LA SHAKTI DELL'ISLAM

Estratto dal libro di Frithjof Schuon, Racines de la condition humaine, la Table Ronde, Paris, 1990

                                      

Il termine Shakti significa fondamentalmente l’energia efficiente del Principio supremo concepita in sé o ad un dato grado ontologico. Giacché il Principio, o diciamo l’Ordine metacosmico, comporta dei gradi e dei modi in virtù della Relatività Universale, Mâyâ, nella quale si riverbera.

Nel dominio della vita spirituale, questo stesso termine Shakti significa l’energia celeste che permette all’uomo di entrare in contatto con la Divinità, mediante dei riti appropriati e in conformità ad un sistema tradizionale. Essenzialmente, questa divina Shakti soccorre e attira: soccorre in quanto "Madre, " e attira in quanto "Vergine"; il suo soccorso discende dal Cielo su di noi, mentre la Sua attrazione ci eleva verso il Cielo. In altre parole, la Shakti in quanto pontefix, da una parte conferisce la seconda nascita e dall’altra parte offre le grazie liberatrici.

Nell’Assoluto, la Shakti è l’aspetto dell’Infinitezza, la quale coincide con ogni possibilità e genera Mâyâ, la Shakti universale ed efficiente. L’Infinitezza è la «Beatitudine», Ananda, la quale si combina in Atma con Sat, «l’Essere» o la «Potenza», e con Chit, «la Coscienza» o la «Conoscenza». Noi potremmo dire anche che il polo Ananda è funzione dei poli Sat e Chit, come l’unione o l’esperienza è funzione dei poli oggetto e soggetto; è da questa risultanza che scaturì il Dispiegamento universale, la Maya creatrice con le sue innumerevoli possibilità rese effettive.

La Shakti in quanto potenza liberatrice immanente e latente — o potenzialità di liberazione — è chiamata Kundalini, «avvolta a spirale», perché è paragonata ad un serpente addormentato; il suo risveglio nel microcosmo umano è effettuato grazie a pratiche di yoga tantrico. Questo significa, dal punto di vista della natura delle cose o della spiritualità universale, che l'energia cosmica che ci libera fa parte del nostro stesso essere, nonostante le grazie che la Shakti ci conferisce, per misericordia, «da fuori», e senza le quali non c’è una Via. Del resto, come Mahâshakti o Parashakti — l'«Energia produttrice suprema» — uguaglia l'aspetto femminile di Brahma o di Atma, la Kundalini produce una divinizzazione che la rende identica alla creatrice Mâyâ.

Secondo il Corano, i nomi Allâh e Rahmân sono quasi equivalenti: "Invocatelo come Allâh, o invocatelo come Rahmân, comunque lo invochiate, a Lui appartengono i nomi più belli" (Corano 17:110); ciò indica la natura Shaktica del nome Rahmân. Il nome Rahîm, «Misericordioso», prolunga in qualche modo Rahmân, «Clemente» (nella lingua araba hanno le stesse tre lettere radicali in comune); lo prolunga in prospettiva delle creature, ed in questo senso che si insegna che Allah, il quale è Rahmân nella Sua Sostanza, è Rahîm in funzione della creazione. La grande Shakti, nell’Islam, è la Rahmah: è la Bontà, la Bellezza, e la Beatitudine di Allah. (Nota che in Arabo la parola Rahmah deriva dalla radice Rahim, un termine significante «utero», e questo corrobora l'interpretazione della Rahmah come Femminilità Divina, dunque come Mahâshakti.)

Ci sono d’altronde delle forme più specifiche della Shakti, come la Sakînah, la «presenza pacificante o pacificatrice» o la «dolcezza Divina», e la Barakah, la «benedizione» o l’«irradiazione di santità», o ancora l'«energia protettrice»; le quali costituiscono altrettante immagini della Femminilità celeste, della benevola e salvifica Shakti.

Da un altro punto di vista, si può affermare che la prospettiva Shaktica si manifesta nell’Islam dalla promozione sacrale della sessualità (questa è indicata, paradossalmente dal velamento della donna, la quale ispira mistero e sacralizzazione). Questa caratteristica mette consapevolmente e aspramente l’Islam in opposizione alla concezione esclusivamente sacrificale e ascetica del Cristianesimo, ma lo avvicina allo Shaktismo e al Tantrismo. (Il Cristianesimo si avvicinò leggermente al pensiero Tantrico quando giunse a contatto col Sufismo, periodo denominato cavalleresco o amore cortigianesco, caratterizzato dal culto della «Signora» e da una non meno particolare devozione alla Vergine.) Secondo un hadith, «il matrimonio è metà della religione»; cioè — per analogia — che la Shakti è il «prolungamento» del Principio Divino; Mâyâ "prolunga" Atma. Conoscere la donna — insiste Ibn al-‘Arabî — significa conoscere se stesso, e «chi conosce se stesso, conosce il suo Signore». Certamente, l’anima umana è una, ma la polarità sessuale la scinde ad un certo grado; ora la conoscenza dell'Assoluto richiede la totalità primordiale dell'anima, di cui l’unione sessuale è in principio il supporto naturale ed immediato; sebbene indubbiamente questa totalità possa realizzarsi al di fuori della prospettiva erotica, dato che ognuno dei sessi implica la potenzialità dell'altro, essendo l’anima umana una, precisamente.

