Resoconti storici sugli Yogi nei testi dei viaggiatori Arabi e Persiani

a cura di Carl W. Ernst

Università del Nord Carolina-Chapel Hill

© 2005

Forthcoming in Jerusalem Studies in Arabic and Islam, vol. 32 (2007),

Yohanon Friedmann Festschrift Volume.

 

 

L’India è apparsa spesso nelle relazioni riguardanti il meraviglioso ed il fantastico. Viaggiatori e storici per secoli hanno descritto le meraviglie dell’India, dal tempo d’Alessandro in avanti. Asceti e religiosi austeri sono stati sempre commentati, ma nessun visitatore straniero poté comprendere realmente gli obiettivi spirituali di questi eremiti Indiani.

 

Il resoconto di Megasthenes riportante l’intervista fatta da Alessandro all’asceta Mandanis, è un classico esempio delle limitazioni che gli stranieri incontravano nella comunicazione coi gimnosofisti o yogi, particolarmente nelle traduzioni.

 

Mandanis… disse di lodare il re perché, sebbene fosse occupato a governare un così grande impero, era desideroso di saggezza, ed era l’unico filosofo e regnante armato che avesse visto. La cosa più utile al mondo è la saggezza di quell’uomo che ha il potere di persuadere il consenziente, e di costringere il riluttante a dominarsi; ma che sia perdonato se, conversando con tre interpreti, i quali, fatta eccezione per il linguaggio, non conoscono che argomenti esteriori, esponga filosoficamente qualsiasi cosa che possa essere utile; perché, aggiunse, non si può credere che l’acqua pura scorra attraverso il fango![1]

 

In particolare, i critici Moderni, hanno fatto notare che i viaggiatori Europei avevano gli stessi pregiudizi degli Orientalisti quando descrivevano i loro incontri con il diverso, vale a dire l’indiano. Contrariamente agli storici delle religioni, i quali hanno tentato di estrarre dai resoconti dei viaggiatori e dai testi storici tutte le informazioni possibili sulle religioni Indiane, le limitazioni sulla reperibilità di materiale riguardante gli yogi sono evidenti.[2]  Se il viaggiatore è un Cristiano Europeo o un Musulmano Mediorientale, le loro fonti prendono in considerazione più la mentalità del narratore che il soggetto in esame.[3]

 

Queste valutazioni restrittive circa i resoconti forniti da inesperti delle religioni Indiane, presumono, che siano applicate anche alle relazioni dei viaggiatori Musulmani, dei governanti Indo-Musulmani e dei loro storici. Le loro descrizioni delle religioni indiane spesso esibiscono una "curiosa mistura di paura e ammirazione, di familiarità e avversione.”[4] In che modo tali fonti possono insegnarci lo Yoga praticato nel subcontinente Asiatico e Meridionale?[5] Sebbene la metafisica Vedantica abbia potuto affascinare qualche filosofo Musulmano, e le pratiche yogiche attirare lo spiccato interesse d’alcuni mistici Sufi, da una prospettiva ordinaria, lo yogi in sé fu uno dei segni più visibili – ed esotici – della spiritualità Indiana. Essendo ritualmente separato dalla società Braminica mediante una morte simbolica, lo yogi fu libero dalle coercizioni di purità rituale che limitavano le interazioni sociali dei Bramini e delle alte caste Indù con gli stranieri. Durante la dominazione Turca e Mughal in India, questi asceti nudi ed imbrattati di cenere attirarono la curiosità dei governanti Musulmani, degli ufficiali e dei viaggiatori.[6] I loro presunti poteri magici furono senza dubbio gli artefici dell’attenzione che gli yogi ricevettero. Un breve esame dei resoconti contenuti nei testi storici Indo-Musulmani e nelle relazioni di viaggio, mostra che i Nath o Kanphata (“Kan = orecchio e phata = forato”) yogi, nell’India settentrionale generalmente pronunciato “jogi,” occuparono una posizione accettabile ed insolita nel panorama Musulmano dell’Asia Meridionale. Allo stesso tempo, pare che alcuni potenti sovrani Musulmani si familiarizzarono un poco con le pratiche di Yoga da loro ritenute utili, al punto che esse rassomigliarono a quelle trasmesse testualmente nelle differenti versioni Arabe e Persiane della “Vasca del Nettare”.[7]

 

