IL LEONE E IL SOLE SIMBOLI DELL’UNITÀ ISLAMICA E DEI POPOLI

‘Ali appare soprattutto come l’eroe Solare, è il “leone” (Asad o Haydar) di Dio, egli incarna la combinazione di eroismo fisico sul campo di battaglia con una santità completamente distaccata dalle cose del mondo, egli è la personificazione che la Bhagavad-Gita insegna.(Frithjof Schuon, Islam and the Perennial Philosophy, pag. 101)

 

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Il leone che è il simbolo del potere e della gloria, ha la stessa valenza nella tradizione Musulmana e nella figura di ‘Ali ibn Abu Talib, il cui nome corretto dato da sua madre fu dapprima Haydara (o Haydar), il cui significato è Leone. ‘Ali fu un leone dopo suo nonno che si chiamava pure Asad (leone). Hazrat Fatimah bint Asad (figlia del leone), era la madre del quarto Califfo sunnita e primo Imam sciita, l’Imam Ali. L’ImamAli fu elogiato dai primi giorni dell’Islam come “il Leone di Dio”, e quindi circondato da numerosi epiteti che indicano le sue qualità leonine; ad esempio, Ghadanfar, leone, o Asadullah, leone di Dio, o nelle aree Persiane Alishir, e sotto l’influenza Turca Aslan ‘Ali e ‘Ali Arslan (entrambi shir e arslan significano leone). Il vero santo, è detto, è come il leone aureo nella selva oscura di questo mondo, e i feroci leoni s’inchinano davanti a lui o lo servono come ubbidienti cavalcature. Forse il ruolo più commovente del leone si trova nel Fihi ma Fihi di Rumi. La gente veniva da vicino e da lontano per vedere un leone famoso e forte, ma nessuno gli si avvicinava per paura; tuttavia, se qualcuno lo avesse accarezzato, sarebbe divenuto la più gentile creatura inimmaginabile. Se la fede è assoluta, non c’è più alcun pericolo.

È nel discorso ventiseiesimo del “Fihi ma Fihi” che Rumi descrive il tema del leone: «la fama di un leone si era sparsa ovunque nel mondo. Stupito da tanto rumore, un uomo partì da molto lontano per giungere a quella radura e vedere il leone. Impiegò un anno intero a percorrere le tappe, sopportando le fatiche del viaggio: ma quando arrivò alla radura e da lontano ebbe osservato il leone, rimase impietrito e non ebbe la forza di farsi più vicino. “Ebbene, che c’è?”, gli dissero. “Hai coperto tutta questa strada per vedere il leone coi tuoi occhi! Questo leone ha una caratteristica: che se qualcuno avanza verso di lui senza mostrare paura e gli passa con amore una mano sul capo, non gli fa del male. Ma se ci si spaventa e si ha timore esso diviene furioso, e a volte attacca pensando che l’altro abbia idee ostili. Per quella creatura hai penato in viaggio un anno intero: perché starsene immobile, adesso? Fai un passo in avanti!” Ma l’uomo non trovò il coraggio di avanzare e disse: “Fu facile percorrere distanze tanto lunghe, eppure ora non riesco a fare un singolo passo.” L’intenzione di ‘Omar, la fede che cercava, era quel passo: muovere un passo in direzione del leone. Quel passo è una cosa difficile e rara, ed è destinata solo agli eletti e agli intimi di Dio». (Fihi ma Fihi, L’essenza del reale, discorso 26, pag. 148-149)

