La psicofisiologia dell’estasi nel Sufismo e nello Yoga

 

A cura di Carl W. Ernst. È specializzato in scienze Islamiche e in Indologia. È professore presso il Dipartimento di Studi Religiosi all'Università di Chapel Hill nella Carolina del Nord (USA)

 

Per millenni, veggenti e profeti hanno parlato di ordini superiori di consapevolezza, rispetto ai quali la percezione ordinaria è un ridotto livello esistenziale. Tutte le culture ebbero degli specialisti che tentarono di padroneggiare le “tecniche arcaiche dell’estasi”, secondo una definizione dello storico delle religioni Mircea Eliade. Sciamani siberiani, guaritori nordamericani e altri professionisti del sacro erano famosi per le loro “ascensioni al cielo”, da cui ottennero le cure per l’ammalato e la conoscenza spirituale.

Le conquiste scientifiche e tecniche dell’Illuminismo Europeo hanno creato uno stato d’animo che era avverso all’estasi spirituale. Il monopolio sulla natura rivendicato dal nuovo ceto tecnico-scientifico ha proibito spiegazioni non autorizzate e concorrenti. Gli scettici come David Hume, Karl Marx e Sigmund Freud le proclamarono un’illusione. Quando la coscienza fu definita esclusivamente un epifenomeno del cervello in un universo materialistico, le visioni e le rivelazioni divennero semplici allucinazioni, disturbi del sistema nervoso.

La nozione di esperienza mistica, però, non ha trionfato come condizione patologica. Giacché il 20° secolo termina, la religione e la spiritualità hanno assunto un’importanza che avrebbe sconcertato Auguste Comte e la sua risma, poiché proclamarono che la scienza sostituì la religione. È vero che gran parte della magniloquenza attuale sulla religione si colloca sul piano sociale della comunità e della politica, ma vi è un interesse enorme per l’esperienza spirituale come mezzo affinché gli individui si accordino col principio fondamentale. Per esempio, si stima che più di cinque milioni di Americani oggi pratichino qualche forma di yoga. Per molti, lo yoga è soprattutto una forma di rilassamento e di preparazione fisica, ma è innegabile che lo yoga derivi da un complesso sistema psico-fisico di pensiero essendo collegato alla disciplina delle antiche tradizioni spirituali.

In quest’articolo, descrivo brevemente alcuni concetti principali e le tecniche che sono connesse alla più elevata coscienza e all’esperienza mistica nelle due tradizioni, nel sufismo e nello yoga. Di certo, v’è l’aspetto fisico della meditazione che è associato all’ascesi corporale, e alcuni dei suoi benefici sono spiegabili dagli effetti fisici e neurologici del digiuno, dall’astensione dal sonno, ecc… Esorto, però, a prestare attenzione alle spiegazioni esistenti che svilupparono nei secoli i professionisti a tempo pieno di queste tecniche. Dato che questi metodi sono “operativi”, anche le spiegazioni psico-fisiologiche dei sistemi a essi associati meritano uno sguardo. Si può affermare che i concetti Sufici e della meditazione yogica siano differenti dalla dottrina medica standard.

Sufismo

Il sufismo è la tradizione mistica associata all’Islam.1 Il Profeta Muhammad (deceduto il 632) e la sua rivelazione Coranica sono le fonti sacre del Sufismo. Il nome “Sufi” deriva dalla parola lana in Arabo e si riferisce ai capi in lana indossati dagli asceti dell’antico Medio Oriente e dai profeti. È probabile che i primi mistici dell’Islam familiarizzassero con le antiche tradizioni spirituali collegate al Cristianesimo, all’Ebraismo o allo Zoroastrismo, ma dal 12° secolo il movimento Sufi si sviluppò completamente nei paesi Musulmani dall’India alla Spagna.

Le tecniche di meditazione Sufi provengono dalla recitazione di ferventi preghiere, in particolare dai nomi Arabi di Dio rivelati nel Corano. Il termine indicante la recitazione è dhikr (o zikr), il cui significato è “ricordo”, che sia eseguita da solo o in adunanza. Il suo scopo è la concentrazione sul cuore affinché si riempia di Dio e di nient’altro. I manuali della pratica Sufi descrivono lo dhikr come un processo multilivello in cui tutte le facoltà sono impiegate; si comincia con la lingua essendo la più esterna, poi si coinvolge il cuore, l’anima, lo spirito, l’intelletto e la più interna coscienza chiamata il segreto. Questi diversi livelli fanno parte di un continuo psicofisico che permette un approccio al piano sottile di coscienza. Formule di preghiera e nomi divini sono recitati (subvocalizzando o ad alta voce) e consapevolmente proiettati nelle diverse parti del corpo. Ognuno dei nomi di Dio ha il potere, se ripetuto frequentemente, di creare la sua qualità specifica nella psiche del praticante di dhikr. Per esempio, la ripetizione del nome “il Misericordioso” (al-rahman) provoca sentimenti di misericordia e compassione nel cuore, ma i principianti dovrebbero evitare nomi come “il dominatore” (al-qahhar) a causa dei forti effetti psichici che può scatenare.

