OM E ALLAH, ESPERIENZE INIZIATICHE

 

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A cura di Francis Lefebure, medico e ideatore del fosfenismo

 

Che non ci si obietti che stiamo utilizzando delle grossolane astuzie linguistiche per difendere delle idee preconcette: l’ortografia di “Allah” è totalmente differente da quella della Om indù. Orbene, abbiamo sentito risuonare alle soglie del deserto l’impressionante invocazione dei muezzin dall’alto dei minareti: essi prolungano a tal punto l’ultima sillaba di “Allah”, con un soffio lungo quasi un minuto, che la somiglianza con Om ne risulta sorprendente. Notiamo che il nome della divinità presso i musulmani termina con la lettera H, che rappresenta il suono che produce l’aria attraversando le vie respiratorie. Accostiamo questo fatto agli antichi testi brahmanici: vi si trova scritto che Om è il rumore fatto dall’aria durante la respirazione. Non vi è alcun dubbio che le differenze di ortografia del suono fondamentale del misticismo orientale non rappresentano affatto una differenza di pronuncia, ma un accordo totale sulla concezione del suono fondamentale della natura.

Questa somiglianza ci spinge ad approfondire l’analisi del nome Allah. Dopo la nozione di “vocale totale” che si desume dallo studio della Om, deriveremo dallo studio di “Allah” la nozione di consonante di base.

Abbiamo visto, in effetti, che le lettere A e H di Allah sono identiche, per ciò che concerne la pronuncia, a quella dell’Om indù. Sottolineiamo che la M, qui, non è impiegata come consonante ma come vocale, giacché rappresenta la vibrazione naso-frontale prolungata fino alla fine di un’espirazione forzata; da questo fatto, lo slittamento della O molto aperta, che è quasi un’A, fino alla M, considerata qui come vocale, ci porta a trovare una mescolanza, una fusione di tutte le vocali. Da questo angolo visuale, Om ci appare come vocale fondamentale complessa. In queste condizioni, la sola differenza tra “Allah” e “Om” è la presenza delle due lettere “L” di Allah. Pronunciamo adesso tutte le consonanti portando una grande attenzione ai movimenti della nostra lingua. Ci accorgeremo che la lettera “L” è la sola per la quale la lingua compia una sorta di oscillazione dall’avanti all’indietro, soprattutto quando questa lettera è tra due vocali. Al momento dell’emissione della “L” la forma della lingua imita al massimo quella di una increspatura, essa è molto più lontana da questa forma di qualsivoglia altra vocale o consonante.

Accostiamo questo fatto al valore mistico dell’ondulazione. Abbiamo mostrato che quest’ultima è un aspetto di Dio, giacché possiede in comune con lui un carattere fondamentale: l’universalità. Ne risulta che la lettera “L”, per la quale la lingua imita al meglio l’ondulazione, l’oscillazione, è la consonante mistica. Essa sta alle consonanti come il suono intermedio tra la O, la A e la H sta alle vocali. Questo fatto appare molto più netto in arabo che non nella pronuncia francese, giacché le consonanti vi sono più marcate. È evidente che più si accentua questo movimento, questa oscillazione della lingua, più aumenta la forza occulta della lettera L. Giungiamo alla curiosa conclusione che il vocabolo “Allah” è insomma un “Om” troncato della lettera “L” pronunciata in modo accentato (ciò che indica il raddoppiamento di questa consonante). Orbene, questa “L” accentata è la traduzione fonetica dell’ondulazione e delle oscillazioni che costituiscono la pratica fisica fondamentale della religione musulmana e, ancor di più, delle sette mistiche, come quella dei seguaci del sufismo, i quali sostengono di aver ereditato dal Profeta un insegnamento segreto. È difficile vedervi una coincidenza. Si ammette che se la parola “madre” contiene la lettera “M” in tutte le lingue del mondo, è perché questa lettera contiene in sé una idea di maternità, senza dubbio in ragione di analogie tra i suoni e la natura. Ugualmente, non è per caso che i fedeli della religione in cui le oscillazioni vengono maggiormente impiegate hanno espresso la divinità con la consonante che incarna al meglio questa oscillazione, questa ondulazione nei movimenti della lingua. L’analogia tra le due è stata scoperta intuitivamente, istintivamente.

Orbene, per essere imparziale, bisogna osservare che, per quanto perfetto sia “Om” di fronte all’analisi filosofica (cfr. Homologies, p. 345), nondimeno è molto difficile da pronunciare mentalmente come conseguenza dell’assenza di consonanti (abbiamo detto che la M vi deve essere considerata come una vocale). Per contro, si ha, in questo “Om” tronco di una “L” dura che è in ultima analisi il nome di Allah, una leggerezza, uno slancio, una facilità che ne fanno la migliore sonorità con cui l’uomo abbia mai rappresentato la divinità, almeno quando è pronunciato secondo le usanze dei paesi musulmani; ha certamente contribuito a conferire loro la potenza e il dinamismo che li contraddistingue. Allah esprime due volte Dio: con la sua vocale nel suo aspetto di suono totale, con la sua consonante nel suo aspetto di ondulazione universale. In un’epoca in cui dobbiamo procedere verso una sintesi scientifica delle religioni, conviene mettere il nome di Allah ai livelli più alti delle nostre ricerche e del nostro allenamento mistico. Non si può studiare il nome di Allah senza metterlo in rapporto con la celebre formula, chiave di volta della liturgia musulmana: “La ilaha illa Allah”. Il suo significato è oggetto di discussioni. A quello, classico e popolare, di “Dio è Dio”, noi preferiamo quello, esoterico e più raramente ammesso, di: “non vi è nient’altro che Dio” (Meibohm, Démons, Derviches et Saints, p. 164). Ma non è questo il problema. Noi qui studiamo l’aspetto fonetico di questa espressione e sottolineiamo che essa comprende due vocali, la “A” e la “I”, essendo pronunciata la prima in modo aperto come una “A”, salvo che in “Allah”, come abbiamo visto, dove essa comincia con un’A aperta e prosegue come l’Om indù. Rileviamo in più che questa formula è assai affine foneticamente all’“Alleluia” delle liturgie cristiane ed ebraiche.

 

Bibliografia

 

1)      Francis Lefebure, Esperienze iniziatiche, vol. II, pag. 107-109, Edizioni Mediterranee, Roma, 1988