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Sulla “Porta dei Leoni” (Sher Dar) della Madrasa di Samarcanda due leoni sovrastati da una fronte umana dentro un Sole sorgente inseguono due gazzelle. Il significato di questa rappresentazione grafica è spiegato ancora nella poesia di Rumi: “Un leone che sia all’inseguimento di una gazzella, e una gazzella che tenti di sfuggire al leone costituiscono nella realtà dei fatti due esistenze. Ma quando il leone raggiunge la gazzella ed essa, soprafatta dagli artigli dell’avversario e dall’angoscia della fine, viene meno di fronte a lui, allora resta unicamente l’esistenza del leone: l’altra esistenza è scomparsa nell’estinzione. L’immersione (istigrah) consiste nel fatto che Dio, l’Altissimo, riempie del timore di Sé i Suoi amici, ma non nel modo in cui gli altri si spaventano per i leoni, i leopardi o i nemici. Egli rivela loro che lo spavento proviene da Dio; che la pace, la gioia e il sollievo, come pure il nutrimento e il sonno, a Lui sono dovuti; e mostra loro un’immagine vivida e sensibile di un leone o del fuoco, in stato di veglia e a occhi aperti, perché divenga a essi del tutto chiaro che tale immagine del leone o del leopardo che percepiscono in modo reale non appartiene a questo mondo, ma è una figura del mondo invisibile che ha preso forma di raggiante bellezza. (Fihi ma fihi, L’essenza del reale, discorso 11, pg. 64-65)

“Le mille e una notte” (titolo originale in arabo alf laila wa laila), celebre raccolta di novelle, narra la storia di “Uns al-Wujud” e del leone:

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Nella novella “Uns al-Wujud e la figlia del visir, Bocciolo di Rosa”, il soldato Uns al-Wujud* si veste come un derviscio e inizia a vagare in cerca dell’amata. Nel deserto Uns al-Wujud incontra un leone che lo aiuta e gli indica la strada verso il mare dei tesori.

«Dopo aver attraversato le steppe e i deserti spuntò un leone con una criniera aggrovigliata sopra una testa grande come una cupola, con una bocca più larga di una porta e con dei denti simili a zanne di elefanti. Quando Uns al-Wujud lo vide, si diede per spacciato, e voltatosi verso il tempio della Mecca, pronunciò la professione di fede Islamica preparandosi alla morte. Coloro che adulano il leone, aveva letto nei libri, lo distolgono; per questo motivo lo abbindolò prontamente con parole gentili e sdolcinate glorificandolo: “O leone della foresta! O Signore del deserto! O Leone combattente padre dei bravi! O Sultano di tutti gli animali! Ecco, io sono un amante nostalgico, ma il mio amore e la separazione dalla mia cara mi hanno fatto perdere la giusta via; perciò, ascolta il mio discorso e abbi pietà per il mio amore e la mia passione. Udite queste parole, il leone arretrò accosciandosi sulle sue zampe posteriori, alzò la testa e lo fissò ruzzando coda e zampe.»

Quando Uns al-Wujud vide ciò, recitò i seguenti distici:

“Leone della foresta, vuoi privarmi della vita,

prima che incontri chi mi ha condannato alla schiavitù?

Io non sono selvaggina e non ho alcun grasso;

Per la perdita del mio amore mi sono indebolito;

Allontanandomi dal mio amore il mio cuore si è stancato,

Adesso io sono come un corpo nel sudario.

O Abu Harith*, O leone della guerra,

Non farmi penare per le mie colpe.

Io brucio d’amore, io annego nelle lacrime

Per la separazione dall’amata di dolente infelicità!

E quando la penso nell’oscurità della notte

L’amore fa il mio essere inesistente”.

Quando terminò i suoi versi, il leone si alzò. Shahrazad percepì l’alba del giorno e tacque la sua parola.

*: “Uns” (pronuncia volgare di Anas) “al-Wujud” significa gioia delle cose esistenti, dell’essere, di tutto il mondo. Uns wa jud è un normale gioco di parole amore-intimità e liberalità.