Gli Yogi sono stati per lungo tempo l’emblema degli aspetti fantastici e balzani dell’India. In uno dei primi resoconti attribuiti ai viaggiatori Arabi in India, un testo anonimo scritto nel 851 (qualche volta assegnato ad un commerciante chiamato Sulayman), è dato un ritratto bizzarro dello yogi Indiano, le cui caratteristiche descritte qui di seguito sembrano inalterabili:

 

E nella terra dell’India ci sono quelli che vagano nelle giungle e per le montagne, incontrano poca gente e sopravvivono d’erba e di frutta della foresta. Mettono attorno al pene un anello di ferro per prevenire le interazioni con le donne. Alcuni sono nudi, mentre altri si espongono al sole coprendosi con una pelle di tigre. Una volta vidi uno di questi uomini, esattamente come l’ho descritto, e partii. Dopo sedici anni lo ritrovai nello stesso stato. Mi meravigliai che i suoi occhi non erano rovinati dal sole.[8]

 

Saranno trattati qui molti temi relativi allo yogi: solitudine, dieta vegetariana, atteggiamenti insoliti verso il sesso, nudità e la fissazione del sole.

 

Per estensione, nelle fonti storiche Musulmane, lo Yoga inteso come divinazione, fu considerato un soggetto pratico che attirò l’interesse dei Sultani Indiani. Poiché l’interesse per lo Yoga non costituisce il ritratto comune e ideale del re dell’India Musulmana, solo raramente sono esposte delle relazioni dettagliate sugli yogi nei racconti. Nondimeno, vi sono elementi che indicano la sopravvivenza di un legame di vecchia data tra le corti e gli jogi, i quali sembrano avere avuto una funzione simile a quella degli astrologi e dei maghi. Durante l’apogeo del Sultanato di Delhi nel quattordicesimo secolo, delle figure carismatiche provenienti dai circoli non Brahmanici raggiunsero una particolare celebrità a corte. Il poeta Amir Khusraw (morto nel 1325) pagò un tributo ai poteri soprannaturali degli asceti Indiani nel suo lungo encomio alle virtù dell’India nel terzo capitolo della saga Persiana, Nuh sipihr (I Nove Cieli). Khusraw mise particolarmente in rilevo l’abilità dei Brahmini nella divinazione e nel controllo della respirazione jogica.[9] Secondo le fonti Jaini, il Sultano Muhammad ibn Tughluq rese uno speciale omaggio al celebre sapiente Jain Jinaprabhu Suri, esortandolo a restaurare i sacrari Jainisti ed assicurandogli inoltre la sua protezione. Il Sultano ottenne in cambio un amuleto protettivo da Suri a forma di diagramma yantrico, testimoniando la gran padronanza di Suri sulle sessantaquattro yogini (le divinità femminili yogiche), una pratica che si ritrova anche nella “Vasca del Nettare”.[10] Il famoso viaggiatore Ibn Battutah confermò ulteriormente l’interesse che Muhammad ibn Tughluq aveva per gli jogi, e lo stesso Ibn Battutah fu completamente affascinato dagli yogi mentre narrava i loro miracolosi poteri. In un resoconto sulla "magia yogica," riporta:

 

Questo gruppo è fonte di meraviglia, tra di loro ci sono individui che restano per mesi senza mangiare o bere. Molti jogi si scavano delle caverne sotto terra. Esse s’incassano su di loro, lasciando solamente un buco per far entrar l’aria, e vi rimangono per mesi. Ho sentito che alcuni restano così per un anno. Vidi nella città di Mangalore un Musulmano che aveva studiato con loro. Una pedana gli fu eretta, vi rimase sulla sua cima senza mangiare e bere per un periodo di venticinque giorni. Lo lasciai in questo stato, ed io non so per quanto tempo rimase così dopo la mia partenza. La gente sostiene che modellino delle palline con cui si nutrono per un certo numero di giorni o mesi durante il loro periodo d’astinenza dal cibo e dalle bevande. Raccontano di faccende segrete [cioè, predicono il futuro]. Il Sultano li rispetta e li ammette alla sua presenza. Alcuni fra loro si nutrono solo di vegetali, altri non mangiano carne, e sono la maggioranza. L’aspetto più evidente della loro condizione è che si sottopongono ad una disciplina (riyada). Non hanno bisogno di niente dal mondo e dalle sue delizie. Alcuni fra loro possono uccidere un uomo con una semplice occhiata. La gente sostiene che se un uomo è ucciso da un'occhiata, ed il torace del cadavere è diviso ed aperto, non si trova il cuore. Affermano che il cuore è stato mangiato. Quest’abitudine è comune fra le femmine, e la donna che fa quello è detta iena.[11]