Secondo Ibn al-‘Arabî, hiya, «Lei», è un Nome divino come huwa, «Lui»; ma da ciò non si deduce che la parola huwa sia limitata, poiché Dio è indivisibile, e chi dice «Lui» dice anche «Lei». È comunque vero che Dhât, la divina «Essenza», è una parola femminile, la quale può riferirsi — similmente al termine Haqîqah — all'aspetto superiore della femminilità: secondo questo modo di vedere corrispondente alla concezione dello Shaktismo Hindu, la femminilità è ciò che supera il formale, il finito, l’esteriore; è sinonimo di indeterminazione, di illimitatezza, di mistero, e così evoca lo «Spirito che vivifica» in relazione alla «lettera che uccide». (II Corinzi, 3:6) È come affermare che la femminilità nel senso superiore comporta una potenza liquescente, interiorizzante, liberatrice: libera dagli indurimenti sterili, dall’esteriorità disperdente e dalle forme limitative e comprimenti. Da una parte, si può opporre la sentimentalità alla razionalità mascolina — interamente e senza dimenticare la relatività delle cose —, ma dall’altra parte, si oppone ugualmente al ragionamento degli uomini l’intuizione delle donne; quindi è questo dono dell’intuizione, presso le donne superiori soprattutto, che spiega e giustifica in gran parte la promozione mistica dell’elemento Femminile; è di conseguenza anche in questo senso che la Haqîqah, la conoscenza esoterica, può apparire come Femminile.

Il Profeta disse di sé stesso: «La Legge (sharî‘ah) è ciò che io dico; la Via (Tarîqah) è ciò che io faccio; e la Conoscenza (Haqîqah) è ciò che io sono.» Adesso questo terzo elemento, questo «essere», evoca un mistero della femminilità nel senso che l’«essere» supera il «pensare», rappresentato, esso, dalla mascolinità in quanto essa può essere concepita come lunare; la donna offre la felicità, non per la sua filosofia, ma per il suo essere. La mezzaluna è per dire «assetata» di compiutezza, in quanto è concepita come solare; anche la femminizzazione della pienezza spirituale si spiega in parte per il fatto che la metafisica è nelle mani degli uomini. (In Tedesco come in Arabo e in Lituano, la parola «sole» è femminile, e la parola «luna» è maschile; ciò evoca la prospettiva del matriarcato, del sacerdozio femminile, delle donne profetesse, ed ovviamente dello Shaktismo. Tacito prende in considerazione il grande rispetto che i Germani avevano per le donne. E ricordiamo la funzione beatifica delle Valchirie, e anche questa sentenza quasi tantrica di Goethe: «L’Eterno Femminile ci attira verso l’alto» [Das Ewig-Weibliche zieht uns hinan]).

Ma c’è di più: il carattere femminile che si può discernere nella Saggezza (Hikmah, Sophia) risulta ugualmente dal fatto che la conoscenza concreta di Dio coincide con l’amore di Dio; questo amore, il quale nella misura della sua sincerità implica le virtù, è come il criterio della reale conoscenza. Ed è in questo senso che la Shakti salvatrice s’identifica contemporaneamente all’Amore e alla Gnosi, alla mahabbah e alla Haqîqah.

Nei suoi Fusûs al-Hikam — nel capitolo su Muhammad — Ibn al-‘Arabî sviluppa una dottrina sopratutto Shaktica e Tantrica, la quale prende per punto di partenza il famoso hadith sulle donne, i profumi e la preghiera: le «tre cose che sono state rese amabili» al Profeta da Dio. Questo simbolismo significa prima di tutto che tra gli oggetti dell’amore, per l’uomo, la donna occupa il centro, mentre tutte le altre cose naturalmente amabili — come un giardino, un componimento musicale, una coppa di vino — si situano alla periferia, è ciò che indicano i «profumi»; la preghiera rappresenta l’elemento quintessenziale — la relazione con il Bene supremo — il quale dà un senso a tutto il resto. Adesso, secondo Ibn al-‘Arabî, l’uomo, ama la donna come Dio ama l’uomo, l’essere umano; in quanto il tutto ama la sua parte, e il prototipo ama la sua immagine; e ciò implica metafisicamente e misticamente il movimento inverso, andante dalla creatura al Creatore e dalla donna all’uomo. Chi dice amore, dice desiderio d’unione, e l’unione è un rapporto di reciprocità, sia tra i sessi opposti che tra l’uomo e Dio.