*: Abu Harith fu un familiare pseudonimo del leone. Harith, significa un “raccoglitore di proprietà, bottini”, e il leone, il miglior predatore, era considerato il maggior raccoglitore di cibo. (John A. Haywood, H. M. Nahmad, A new Arabic grammar of the written language, Lund, Humphries, 1967 - 687 pagine)

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La fontana con i suoi dodici leoni è un antico simbolo orientale che ha raggiunto l’Alhambra... Il leone che erutta acqua non è altro che il Sole, da cui sgorga la vita, e i dodici leoni sono i dodici Soli dello zodiaco, i dodici mesi presenti contemporaneamente nell’eternità. Essi sostengono un “mare”... e questo mare è il serbatoio delle acque celesti... I baldacchini in pietra ad ovest e a est del giardino, sono anche una parte del giardino paradisiaco descritto nel Corano. (Corano 2 : 22) (Titus Burckhardt, Moorish Culture in Spain, pag. 209)

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La tradizione sciita conserva questo rapporto di Juwayriya ibn Mishar che viaggiava conAli. «Egli racconta: Stavamo cavalcando attraverso una foresta quando improvvisamente ci apparve sulla strada un leone accovacciato, mentre i suoi cuccioli erano dietro di lui. Strattonai la mia cavalcatura per farla girare, ma ‘Ali disse: “Dove vai? Avanza! O Juwayriyya ibn Mashar. Egli è [soltanto] il cucciolo di Dio.” Poi recitò il Corano: “Non c'è nessun animale che cammini sulla terra che Egli non lo tenga saldo pel ciuffo.” [Surat Hud, 11: 56] Il leone improvvisamente si alzò, si avvicinò a Lui e scodinzolando disse: “La pace, la misericordia e le benedizioni di Dio siano su di Te, O Amir al Muminin, O cugino del Messaggero di Dio.” ‘Ali rispose: “la pace sia su di te, O Abu Harith. Come glorifichi Dio?” Abu Harith rispose: “Lodo chi mi rivestì di timore riverenziale e incusse di me paura nei cuori dei suoi adoratori.”» [(Dala’il al-Sidq (Qum, 1395/1974), 339-340. Per maggiori resoconti sulla Walaya degli animali e degli uccelli ad ‘Ali e agli Imam, vedere ibid., 2:339-53, al-Majlisi, Bihar, 27: 261-79; al-Allama al-Hilli, Minhaj al-karama, 1:190-1; al Mufid, Awa’il al maqalat fi ‘l –madhahib al-mukhtarat, ed. Abbasquli S. Wajdi, (Tabriz, 1371/1951), 37-38.]

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Ibn Shahrashub elenca gli eventi in cui il Sole, la terra e altri oggetti espressero la loro fedeltà e ammirazione perAli. È detto che il Sole abbia parlato a ‘Alì sette volte. In un’occasione, il Sole designò ‘Ali come “leader dei Musulmani” (imam al-muslimin). In un’altra circostanza, il Sole si rivolse a ‘Ali come “fratello del Messaggero di Dio, suo fiduciario e prova di Dio per la Sua creazione” (ya akha rasul allah wa-wasiyyahi wa hujjat Allah 'ala khalqih). Il Sole invertì il suo corso in diverse occasioni perAli, per esempio, durante le battaglie di al-Khandaq, Hunayn, Khaybar, Nahrawan e Siffin. In un episodio, il Sole al tramonto risorse di nuovo alla supplica del Profeta affinché ‘Ali offrisse le sue preghiere. L’hadith radd (o ruju’) al-shams è presente spesso nella posteriore letteratura agiografica (manaqib), sia sciita sia sunnita riguardante ‘Ali.

 (Per esempio, Ibn al-Bitriq, Umda, 2:374-5; Ibn al-Maghazili, Manaqib, 80-81; al-Khwarazmi, Manaqib, 217; Ibn Hajar al-Haytami, Sawaiq al-muhriqa fi fada’il al-rasul, 26; al-Muhibb al-Tabari, Riyad, 3:180-1)

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Il Leone e il Sole (Shir-o-Khorshid in Persiano), è un motivo che combina antiche tradizioni Iraniane, Arabe, Turche, Mongole, Ebraiche e Africane.