Durante dei ritiri faticosi di 40 giorni, i maestri insegnavano ai discepoli tecniche avanzate di meditazione. In passato erano evidenziati i temi teologici del timore Divino o l’amore di Dio. La crescente sofisticazione della tradizione portò a un’articolazione di molteplici “stazioni” psicologiche, la cui anima passava in sequenza una scala che si avvicinava a Dio e, allo stesso tempo, all’inclusione della totalità delle possibilità psichiche disponibili per gli esseri umani. Alcuni elenchi descrissero fino a un migliaio di stazioni spirituali, equilibrate da imprevedibili “stati” considerati il risultato della grazia divina.

L’analisi Sufi dell’esperienza mistica si fondò su una complessa psicofisiologia dei centri sottili del corpo (latifa, plurale lata’if). Ricorrendo all’antico simbolismo cosmologico dei sette climi, quest’insegnamento descrisse i sette centri sottili, ciascuno dei quali era collegato a un essere umano e a un particolare profeta citato nel Corano. Ogni centro sottile fu anche il luogo di un’esperienza mistica di luce in un particolare colore. Una descrizione dei sei centri sottili localizzò il cuore (qalb) due dita sotto la mammella sinistra, lo spirito (ruh) due dita sotto la mammella destra, l’anima (nafs) sotto l’ombelico, il segreto (sirr) verso il centro del petto (sopra la mammella destra), il mistero (khafi) sopra le sopracciglia, e l’arcano (akhfa) nella parte superiore del cervello. Anziché seguire un qualsiasi determinato concetto neurologico, questa struttura complessa fornì un dispositivo flessibile di meditazione utilizzato per sviluppare un corpo sottile durante l’esperienza mistica, in un processo paragonabile al moderno concetto di realtà virtuale.

La visualizzazione era una meditazione importante. I manuali di meditazione descrivono una serie di visioni che riassumono la struttura gerarchica dell’universo, dagli infimi minerali fino alla presenza divina e ai regni cosmici oltre il tempo. L’obiettivo finale era di emulare l’ascensione celeste del Profeta Muhammad e di giungere alla presenza di Dio. Durante l’esercizio, molte esperienze straordinarie furono registrate. Ad esempio, il diario visionario di Ruzbihan Baqli (morto nel 1209) è pieno di incontri sorprendenti con Dio, con i profeti, con gli angeli e con i santi Sufi. Queste esperienze, tuttavia, non erano assicurate soltanto attenendosi a una determinata procedura. Per Ruzbihan, gli incontri con Dio, erano il prodotto di una diretta grazia divina.2

Yoga

Lo Yoga, che è originario dell’India, è uno dei sistemi di meditazione più diffusi nel mondo.3 Sul piano filosofico, è stato originariamente commentato in antichità dallo Yoga Sutra di Patanjali, e costituì uno dei sei sistemi filosofici classici dell’India. Patanjali descrisse la pratica yogica nei termini di otto categorie denominate “stadi”: i freni, le discipline, le posture, la respirazione, il distacco sensoriale dagli oggetti esterni, la concentrazione e la più alta coscienza, chiamata Samadhi o “estasi”, termine quest’ultimo tradotto da Eliade. Lo yoga nelle sue varie forme giocò un ruolo importante nei testi religiosi Indiani come il Mahabharata e la Bhagavadgita. Il termine è ravvisabile in parole composte come karma yoga (lo yoga dell’azione), jnana yoga (lo yoga della conoscenza) e bhakti yoga (lo yoga dell’amore e della devozione). Il nostro interesse, comunque, è rivolto alla sempre più specializzata pratica fisica associata soprattutto al termine hatha yoga (letteralmente, lo yoga della forza violenta).

L’Hatha yoga divenuto popolare circa un migliaio di anni fa, si avvale di tecniche complesse, di solito accompagnate da una breve spiegazione metafisica. Si ritenne che i fondatori dell’hatha yoga, i leggendari yogi Matsyendranath e Gorakhnath, abbiano appreso le tecniche dal dio Indù Shiva. Utilizzando una fisiologia del nervo sottile e il controllo del respiro, le cui radici sono molto antiche, l’hatha yoga concepisce un corpo sottile contenente sette chakra o “cerchi” collegati da nervi (gli altri sistemi contavano quattro o nove chakra). Gli esercizi di meditazione, in genere, comportano il risveglio della potente energia psichica nel chakra più basso alla base della spina dorsale, la quale visualizzata come un serpente arrotolato (kundalini) è fatta salire fino al chakra nella parte superiore del cranio.