 

Ibn Battutah, un giorno, assistette sbalordito alla levitazione di uno jogi prima di esser ricevuto negli appartamenti privati del Sultano. Fu anche accompagnato da quattro jogi durante il suo pellegrinaggio alla Vetta d’Adamo a Ceylon.[12] Alcuni membri dell'aristocrazia Khalji di Malwa erano interessati alla longevità promessa dallo Yoga, perciò vissero con gli jogi padroneggiando le loro tecniche ed apprendendo le medicine usate per la salute del corpo e per le pratiche sessuali. [13] La conoscenza della divinazione e l’accesso presso gli spiriti femminili chiamati jogini (yogini) fu considerato utile dai sovrani Musulmani durante le spedizioni militari in Gujarat verso la fine del sedicesimo secolo.[14]

 

Non sorprenderà neanche costatare che l’imperatore Mughal Akbar fu bramosamente interessato allo Yoga, essendo noto il suo interesse per le diverse religioni. Bada'uni, un cortigiano del sovrano, narra che Akbar nel 1583 costruì degli edifici nei pressi d’Agra per alimentare i poveri, sia Indù sia Musulmani. Siccome molti jogi si adunarono sul luogo, il personale di Abu al-Fazl costruì per loro una dimora provvisoria e separata chiamata Jogipura ("città degli jogi"). Akbar discusse con loro gli effetti della meditazione in relazione al corpo, all’alchimia e alla magia (si riferì a queste due ultime pratiche con i seguenti termini Arabi in rima: kimiya, simiya, rimiya). A turno, gli pronosticarono una lunga vita. Gli raccomandarono di non indulgere troppo nel sesso e nel consumo di carne. Bada'uni ebbe la percezione che gli jogi influenzassero inevitabilmente l’imperatore; inoltre, asserì che Akbar iniziò a chiamare i suoi discepoli chelah, un termine usato dagli jogi.[15] Abu al-Fazl ha notato che l’arte divinatoria attribuita a certi brahmini era simile a quella descritta nel capitolo VII della “Vasca del Nettare”, la quale permette di invocare gli spiriti disincarnati rianimando i cadaveri allo scopo di predire il futuro; una divinazione di questo tipo fu eseguita nove secoli prima, e prevedeva la conquista del Kashmir da parte di Akbar, poi avvenuta nel 1586.[16] Bada'uni attirò anche l’attenzione sull’apparente accettazione che fece Akbar dei mantra Yogici, probabilmente allo scopo di controllare le divinità planetarie così com’è descritto nella “Vasca del Nettare”. “Cominciò pure, a mezzanotte e prima dell’alba, a bofonchiare gli incantesimi appresi dagli Indù per assoggettare il sole ai suoi desideri.”[17] Abu al-Fazl stesso nella sua inchiesta sull’impero, intitolata A'in-i Akbari (Gli Istituti di Akbar), non dice nulla sugli jogi a lui contemporanei, sebbene fornisca un sommario del testo classico di Patañjali sullo Yoga.[18]

 