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Il leone divenne popolare in Iran nel 12° secolo, ma affonda le sue radici all’interno dell’Islam. Le tradizioni Islamiche, Turche e Mongole sottolinearono l'associazione simbolica del leone, la regalità nel leone e il motivo del Sole. Queste culture riaffermarono il potere carismatico del Sole, e i Mongoli ripresentarono la venerazione del Sole, specialmente all'aurora.

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Proprio come Gesù è chiamato il Leone di Giuda, nelle tradizioni Islamiche ‘Ali ibn Abu Talib è chiamato il “Leone di Dio” dai Musulmani, e Hamzah, lo zio del Profeta Muhammad, era chiamato anche Asadullah (Leone di Dio). Nella Genesi, il patriarca Giacobbe si riferisce a suo figlio Giuda come a “giovane leone.” “Giuda è un giovine leone; tu risali dalla preda, figliuol mio; egli si china, s’accovaccia come un leone, come una leonessa: chi lo farà levare?” (Genesi, 49: 9) Nella tradizione cristiana, il Leone di Giuda rappresenta Gesù. Molte organizzazioni cristiane e ministeri usano il leone di Giuda come emblema o persino il suo nome. La frase compare nel Nuovo Testamento: “E uno degli anziani mi disse: Non piangere; ecco, il Leone che è della tribù di Giuda, il Rampollo di Davide, ha vinto per aprire il libro e i suoi sette suggelli.” (Apocalisse, 5: 5)

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Anche Hazrat Krishna (ﻉ) dichiara: “Io sono il leone” (Bhagavad Gita, 10: 30); mentre l’Imam Ali (ﻉ) recita: “Io sono Haidar,” il Leone di Dio. (Rumi, Mathnawi, I : 3788)

Nell'astrologia Islamica, il segno zodiacale del Leone è il domicilio del Sole. Il leone è rappresentato più frequentemente e in maniera diversa rispetto a qualsiasi altro animale. Nella maggior parte delle forme, il leone non ha alcun significato apotropaico e ha uno scopo semplicemente decorativo. Qualche volta ha, comunque, un significato astrologico o simbolico. Una delle forme esplicite e popolari del leone è l’araldica, incluso lo stemma Persiano (il leone e il Sole). Il leone è l’animale nello stemma del Sultano Mamelucco Baybars, forse lo utilizzò anche il Selgiuchide Kilidi Arslan e si trova nelle rappresentazioni numismatiche e nella filatelia.

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Abdollah Shahbazi, storico iraniano, suggerisce che i Safavidi interpretarono il leone come simbolo dell’ImamAli e il Sole come la “gloria della religione”.

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Anche in epoca Qajara i simboli del Sole e del leone furono coniati nel 1796 sotto Aqa Mohammad Shah Qajar. La moneta reca il nome del nuovo Shah sotto il Sole e dell'Imam Ali, il primo Imam sciita, sotto la pancia del leone.

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L’emblema del leone e del Sole fu adottato ufficialmente dai Qajar sotto Mohammad Shah (1834-48). L’emblema è cambiato progressivamente nel tempo passando da un leone (spesso steso a terra) con un Sole dal volto umano, a un leone eretto con una spada nella zampa destra e col Sole sul suo retro, a un leone eretto con una spada nella zampa destra con un Sole passante sulla sua schiena e la corona Qajara in cima al Sole; si unisce così il doppio simbolo della regalità e del potere reale con quello della corona Qajara. Su entrambi i medaglioni, il Sole ha ancora un volto umano! “Ovunque vi volgiate, ivi è il Volto di Allah.” (Corano, 2: 115)

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Nel periodo Qajar l’emblema leone-Sole può essere trovato sui vessilli del lutto sciita del Muharram.

