Nagur Mira: una figura (divinità)
Musulmana nell’Induismo Tamil ai Caraibi1
A cura di Gerry L'Étang. È libero
docente in antropologia all'Università delle Antille e della Guyana
La maggior
parte dei culti Indù d’origine Tamil ai Caraibi, incorporano una
divinità Musulmana dell’India meridionale (regione di Madurai), chiamata
Nagur Mira, cui rivolgono i loro ringraziamenti per la protezione concessa agli
immigrati Indiani nel XIXmo secolo.
Il divieto
Indù di lasciare l'India, l'assenza di dèi Indù che
difendessero i battelli in viaggio nell’oceano, fece sì che questo
leggendario Santo Musulmano si occupasse di soccorrere miracolosamente i
naufraghi.

Dargha e minareto di Nagore - India

Minareto grande di Nagore, India
All’uscita
delle cerimonie pubbliche Indù alla Martinica, quando tutto sembrava
finito, ed una parte degli astanti si era già dispersa, veniva eseguito,
dopo una lunga pausa, un ultimo rito consacratorio rivolto ad una
divinità chiamata in loco Nagumila. Questo rito è in confronto ai
rituali dovuti agli dèi Indù, degno di nota per la sua
eterogeneità.
In primo
luogo, contrariamente alle divinità Indù raffigurate sotto forma
di statue, Nagumila non ha una rappresentazione antropomorfica; questo punto
è in accordo col divieto Islamico riguardante la rappresentazione del
corpo umano.
Secondo,
alla divinità è sacrificato un agnello sgozzato come per la festa
dell’Aid al-Kabir2, cioè, gli è tagliato di netto la
trachea e la vena giugulare; al contrario, i montoni immolati per gli
dèi Indù sono decapitati.
Terzo, al
termine del rituale sacrificale, un lungo canto è rivolto a Nagumila, in
esso è pronunciato il nome d’Allah e qualche parola in Arabo3;
diversamente, i testi degli inni e gli incantesimi indirizzati agli dèi
Indù sono esclusivamente in Tamil, e non integrano nessuna
divinità esterna all’Induismo.
Quarto, da
un pennone eretto a Nagumila svolazza una bandiera su cui appaiono dei simboli
Islamici: 1) una mezzaluna, emblema dell’Islam per eccellenza raffigurante la
resurrezione; 2) delle stelle che nell’Islam simboleggiano la manifestazione
d'Allah nella notte, ma che sono anche sia per i Musulmani sia per gli altri,
dei riferimenti notturni durante i lunghi viaggi; 3) l'impronta insanguinata di
una mano aperta, un motivo consueto della gioielleria Musulmana: questo
è un talismano che simboleggia il controllo sulle forze della natura per
ristabilire l'ordine nel caos.
La presenza
di una deità manifestamente Musulmana nelle pratiche Indù dei
discendenti Tamil del periodo post-schiavista, pone una domanda. Questa
presenza, è inoltre ben lontana dall’essere specifica dell’Induismo
martinichese; essa è rintracciabile sotto nomi leggermente differenti,
in altri paesi non Caraibici dell’immigrazione Tamil: la Guadalupa (Nagumira),
il Suriname, la Guyana (Nagura) e Trinidad4. È presente anche
in altre regioni della diaspora Tamil: all’isola della Riunione (Nargulan),
ecc...
Là,
come altrove, questa divinità Islamica è associata ai culti
Indù. Chi è dunque questo Nagumila, e perché si ritrova
nei culti introdotti dalla diaspora Indù d’etnia Tamil?5
Diretti da
Singaravélou che ha identificato Nagumila ad «un Sant’uomo, Mira o Mirza
(in Persiano famiglia reale), originario di Nagore, piccola città
costiera a Sud di Karikal, luogo di pellegrinaggio Musulmano»6, ci
siamo recati in questa città del Tamil Nadu.

Dargha di Nagore, India
La
città di Nagore include un mausoleo (Dargha) che è gestito dalla
comunità discendente di un Wali Allah (amico d'Allah), un Santo sufi con
più di cinquanta nomi; tra cui Nagur Mira, Nagore Miran, Nagore Miran
Sahib, Mira Sahib, Nagore Shahul Hamid Andavar e Hazarath Kuthub.
La Dargha
pubblica dei racconti agiografici in Tamil, Urdu e Inglese che narrano il
percorso messianico del Santo in questione7. Secondo queste fonti,
l'uomo, discendente del Profeta Muhammad (ص), nacque nel 1504 a Manickappur (vicino ad
Allahabad), in una famiglia Araba originaria di Baghdad. Inviato da Allah, ricevette
da quest’Ultimo ampi poteri e la missione di diffondere l'Islam nel mondo. Al
termine di un percorso messianico disseminato di miracoli, il Sant’uomo si
stabilì a Nagore da cui discese una stirpe.