Il figlio di Akbar, Jahangir, nella sua monografia riportò che nel 1607 andò a cercare curiosamente alcuni jogi nel loro ritiro di Ghorakh Hatari (diversamente sillabato Gorkhatri o Ghorakhtari) vicino a Peshawar, un luogo precedentemente visitato dal suo bisnonno Babur nel 1519. Anche se Babur non restò molto entusiasta di quel posto, le copie illustrate delle sue memorie lo ritraggono mentre incontra degli jogi.[19] La visita compiuta da Jahangir fu, a suo dire, ugualmente deludente, “È dimostrato che raramente una persona sia una fenice o una pietra filosofale. Tutti quelli che vidi erano una mandria di miseri ignorantoni, dai quali non ottenni nulla, se non confusione mentale.”[20] Jahangir anche ammise di avere avuto un incontro non piacevole con gli jogi. Nel 1613, dopo aver compiuto frettolosamente il pellegrinaggio al sacrario di Chishti in Ajmer, si fermò a Pushkar. Trovandosi in vena d’iconoclastia distrusse un idolo di Varaha (Varaha, è il verro o il cinghiale, terzo avatar di Vishnu) e cacciò dalla città uno jogi che sospettava di ingannare la gente.[21] Malgrado quest’incidente, sembra che Jahangir e suo padre volessero mantenere i contatti con gli jogi principali.[22] Una collezione di documenti privati conservati presso il sacrario jogi a Jakhbar, nel Punjab Indiano, espone minuziosamente il patrocinio ufficiale di questa fondazione imperiale Mughal nel periodo tra il 1581 e il 1741. Come altri centri religiosi non-musulmani, questo santuario jogi riceveva una rendita fondiaria tramite le donazioni sancite dal dipartimento dei fondi fiduciari caritatevoli, e ciò fu confermato in particolare da Akbar e Jahangir, i quali ebbero un alto riguardo per i capi jogi. È di notevole interesse che l'imperatore Awrangzib nel 1661 indirizzò in una lettera personale al capo jogi del sacrario, la richiesta di una medicina alchemica.[23] Dei dati indicano che qualche opportunista jogi ottenne dei favori dall’amministrazione Mughal, se diamo retta alle dichiarazioni del viaggiatore Inglese John Fryer; quest’ultimo sostenne che i "Fachiri" avrebbero estorto delle donazioni ai "Gentili" (Indù) sotto minaccia, accusandoli di blasfemia contro il Profeta (ص) nei tribunali dei qadi.[24] Le tradizioni agiografiche dei Nath jogi furono anche molto patrocinate dai sultani di Delhi e dagli imperatori Mughal, i quali vedevano questa relazione edificante e proficua per entrambi.[25]

 

Tra l’altro, opere geografiche scritte in Persiano, continuarono a citare gli jogi come una caratteristica insolita dell’India. Amin ibn Ahmad Razi, nel suo florido Haft iqlim (I Sette Climi), scritto nel 1594, ha riportato da una fonte anteriore perduta un resoconto sulle meraviglie dell’India, contenente sia le popolari storie d’auto-immolazione sia le tecniche respiratorie degli jogi.

 

Muhammad Yusuf Harawi, un conoscitore della materia per la sua epoca, scrisse un trattato sulle meraviglie e sulle rarità degli Indiani. Su quest’ultimi riferì, “mi trovavo in un distretto dell’India e sentii che uno jogi voleva auto immolarsi dinanzi al re di quel luogo. Il re di quel distretto festeggiò per tre giorni allegramente e all’alba della quarta giornata, quando il disco solare era sorto dalla cittadella orientale e si fissò sulla terra, una gran folla d’idolatri si radunò. Quello jogi fuggì dalla fugace esistenza, rimanendo in sospeso nella nullità indeperibile col mantello dell’annichilimento sul cuore e col berretto della rinuncia sul capo. Arrivò davanti al re compiendo le abituali formule di cortesia ossequiose. Come un bocciolo di rosa, il suo labbro fu sigillato, e alla maniera di un narciso stette in piedi con lo sguardo fisso diretto ai suoi piedi. Al suo assenso, gli assistenti lo ammorbidirono con letame di capra e di vacca. Poi, gli accesero un rogo che salì fino alla testa e alle spalle. Quando la vampa lo raggiunse a sinistra e a destra, prese fuoco da ogni parte riscaldandosi. Nel momento in cui, al pari di una candela, le fiamme lo raggiunsero alla gola bruciandola, si girò verso il re rivolgendogli alcune parole. Chinò il suo capo come un supplicante e porgendo totalmente la sua fronte al calore ardente, chiuse gli occhi e spirò.” (Verso poetico:)

 

L’amante dalla calda testa mise un mattone sotto la sua testa;

Bruciò tantissimo che alla fine collocò la sua testa tra le ceneri.

 

Dopo avere cercato le parti del suo corpo per un'ora, non videro altro che un residuo di cenere. (Verso poetico:)

 

Tu sei infiammato finquando un residuo di te non è nella corretta posizione;

brucia completamente come una candela, solo così puoi diventare perfetto.