I leoni sono stati a lungo venerati nel Vicino Oriente e furono utilizzati dai vari governanti come simboli del potere reale, proprio come lo erano in Europa. L’autore musulmano al-Ahmad Qalqashandi osserva nel “Subh al-Asha” (Consigli ai dipendenti pubblici), opera del 1412, che ogni Emiro per consuetudine aveva un simbolo colorato, personale o animale sulle porte dei suoi edifici.

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La conquista Moghul dell’India apportò nuovi elementi e le influenze Islamiche e Persiane sono visibili. La configurazione dei simboli sociopolitici subì delle modifiche e la mezzaluna all’interno del Sole divenne un simbolo statale.

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Questo ritratto raffigura la configurazione dell’Impero Moghul, dello stato e del sovrano, l’Impero è simboleggiato da un Sole raggiante, lo stato da una mezzaluna e il sovrano dalla sua immagine. Il Sole e la mezzaluna hanno le loro origini nell’antica Mesopotamia, poiché fu l'emblema dello stato Imperiale al tempo dell’Impero Selgiuchide (312-64 d.C.). Nell’Impero Ottomano, il Sole e la mezzaluna sono già nel sedicesimo secolo lo stendardo Imperiale.

Il simbolo dell’Impero Moghul fu il Sole. La sua forma più antica si presenta come un Sole raggiante di raggi sottili e lunghi. Questa forma, per esempio, si trova sull’abito Imperiale di Humayun (1530-40, 1555-56).

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La miniatura illustra un avvenimento che si è verificato all’incirca nel 1556, anno in cui Humayun morì. Akbar aveva l’età di tredici anni. Il dettaglio è riportato nel “Hamzeh-nama”, 1567 (Museo für Angewandte Kunst, Wien).

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Il ritratto di Akbar (1556-1605) che mostra gli emblemi del Sole su petto e ginocchia si trova nel “Akbar-nama”, 1590 (Victoria e Albert Museum, 2.1896.I.S.65.117.) Dopo la restaurazione di Humayun e dal tempo di Akbar (1556-1605), il Sole è raffigurato come un crisantemo simile alle rappresentazioni solari tra il sesto e il nono secolo a.C. Questo disegni del Sole continuarono sotto la dinastia Ilkhanide e Timuride.

Nelle versioni successive, l’emblema del Sole è a volte circondato da un’aureola di raggi brevi e, talvolta, il Sole è “radiante”. Qualche volta è solo un disco dorato. In genere, un alone attorno al capo del sovrano raffigura il Sole. Qualche volta è dipinto sul baldacchino del trono.

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L’Imperatore è simboleggiato dalla sua immagine. Ha sempre un alone intorno alla testa ed è vestito con abiti preziosi. La combinazione del Sole con l’immagine significa che è il governante dell’Impero. Questa configurazione fu imitata da altri Principi Indiani che rivendicavano la sovranità. In particolare, si possono trovare in Mewar e in Mysore.

In senso lato, il Sole e l’immagine sono paragonabili allo stemma Imperiale tedesco (l’aquila nera a due teste su uno sfondo dorato) e al blasone personale dell’Imperatore.

Per un breve periodo, un leone e un Sole furono simboli dei sovrani Moghul. Furono stampati su una serie di monete coniate da Jahangir negli anni compresi tra il 1020-28 dell’Egira (1611-17 d.C.).

Nella letteratura, questo leone fu interpretato in modi diversi e ha provocato molta confusione. Si pensava, per esempio, che il leone si riferisse al compleanno degli Imperatori. Non c’è alcun dubbio che il leone e il Sole fossero un emblema militare e un modello araldico Indiano.

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Si deve notare che il leone in quasi tutte le culture è stato un simbolo militare. Nella gerarchia militare Cinese, il leone è il simbolo di un ufficiale militare di secondo rango, un grado inferiore al Qilin o unicorno. Le bestie della gerarchia militare Cinese sono sempre raffigurate da un Sole rosso, simbolo dell’Impero cinese. Un tempo, nella gerarchia militare Occidentale, il leone simboleggiava un ufficiale di terzo rango sotto l’aquila e il grifone (o toro).