Dargha vista dal cielo.
Tra i suoi
numerosi prodigi, tre hanno una maggiore importanza. Essi riguardano la
protezione accordata ai battelli minacciati dagli accidenti marittimi:
«Un giorno,
(...) il nostro Kuthub si stava facendo radere da un barbiere. Aveva in mano
uno specchio che si mise a fissare. Improvvisamente, lo specchio disparve dalle
sue mani. L’aveva lanciato in direzione del Golfo del Bengala.
Un battello
olandese presso il porto di Nagapattinam si trovò nel mezzo di una
violenta tempesta. La carena si squarciò. Non riuscendo ad arrestare il
flusso d’acqua che inondava l’imbarcazione, il capitano e l’equipaggio si
rassegnarono al suo affondamento. Quando oramai avevano perso ogni speranza,
qualcuno a bordo suggerì di implorare l’aiuto del nostro Kuthub. Il
capitano e l’equipaggio eseguirono quest’invocazione.
Miracolo! Il
flusso s’arrestò definitivamente... Lo specchio aveva ostruito la falla
dell’imbarcazione.»
«Durante un
nuovo soggiorno alla Mecca, un uomo di nome Abdullah implora il nostro
Hazarath: ‘Oh Kuthub-ul Akthab, mio figlio non è tornato dalla
Scandinavia (...) È il mio unico figlio e non ho nessuna notizia di lui,
né del battello’ (...). Otto giorni dopo, il figlio e il battello
d'Abdullah entrarono nel porto.»
«Per
dimostrare la sua gratitudine (l'uomo era stato salvato dal Santo), Thirumalai
Chetti inviò delle offerte (a Nagur Mira) su di un’imbarcazione vagante
nel mare senza capitano, né equipaggio. Il vascello fece rotta verso la
costa del Tamil Nadu arrivando senza complicazioni a Nagapattinam.»8

Dargha illuminata.
Questa lista
di miracoli marittimi del Sant’uomo di Nagore è lontana dall’essere
esaustiva. Nagur Mira s'inscrive nella tradizione di una comunità, la
cui supremazia sul mare fu un elemento decisivo per la sua integrazione
all’interno dell’Indusimo.
Contrariamente
alle regioni del nord e dell’entroterra Indiano in cui l'Islamizzazione fu
essenzialmente compiuta dagli invasori Turcofoni originari dell’Asia centrale,
le regioni costiere, specialmente quelle del sud, furono Islamizzate in parte
da commercianti navigatori provenienti dall'Arabia. Questi Musulmani, avendo
sbocco al mare, fruirono dei vantaggi imposti dalla rigida società
Indù: «la repulsione dei membri delle alte caste (o che pretendevano
d’essere tali) per i lunghi viaggi, favorì il commercio transoceanico
delle comunità Musulmane nelle regioni in cui i divieti marittimi erano
rigorosamente rispettati.»9
Questo
rapporto privilegiato col mare, con quest’oceano da cui arrivò l’Islam e
che fu un vettore d'integrazione, perfino d’arricchimento, sfocierà nel
culto dei Santi (fenomeno caratteristico del Sunnismo tradizionale), le cui
numerose tombe costituiscono gli elementi essenziali dell’intreccio Islamico
Tamil. La venerazione di Wali Nagur Mira partecipa a questo processo come pure
quella di un altro Wali dell’India meridionale sepolto a Portenovo (Porto-Novo
o Parangipettai): «un certo Mâlumiyar era capitano di nave. La leggenda
racconta che esercitava il comando su una dozzina d’imbarcazioni di sua
proprietà. Si crede ancora che il suo intervento impedisca i naufragi;
perciò, i marinai ed i viaggiatori non perdevano occasione di fare le
offerte alla sua tomba che è accuratamente curata.»10.