 

Oltretutto, in India c’è un gruppo di jogi che pratica iI controllo del respiro. Essi arrivano con la loro incessante determinazione a compiere un singolo respiro nell’arco di più giorni, quest’abilità è da loro considerata il massimo della perfezione ed il più gran conseguimento. Tra di loro c’era uno jogi in Benares che aveva quest’attitudine, cosicché una volta il Khan-i Zaman lo seppellì per oltre dieci giorni. Un’altra volta gli fece trascorrere circa dodici giorni sott’acqua come un’ancora, senza subire danno o infortunio in alcun modo. Anche nella regione del Punjab c'era un matto, che essendosi liberato dai lacci di questo mondo, aveva messo da una parte la ricchezza dei due mondi, oltre a non aver alcun collegamento col mondo terreno, né inclinazione per i piaceri mondani. (Verso poetico:)

 

Da ogni ciglio un giglio balzò ai suoi occhi,

E ottenne la visione del buono e del cattivo tempo.

 

Per salvare la sua intera esistenza, c’è un pezzo di terra in cui vi è una fessura, ed egli vi ha incastrato il suo petto sinistro, che è la tesoreria del gioiello del cuore, in quella crepa. Ha trattenuto la sua mano dal prendere cibo ed ha tenuto il suo occhio nascosto al sonno.

 

Il suddetto Muhammad Yusuf ha scritto: “Ho visto quella persona, e dei suoi conoscenti sostengono che da ventidue anni osserva questo regime. Durante questo tempo non ha mosso un piede o disteso una mano, e per nutrirsi si è soddisfatto coll’odore del cibo. E Dio è il Signore dell’assistenza!”[26]

Qui la figura meravigliosa dello jogi che si brucia vivo mentre compie atti sovrumani e ascetici per emulare i solitari anacoreti del primo Cristianesimo, è presentata in termini dedotti dall’alta e raffinata estetica della poesia Persiana.

Una relazione di Yoga sulle tecniche di controllo respiratorio usate dai Musulmani è descritta in un'antologia letteraria, il Mir'at al-khayal (Lo specchio dell'Immaginazione) di Shir Khan Lodi, composta nel 1690 nel Bengala. In una digressione allegata alla recensione del suo insegnante Nazim (morto il 1657), Shir Khan spiega che quest’ultimo non divenne solo un poeta, ma anche un geomante, specializzato nell'arte di usare il respiro per la divinazione. Quest’abilità, osserva, è ignota alla tradizione Greca, Irachena e del Khorasan, avendo origine invece dagli jogi dell'India. Il suo breve trattato fornisce dei dettagli sulle respirazioni solare e lunare associate alle narici destra e sinistra, ed il loro utilizzo per vincere in battaglia, per sconfiggere la malattia e per predire il futuro. Shir Khan attribuisce l’origine di questa scienza agli insegnamenti che Mahadev (Shiva) fece alla sua consorte Parvati, ma non è consapevole della forte tradizione Yogica del Bengala, perché considera gli jogi del Kashmir più completi. Nella sua conclusione postula (sembra una riflessione) la possibilità che gli jogi abbiano tratto il loro insegnamento da Adamo, giacché fu da loro ammesso nell’opera Araba intitolata La Vasca del Nettare; la quale conserva ancora la natura Indiana dello Yoga, essendo noto che Adamo discese dal cielo su Ceylon.[27] Il riferimento indiretto di Shir Khan alla Vasca del Nettare Int.3, che mette Adamo al posto d’Abramo come la controparte Islamica del divino insegnante Indiano, può indicare una versione alternativa del testo (o possibilmente un lapsus di memoria).