È molto probabile che l’Impero Ilkhanide adottasse i simboli militari Cinesi decorati con dragoni, fenici, leopardi e orsi.  Questi animali occupano la terza e la quinta posizione nella gerarchia militare Cinese. Questa conclusione si evince dalle piastrelle del 13° secolo di Keshan (Cina), oggi conservate nel Museo del Louvre. In questo contesto, possiamo citare anche il leone e il Sole dei governanti Persiani Safavidi, la tigre e il Sole sulla Shir Dar Madrasa di Samarcanda costruita tra il 1619 e il 1635. La Persia, il Sultanato di Delhi e Samarcanda appartennero tutti all’Impero di Tamerlano (1370-1405).

Ecco perché Zahir ud-Din Muhammad (1483 - 1530), il fondatore dell’Impero Moghul, fu soprannominato Babur, il cui significato è “tigre” o “leopardo”, giacché questi animali occupano il terzo e il quarto grado nella gerarchia militare. Babur fu considerato un capo militare di questo rango.

Di conseguenza, il leone e il Sole sulle monete di Jahangir lo classificano come un capo militare di secondo grado; giacché un equivalente del primo rango Cinese mancava nel suo Impero, esso divenne il più alto grado militare in Hindustan.

Inoltre, dobbiamo essere consapevoli che il leone è stato il simbolo dell’Amir al Muminin (il Comandante dei Fedeli), un titolo a carico di Akbar, ma non dei suoi successori.

Il leone e il Sole connessi alla figura di Jahangir furono anche osservati da Thomas Roe che visitò la Corte Moghul tra il 1615-19.

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Lo stendardo di Jahangir mostra un leone seduto davanti a un Sole raggiante dal viso umano. Lo stesso leone seduto è dipinto sul sigillo nell’angolo superiore destro della mappa dell’Hindustan.

Verso il 1670 questo stendardo fu raffigurato in una collezione di bandiere a sfondo giallo, il sigillo era rosso col bordo blu, il leone dorato.

Lo stemma Imperiale – Sole e Simurg

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Il simbolo del governo Imperiale, cioè dello stemma Imperiale, è un Sole sostenuto da due Simurg che sono simboli regali. Una miniatura del diciassettesimo secolo suggerisce che quest’emblema araldico era usato già da Babur (1526-30).

Questo blasone rifletterebbe l’ossessione di Babur per Samarcanda, giacché fu per tutta la sua vita incapace di conquistarla, come anche per i Simurg che sorreggono il Sole poiché furono l’emblema del governo della Transoxiana al tempo di Tamerlano (1370 -1405), la cui origine sarebbe Ilkhanide. Lo stemma deve essere confrontato con l’emblema araldico del Sole e dei Simurg sul Nadir Divan-Begi Madrasa di Bukhara, costruito nel 1622 - 23.

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Comunque sia, fu sicuramente l’emblema araldico utilizzato da Shah Jahan e dai suoi successori.

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Il Simurg, da una parte è una manifestazione di Allah; dall’altra, è la leggendaria assemblea dei trenta uccelli alla ricerca del re Simurg finché scoprirono di esserlo loro stessi: si-murg significa “trenta uccelli”.

Il significato, pertanto, dello stemma Imperiale è: il governo dell’Impero per grazia di Allah e del popolo.

 

Bibliografia

Lion and Sun: http://en.wikipedia.org/wiki/Lion_and_Sun

Jalal al Din Rumi, L' essenza del reale. Fihi-mâ-Fîhi, Psiche Editrice

John A. Haywood, H. M. Nahmad, A new Arabic grammar of the written language, Lund, Humphries, 1967

Asma Afsaruddin, Excellence and precedence: medieval Islamic discourse on legitimate leadership, Brill Publishers

Titus Burckhardt, Moorish Culture in Spain