Ogni chakra è associato a un yantra o diagramma, a un mantra o canto, a una o più divinità. Lo yogi tenta di arrestare nello stesso tempo il respiro, l’attività della mente, e l’emissione del seme al fine di ottenere poteri straordinari e la longevità. La magniloquenza dell’hatha yoga si basa sul corpo umano come mezzo per il raggiungimento dell’immortalità e della salvezza. Molte tecniche riguardanti la purificazione del corpo, le posture per la meditazione e la padronanza del respiro sono descritte nei testi di hatha yoga. Poiché questi esercizi sono in genere presentati con una minima elaborazione metafisica, furono adattati a una varietà di ambienti religiosi. Così, lo yoga e le relative pratiche tantriche sono ampiamente distribuiti tra Indù, Buddisti, Giainisti e anche nelle tradizioni Sikh in tutta l’India, il Tibet e l’Estremo Oriente.

Un confronto

Le tecniche di meditazione Sufi e yoga hanno numerose analogie, le quali fecero ipotizzare inizialmente agli osservatori che lo yoga fosse un sistema essenzialmente nato in India e diffusosi nei paesi musulmani. Somiglianze superficiali tra le loro psicofisiologie (ad esempio, i centri sottili del Sufismo e i chakra dello yoga) sembravano rafforzare il concetto di diffusione culturale. Infatti, è difficile sistemare delle prove storiche che avvalorino alla pratica Sufi una base yogica (la figura 1 della pagina seguente mostra un raro esempio di giustapposizione delle fisiologie yogiche e Sufi in lingua Urdu risalente al XIX secolo). Più lontano, in Cina o nel Mediterraneo orientale, ci sono tecniche meditative taoiste o cristiane basate congiuntamente su un’ampia cantillazione di nomi sacri o formule, sul controllo respiratorio e su altre applicazioni fisiologiche. La famosa “preghiera di Gesù”, sviluppata dai primi monaci Cristiani, è un buon esempio di tale tecnica. È stata conservata nel Cristianesimo Ortodosso, ed è ben descritta nel tardo 19° secolo classico Russo nel testo intitolato, La via di un pellegrino (e ripresa nell’opera Franny e Zooey di J.D. Salinger). Curiosamente, l’anonimo autore del libro Russo sostiene che gli yogi e i Sufi mutuarono (e raffazzonarono) le tecniche meditative dei padri della chiesa Cristiana: “Fu dai [santi greci ortodossi] che i monaci Indiani e di Bokhara rilevarono il “metodo del cuore” della preghiera interiore, solo che la rovinarono molto e la travisarono in questo modo.”4

Un’alternativa interessante alla teoria della diffusione culturale suppone che le potenzialità nascoste della mente e del corpo siano sbloccate da un uso sufficientemente prolungato di tecniche meditative, che naturalmente sorgono nelle tradizioni religiose. Si pongono, però, molti interrogativi. Se ci occupiamo di Sufismo, sciamanesimo, monachesimo Cristiano, o yoga, i praticanti ci informano che non solo la loro particolare psicofisiologia, ma anche la loro teologia è decisiva per il successo del metodo. Il loro universo non è impersonale, ma è attivato dallo stesso tipo di coscienza che gli esseri umani sperimentano - ricordando il “principio antropico” di alcuni recenti filosofi della scienza. Da un lato, l’esistenza di una lunga tradizione di pratica meditativa suggerisce che esiste una base empirica per il misticismo; dall’altra parte, la divergenza tra i diversi sistemi psicofisiologici e le dottrine teologiche indica che c’è qualcosa in più di un substrato biologico immutabile. La coscienza umana disciplinata ha il potere di formare i livelli intensi di esperienza psicologica noti ai Sufi e agli yogi.

Speculazioni a parte, devo confessare che è difficile stabilire con certezza il rapporto tra la psicofisiologia dell’estasi, i concetti moderni di neurofisiologia e il cervello. La società industriale odierna permette a pochi individui di dedicarsi per anni a tempo pieno alla pratica necessaria per padroneggiare queste discipline. Limitate ricerche sulle onde cerebrali prodotte in meditazione non hanno prodotto dei risultati conclusivi o drammatici. Anche se potessimo collegare un maestro Sufi o uno yogi al nostro apparecchio più avanzato, potrebbe una lettura delle onde cerebrali rivelarci qualcosa sullo stato finale di coscienza? C’è un punto in cui l’esperienza spirituale individuale non è sostituibile dalla scienza istituzionale.

 

Fig 1: La struttura di loto dei chakra secondo Ghawth ‘Ali Shah Qalandar (19 secolo) affianca la fisiologia yogica e Sufi. Le note in Urdu identificano i luoghi fisici di ogni chakra.

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Riferimenti

1. Ernst CW. The Shambala Guide to Sufism. Boston: Shambala Publications, 1997.

2.  Baqli R. The Unveiling of Secrets: Diary of a Sufi Master. Ernst CW (traduttore). Chapel Hill, NC: Parvardigar Press, 1997.

3. Eliade M. Yoga, Immortality and Freedom, 2nd ed. Trask WT (traduttore). Princeton, NJ: Princeton University Press, 1969.

4. Anonymous. The eay of a Pilgrim, and The Pilgrim Continues His Way. French RM (traduttore). San Francisco: Harper San Francisco, 1991, pag 71.