Un altro viaggiatore che descrisse i suoi viaggi attraverso l’India fu Mahmud ibn Amir Wali Balkhi. La sua narrazione in Persiano espone un percorso d’andata e ritorno da Balkh fino all’India e a Ceylon, durato sette anni e terminato nel 1631.[28] Balkhi, la cui spedizione sembra esser stata una sua distrazione, racconta le visite compiute ad un certo numero d’importanti sacrari religiosi Indiani, come il tempio di Mathura costruito da Raja Man Singh,  la tomba di Mu’in al-Din Chishti ad Ajmer, e i templi dedicati a Konarak (il dio Sole) e a Jagannath (Krishna) nell’Orissa. All'inizio del suo viaggio, vicino Peshawar, fece un’escursione aggiuntiva presso lo stesso eremo di jogi visitato frettolosamente dagli imperatori Mughal, Babur e Jahangir, benché la sua visita sia stata deludente e priva di ragguagli. Paragonò gli jogi agli “asceti” (murtad) che praticano il controllo del respiro. Balkhi descrisse i loro eremi costituiti da maestosi blocchi di pietra e di mattone per offrire sostentamento al migliaio di seguaci del principale maestro. In modo alquanto denigratorio, notò che questa “setta errante” possiede il simbolo più potente di perfezione nell’abilità di trattenere il respiro per un giorno intero; uno jogi che adempiva questa prodezza era innalzato a maestro sul trono dell’eremitaggio, mentre il suo predecessore era imprigionato; cosicché “in pochi giorni pativa le pene dell’inferno divenendo il prigioniero dell’eterno tormento.” Si suppose che lo spirito del maestro deceduto assumesse velocemente un corpo migliore per adattarlo al suo successivo stato di perfezione. Balkhi osservò che i re e le persone di quella regione sostenevano finanziariamente la fondazione degli jogi. Conversò col nuovo maestro “senza mostrare inimicizia o pregiudizio,” sebbene rivendicò di averlo confutato teologicamente con prove sull’unità divina, imbarazzando sommamente lo jogi. Balkhi riferì di un altro jogi con enormi baffi, la cui pratica di indossare gigantesche catene gli faceva guadagnare un vasto seguito. Pure in questo caso, gli jogi sono visti dal viaggiatore come delle interessanti curiosità, ma un po’ sdegnosamente. Una descrizione simile di jogi si trova nel viaggio narrativo di Mir ‘Abd al-Latif Khan Shushtari, un commerciante Persiano che arrivò per la prima volta in India nel 1788; questi trovò dapprima un impiego nel governo Britannico del Bengala, e successivamente viaggiò in lungo e in largo nell’India settentrionale e nel Deccan per motivi sia di salute sia familiari. Le sue memorie Persiane, completate nel 1804, contengono generalmente dei commenti sulla cultura Indiana. Le sue riflessioni scettiche sugli jogi rendono testimonianza ai racconti popolari che furono al corrente delle loro pratiche. In particolare, narrò delle storie sugli jogi suicidi, i quali si gettavano in furiosi ruscelli di montagna Himalayani fiancheggiati da spade e coltelli, o che infradiciandosi di petrolio si gettavano in un falò.

In generale, gli storici esagerano molto lodando il reame dell'India, i suoi asceti (murtadin), e così via … Affermano che gli asceti dell’India praticano l’ascetismo in questo modo, presso un fiume molto largo e potente che scaturisce dalle montagne del Sind, la cui visione di tanta acqua che scorre su pietre e picchi provoca una paura incontenibile. Vicino alla sorgente di quel fiume c’è un luogo, dietro alla montagna che appare in lontananza sopra il fiume, che essi chiamano “kund.” “Kund” rima con "tund" [in Persiano “rapido, sollecito, ecc…”], e significa la fonte di una sorgente. Dal picco della montagna fino alla sua foce è una distesa piena di grandi alberi lungo le sponde del fiume. Su quegli alberi e sulle superfici rocciose hanno posto dei coltelli, delle spade e degli attrezzi taglienti. Per reincarnare meritoriamente il loro spirito nel corpo di un re, gli uomini si lanciano nel fiume onde tagliare a pezzi i loro arti ed annegare nell’acqua.

Diversamente, si consumano nel fuoco seguendo questa procedura: dapprima chiedono il permesso all’imperatore di accendere un rogo fuori città, poi proclamano che le tali persone un supposto giorno otterranno l’eterna ricompensa ardendosi vivi in un luogo fissato. E la gente si raccoglie presso la porta della loro casa, attorniandola. Una gran commozione si diffonde nella città. Uscendo dall’abitazione, l’aspirante indossa splendidi vestiti che infradicia insieme al suo corpo di petrolio, zolfo e gomma rossa di ginepro. Mette un incensiere in ferro o in rame munito di una fiammella ardente sulla sua testa nuda, e getta una manciata di erbe da una parte della testa, mentre la gente ed i loro congiunti inalano lo zolfo e la gomma rossa di ginepro. Gradualmente, si forma un gruppo che canta e balla. Mangia la pianta di betel gaiamente, e passa per le strade ed il mercato. Frattanto ad ogni spettatore conosciuto tempo addietro dona un germoglio di quelle erbe, e prega per lui. È detto che la sua preghiera trovi accoglimento. Dopo essersi preparato, si reca fuori città, e si lancia nel fuoco. Alcuni che stanno in piedi vicino al fuoco, amputano i loro arti con un coltello, gettandoli uno per volta. Altri resistono al fuoco e squarciano le loro pance per estrarre il fegato che tagliano a pezzi riponendolo nel falò. Poi si gettano nel fuoco, e se rotolano fuori, altri li rigettano dentro.[29]