Dargha e lago.
Al pari del
Santo Malumiyar, il mausoleo di Nagur Mira riceve numerose offerte in cambio
dei suoi interventi miracolosi. Così, i responsabili della Dargha, che
tirano fuori i doni per il Venerabile dal grosso delle loro entrate, hanno
ricoperto i muri di reliquie e d’altri oggetti che autenticano la pratica
miracolosa del Wali. Tra le tante lettere di ringraziamento per le grazie
ottenute, figurano i modelli delle imbarcazioni salvate dai flutti in seguito
all’intercessione del Sant’uomo.
Il mausoleo,
attira un numero considerevole di devoti Indù, che giungono qua ad
invocare la protezione del Santo dai pericoli del mare (è il caso della
casta dei pescatori). Altre persone accorrono animate da motivazioni diverse.
Un Professore dell'Università di Pondichéry ci confidò che
sua madre, una brahmina di Karikal, andava alla Dargha all’approssimarsi d’ogni
evento importante (gli esami per un bambino, un’operazione chirurgica, ecc…)
per invocare il Wali. Questa brahmina lo implorava il giovedì sera, nel
momento favorevole della settimana Islamica.
In compenso,
alla Martinica, Nagumila è adorato principalmente per le sue competenze
circa la protezione offerta alle imbarcazioni sull’oceano. Si tratta più
precisamente di un culto ossequioso che lo ringrazia per la difesa accordata un
tempo ai flussi migratori. La regola vale ugualmente in altre regioni della
diaspora Tamil.
Ecco
perché per gli ausiliari Indù del XIXmo secolo,
l’attraversamento delle acque fu traumatico. La testimonianza del racconto di
un prete Indù martinichese è indicativa:
«Un giorno
di tempesta, un convoglio che aveva lasciato l'India per le Antille rischiava d’affondare.
Allora un Tulken propose di supplicare Nagumila. Tutti i passeggeri
l’implorarono ed il naviglio si salvò. All’arrivo dell’imbarcazione, gli
Indiani sacrificarono per il Santo in segno di ringraziamento un montone ed un
gallo, che furono immolati secondo l’usanza della nazione Tulken.11»
In
realtà, la paura del naufragio era esagerata rispetto al rischio
incorso. In quarant’anni d'immigrazione alle colonie francesi, ci furono solo
due affondamenti: il “Sans-Souci”, che affondò nel 1851 con i suoi 187
passeggeri prima di raggiungere la Riunione, e il “Souvenance”, che nel 1871
dopo una notte di tempesta fu trascinato contro la scogliera del Capo di Buona
Speranza con i suoi 376 Indiani12, non raggiungendo mai la
Martinica.
Se i rischi
inerenti all’attraversata sembravano eccessivi per gli emigranti, quest’ultimi
violavano il divieto Indù del Kala Pani (letteralmente l’acqua nera
dell’oceano), una presunta maledizione che si abbatteva su chi abbandonava la
terra sacra per solcare i mari; si trattava di un anatema Indù contro il
mondo lontano, fonte d’impurità, di decadenza spirituale e di corruzione
straniera. Apparve d’altronde, in un rapporto confidenziale del governatore di
Pondichéry in data 25 dicembre 1865, che i magistrati autoctoni contrari
all’emigrazione, non si privavano, tra i tanti argomenti destinati a spaventare
gli aspiranti esuli, d’impugnare la maledizione del Kala Pani13.
È
questo divieto che chiarisce il ricorso degli Indù ad una
divinità Musulmana per la protezione dei loro convogli. Infatti,
considerando la proibizione Indù di lasciare l’India, si capisce
perché quest’ultimi non si siano rivolti agli dèi che partecipano
a quest’interdizione. In altri termini, gli Indù non potevano invocare
le loro divinità perché stavano violando un divieto notificato da
questi stessi dèi. Inoltre, sempre in relazione a questo divieto, le
divinità Indù assegnate a tutelare i battelli sull’oceano
venivano meno a quest’impegno. Al contrario, l’abbiamo visto, il percorso
leggendario di Nagur Mira ed i suoi interventi miracolosi li predisponeva alla
funzione di protettori dei convogli.
Questo
prestito Islamico alle pratiche Indù che è peraltro stupefacente
per quanto riguarda la fedeltà alla sua liturgia originale (ovvero
all’Induismo dei villaggi Tamil del XIXmo secolo), è stata
motivata da necessità pragmatiche legate all’attraversamento delle
acque. Caratteristico di un Induismo praticato fuori dell’India, questo
prestito ha contribuito, in definitiva, a riprodurre la religione in una terra
straniera; e ad accompagnare all’esterno del subcontinente Indiano e oltre
l’orizzonte a mare aperto, degli individui e delle credenze che non avevano,
secondo la stretta ortodossia Indù, alcuna legittimità se non nei
limiti spaziali fissati da quest’ultima.