L’uomo, amando la donna, tende inconsciamente verso l’Infinito, e deve per questo motivo imparare a tendervi consciamente, interiorizzando e sublimando l’oggetto immediato del suo amore; ugualmente la donna, amando l’uomo, tende in realtà verso l’Assoluto, con le stesse virtualità transpersonali.

Nel misticismo Sufi la Presenza Divina, o Dio stesso in quanto oggetto d’amore o di nostalgia, è di buon grado presentato come una donna. Citiamo il Dîwân dello Shaykh Ahmad al-‘Alawî: «Mi avvicinavo alla dimora di Layla, ascoltando il suo richiamo. O possa questa voce così dolce non tacer mai! Lei (Layla) mi concesse il suo favore, mi attirò verso di lei, e mi introdusse nel suo recinto; poi mi rivolse delle parole piene d’intimità. Mi fece sedere vicino a lei, mi si avvicinò ancora, e trasse il vestito che la velava ai miei sguardi; mi metteva fuori di me, meravigliandomi per la sua bellezza… Mi cambiò e mi trasfigurò, mi segnò col suo speciale sigillo, mi strinse a lei, mi accordò una stazione unica e mi chiamò col suo nome.» La «dimensione divina» è chiamata Layla, «Notte», a causa della sua qualità a priori non manifestata; ciò che fa pensare al colore oscuro di Parvati e alle Vergini nere nell’arte Cristiana.

L’amore del Profeta Muhammad per le donne ha la capacità spirituale di trovare concretamente nella Donna tutti gli aspetti della femminilità Divina, dalla Misericordia immanente alle Possibilità Universali infinite. L’esperienza sensoriale che produce nell’uomo ordinario un’ampollosità dell’ego, realizza nell’uomo «deificato» la sua estinzione nell’Essenza Divina.

I fiori sono amati sia per il loro profumo che per la loro bellezza; queste due qualità si riferiscono alla femminilità e di conseguenza alla Shakti; la bellezza rallegra il cuore e lo calma, e il profumo fa respirare, evoca l’illimitatezza e la purezza dell’aria; la «dilatazione del petto», come si direbbe nella mistica sufi.

Ogni donna virtuosa e bella è a suo modo una manifestazione della Shakti; e se si può dire che la virtù è una bellezza morale, si può dire ugualmente che la bellezza è una virtù fisica. Il merito di questa virtù ritorna al Creatore, e alla partecipazione della creatura, se è moralmente e spiritualmente all’altezza di questo dono; cioè, la bellezza e la virtù, da una parte appartengono a priori a Dio, e dall’altra parte, per la stessa ragione, esigono una valorizzazione spirituale da parte della creatura.

La qualità di Shakti nella donna presuppone la qualità di Deva nell’uomo. Ogni sesso partecipa — o può partecipare — all’attività del sesso opposto (il grafico cinese dello Yin-Yang mostra ed esprime graficamente il principio della reciprocità compensatoria). La qualità umana è una ed ha priorità sul sesso, senza abolirne assolutamente le capacità, le funzioni, i doveri e i diritti.

Il carattere di Deva e di Shakti indicano che l’essere umano, per definizione, è una teofania e non ha altra scelta che essere tale, come non ha scelta di essere un Homo sapiens. La vocazione umana, è di realizzare la ragion d’essere dell’uomo; una proiezione di Dio e, quindi, un ponte tra la Terra e il Cielo; o un punto di vista che permette a Dio di vedere Sé stesso da un altro diverso da Lui, sebbene quest’altro, in ultima analisi, non possa essere che Lui stesso, poiché Dio si conobbe solo attraverso Dio.

                                                   Matematica della Shakti

Quando scriviamo Shakti colle lettere dell’alfabeto arabo, otteniamo un valore numerico pari a 730. (Shîn=300, kâf=20, ’=400, ’=10.) È illuminante confrontare il termine shakti con le altre parale arabe che totalizzano 730:

dhakî 'intelligente — questa parola proviene da una radice il cui significato è ardere sul fuoco; Shakti è il Potere che infonde energia all’Intelletto.

dhalla 'essere modesto, umile' — la natura Femminile è relegata ad uno status di modestia e umiltà nei sistemi patriarcali.

kathîr 'abbondante' — il Supremo Femminile è Infinito, il Divino Omnipossibile, la Grande Madre che produce tutte le cose copiosamente.

khalaqa 'creare'Shakti è il Potere che genera tutta la creazione.

khalîs 'puro' — similmente al Potere Divino, Shakti è ugualmente pura e santa.

ladhdha 'essere dolce, piacevole, deliziosa'Shakti infonde delizia trascendentale e godimento ai Suoi innamorati.

nafakha 'respirare' — dalla respirazione yogica è attinto il prâna Kundalinî, una forma di kundalini Shakti. (Vedere Kundalini: The Energy of the Depths di Lilian Silburn, p. 64)

Tradotto dal francese a cura di Mustafa