda
ed indica il nettare che fluisce dalla luna alla fronte. Anche in questa fase
di virama-nanda il sadhaka (l’adepto; V.B.), trattiene la sua
coscienza dalla sollecitazione dell’ego, vale a dire la percezione della
beatitudine in questa fase è associata ad alcuni tipi d’autocoscienza; ma
quest’autocoscienza è completamente insensibile nello stato di sahaja-nanda,
in cui il conoscitore e il conoscibile sono persi nell'unicità della
beatitudine perfetta” (Dasgupta 1974: 176).
Nota
40: Questo modello fu ulteriormente sviluppato in due lavori
posteriori, vedere Braginsky 1986: 196-97; Braginsky 2001: 64, 256-66, 284.
284.
Nota
41: realia significa oggetti e altri materiali autentici
usati nell'insegnamento di una lingua straniera.
Nota
42: Per un approccio al confronto del materiale letterario, vedere
Stewart 2000; Ernst 2003.
Nota
43: Per esempio, all’inizio del 7mo secolo, la cronaca
Cinese Hsin T'ang-shu, descrisse il Sriwijaya (nel sud dell'isola di
Sumatra) come un “duplice stato”: la sua capitale settentrionale era un
centro del Buddismo Mulasarvastivada (Krom 1931: 115) e si trovava in Balus (Barus).
I geografi Arabi Khurdadhbih (9mo secolo) e Idrisi (12mo
secolo) fornirono delle notizie sul Buddismo nel nord Sumatra. Secondo Idrisi,
nella terra di Jabat, collocata sulla spiaggia nord-orientale dell'Isola (Tibbets
1979: 87-88, 90), ci fu un tempio Buddista: “Lui (il re di Jabat; V.B.)
mostra molto rispetto a Budda. Questa parola budd significa tempio
nella lingua Indiana. Quello del re è molto bello ed è rivestito
esternamente di marmo. Dentro e tutt’intorno a Budda, possono essere visti
degli idoli fatti di marmo bianco con la testa adorna di corone dorate. Le
preghiere in questi templi sono accompagnate da canti in gran pompa magna.
Giovani e belle ragazze danzano ed eseguono altri giochi piacevoli dinanzi ai
devoti o ad altre persone che sono nel tempio” (Tibbets 1979: 53). I dati
archeologi sono piuttosto scarsi (Milner et al. 1978; McKinnon 1988; Nurhakim
1989; Drakard 1989), e le leggende locali (Zainuddin 1961, 1: 25, 27, 42)
sembrano corroborare una comparsa relativamente remota del Buddismo e dell’Induismo
nel nord Sumatra. In ogni caso, la più importante testimonianza sul Tantrismo
in quest’area, è che uno dei principali complessi di templi Sumatrani
associato al culto di Heruka, fu edificato a Padang Lawas (la zona interna
nord-occidentale di Sumatra) tra l’11mo e 14mo secolo
(vedere Schnitger 1937: 16-37; Suleiman 1954; Rumbi Mulia 1980).
Nota
44: Qualche tantra Induista, ma particolarmente Buddista,
vedere Schoterman 1980: 19; Dasgupta 1974: 102-3, 183-84.
Nota
45: Reid dubita della relazione di Martin, e pensa che in Aceh a
quel tempo restassero solamente delle “reliquie culturali Indù dell’isola
di Sumatra. Inoltre, suppone che Martin possa aver appreso queste notizie da
commercianti indiani” (Reid 1995: 55). La prima di queste ipotesi è
confermata non solamente dall’affermazione di Martin nella casa della donna
Indù in Aceh, ma anche dalla dichiarazione di Hikayat Raja Pasai, di
cui Martin non aveva conoscenza alcuna.
Nota
46: Pires non sottolinea solamente che una parte considerevole dei
commercianti stranieri di Pasai erano Bengalesi [un tipo di kampung
(villaggio) Bengalese esistette pure in Aceh, Lombard 1986: 61], ma anche
ascrisse la conversione di Pasai all’Islam a costoro (Cortesão 1944, 1:
142-43). Per maggior dettagli vedere Fatimi 1963: 12-17. Sembra che il testo
originale in Persiano del Hikayat Muhammad Hanafiah [la Storia di
Muhammad Hanafiah] fu presentata a Pasai da cittadini Bengalesi (Braginsky
forthcoming b).
Nota
47: Sul Sufismo nel Bengala, vedere Roy 1989; Eaton 1993.
Nota
48: Anche l’ordine Sufi della Shattariyah che era prevalente nel
Gujarat ebbe stretti contatti con Aceh. Questo particolare non dovrebbe essere
ignorato nei futuri studi.
Nota
49: Sui Baul e le loro sadhana, vedere Dasgupta 1962:
157-87; Dimock 1966: 249-70; Capwell 1974; Sarkar 1990; Salomon 1995
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