Tomba di Nagur Mira
Note
1. Questo testo riprende, con qualche
dettaglio modificato, un articolo apparso nell’opera, Paradoxes du
métissage (Jean-Luc Bonniol dir.), Paris, CTHS, 2001.
2. Commemorazione del sacrificio d’Abramo.
Quando Abramo confermò la sua sottomissione a Dio, l'angelo Gabriele
sostituì all’ultimo momento a suo figlio un ariete. I Musulmani
celebrano l'Aid al-Kabir due mesi e dieci giorni dopo la festa di Ramadan.
Questo rito rappresenta per i devoti il rito finale del pellegrinaggio alla
Mecca. È la festa più importante del calendario Islamico.
3. Per avere un’idea di questo canto
rivolto a Nagumila è utile ascoltare la registrazione d’Antoine Tangamen
detto Zwazo, il sacerdote Induista martinichese, a Monique, isola dei Caraibi. Desroches et Jean. Benoist (dir.), Musiques de l'Inde en Pays
créoles, Montréal, Compact disc, UMMUS, 1991.
4. Per quanto riguarda le diaspore Indiane
ai Caraibi e all’arcipelago della Mascarena, bisogna riferirsi agli studi
raccolti in “L'Inde en Nous”. Des Caraïbes aux
Mascareignes (Gerry L'Étang dir.), Carbet, Fort-de-France, n° 9, 1989;
et Présences de l'Inde dans le monde (Gerry L'Étang dir.), Paris,
L'Harmattan / Presses universitaires créoles, 1994.
5. Per gli studi degli Induismi alle
Antille e alla Mascarena, si deve consultare l‘opera di J. Benoist, Hindouismes
créoles. Mascareignes Antilles, Paris, CTHS 1998.
6. Singaravélou, Les
Indiens de la Guadeloupe, Bordeaux, 1975, p. 171.
7. Janab Gulam Gadhiru Navalar,
Karunai Kadai (Kanjul Karamathu) - Nagore Andavar History, Nagore, Nagore
Shariff, 1963; et S. A. Shaik Hasan Sahib Qadhiri, The Divine Light of Nagore,
Nagore, Durgha Shariff, 1980.
8. Shaik Hasan Sahib Qadhiri,
1980, pp. 41-49.
9. Geneviève Bouchon,
«Quelques aspects de l'islamisation des régions maritimes de l'Inde
à l'époque médiévale (XIIe-XVIe s.)», dans, Islam
et société en Asie du Sud (Marc Gaboriau dir.), Purusartha ,
Paris, EHESS, 1986, n° 9, p. 29.
10. Julien Vinson, «Les Musulmans du Sud de l'Inde», dans
Revue du monde musulman, Paris, 1911, vol. XIII, n°1, p. 96.
11. I Tulken (o Tulukkar) sono i Musulmani Tamil. Su un
totale di 25.509 ausiliari Indiani (di cui il 90 % Tamil) arrivati alla
Martinica tra il 1853 e il 1883, ci furono, secondo R. Delval, circa 3.700
ausiliari Musulmani, e sui 42.326 ausiliari Indiani (di cui il 60% Tamil) di
Guadalupa, c’erano 6.100 Musulmani. Questi ultimi arrivarono con le loro
credenze legate al culto di Nagur Mira, che perdurò anche dopo
l’estinzione della presenza Indo-Musulmana nelle colonie francesi d'America.
Tale atteggiamento contribuì all’integrazione di questa divinità
Islamica Indiana nelle pratiche votive degli immigranti Indù,
specialmente degli originari di Nagore-Karikal-Nagapattinam che erano numerosi,
poiché Karikal rappresentò un importante porto d'imbarco per
l'emigrazione verso le colonie citate.
12. J. Weber, «La vie quotidienne à bord des ‘Coolie ships' à
destination des Antilles. Traite des Noirs et ‘Coolie trade': la
traversée», dans R. Toumson (dir.), Les Indes Antillaises, Paris,
L'Harmattan, 1994, p. 47.
13. Singaravélou, 1975, p. 41.
BIBLIOGRAFIA
Benoist (Jean), Hindouismes créoles. Mascareignes, Antilles, Paris,
Comité des travaux historiques et scientifiques, 1998.
Bouchon (Geneviève), «Quelques aspects de l'islamisation des
régions maritimes de l'Inde à l'époque
médiévale (XII-XVIe s.)», dans Marc Gaboriau (dir.), Islam et société
en Asie du Sud, Purusartha, Paris, École des Hautes études en
sciences sociales, 1986, n° 9, pp. 29-39.
Delval (Raymond), Les Musulmans en Amérique latine et aux
Caraïbes, Paris, L'Harmattan, 1992.
Desroches / Benoist (Monique / Jean), (dir.), Musiques de l'Inde en Pays
créoles, Montréal, Compact disc, UMMUS, 1991.
Janab Gulam Gadhiru Navalar, Karunai Kadai (Kanjul Karamathu) - Nagore
Andavar History, Nagore, Nagore Shariff, 1963.
L'Étang (Gerry) (dir.) L'Inde en Nous. Des Caraïbes aux
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L'Étang (Gerry) (dir.), Présences de l'Inde dans le monde,
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Durgha Shariff, 1980.
Singaravélou, Les Indiens de la Guadeloupe, Bordeaux, Impr; Deniaud,
1975.
Vinson (Julien), «Les Musulmans du Sud de l'Inde», dans Revue du monde
musulman, Paris, 1911, vol. XIII, n° 1, pp 95-108.
Weber (Jacques), «La vie quotidienne à bord des ‘Coolies ships'
à destination des Antilles. Traite des Noirs et ‘Coolie trade': la
traversée», dans, Les Indes Antillaises, Roger Toumson (dir.), Paris,
L‘Harmattan, 1994, pp. 35-54.