Entrambe le storie contengono dei racconti raccapriccianti sugli jogi che si mozzano gli arti, e riflettono il simbolismo iniziatico dello squartamento, che è caratteristico della sceneggiatura yogica come il trucco della fune.[30]

Shushtari raccontò anche dell’abilità yogica a trattenere il respiro, che nella tradizione popolare include il seppellimento degli jogi per secoli, e la loro risurrezione ad un tempo fissato sopra un piatto di rame. Relativamente a questo punto commenta: “Sebbene gli storici anteriori abbiano tutti raccontato una qualsiasi storia sugli asceti dell’India, essi sono abitualmente sulla bocca della gente (io stesso ne ho ascoltate parecchie), tuttavia l’intelletto profondo e la mente stabile rifiutano completamente la correttezza e la veridicità di queste storie… Si tratta di pura menzogna e falsità.”[31] Nonostante il suo diniego sull’immortalità degli jogi, Shushtari ammise l’esistenza di professionisti del controllo respiratorio, particolarmente quelli visti nel Deccan, che avevano il potere di levitazione. Quando interrogò uno jogi a Hyderabad sulle ragioni del suo successo, rispose che dietro a tutte le leggende vi è la pratica della ritenzione del seme atta a perfezionare il controllo del respiro. Lo jogi raccomandò a Shushtari di praticare il controllo del respiro durante il rapporto sessuale al fine di impedire l’eiaculazione, poiché la perdita di seme è la causa prima d’invecchiamento. Lo jogi anche rivendicò che col controllo respiratorio fosse in grado di svuotare una tazza di latte attraverso la suzione vescicolare. Riflettendo, Shushtari decise che il controllo e la ritenzione del seme dovessero essere compresi secondo i principi della teoria medica Greco-Araba: “Li vidi nel Canone di Ibn Sina o in un altro libro che non ricordo.” Inoltre, concluse che le tecniche yogico-sessuali non superavano le prestazioni raggiunte dagli amanti dei piaceri, ed insultò i suoi lettori senza soffermarsi ulteriormente sull’argomento.[32]

 

Avendo un ruolo preponderante sulla scena Indiana, gli jogi furono regolarmente descritti nei dizionari geografici ufficiali dell’impero Mughal come una peculiarità distintiva e accettata della società Indù. Uno di questi resoconti ufficiali sugli jogi era contenuto nel testo Persiano di Sujan Ray Bhandari (morto il 1107/1695) intitolato Khulasat al-tawarikh (L'Essenza delle Storie), e completato nel 1695-6. Oltre a comprendere una storia esauriente dell’India e le descrizioni statistiche sulle province dell'impero Mughal, era provvisto di relazioni sul clima, sulle abitudini e sugli abitanti dell’India. Un secolo più tardi, gli Inglesi in India trovarono questo testo così utile, che commissionarono al capo istruttore Indostano presso Forte William in Calcutta, Shir `Ali Khan Afsus (d. 1809), di scrivere una sua traduzione Urdu intitolata Arayish-i mahfil (La Decorazione dell’Assemblea). Questa versione divenne un testo comune per gli ufficiali della Compagnia delle Indie Orientali che studiavano l’Indostano, ed almeno sette traduzioni furono fatte in inglese o in francese. Il capitolo sui fachiri Indiani descrive i Sannyasi, gli Jogi, i Beragi (il berag è un eremita immerso nella preghiera e nell'adorazione del Signore), i Nanak Panthi (i seguaci del sikhismo), le Jati Seora, i quattro ashrama e le quattro caste. La sezione sugli jogi afferma che passano giorno e notte nel ricordo di Dio, e, trattenendo il loro respiro (habs-i dam) lungamente, vivono per centinaia d’anni. Per via del loro stretto regime (riyadat, cioè, lo Yoga), il loro indumento terreno (il corpo fisico) è così leggero che possono volare nell’aria e galleggiare sull’acqua, e con la loro potenza possono far volare le anime ogni qualvolta a loro aggrada. Assumono qualsiasi forma a loro gradita, entrano nel corpo di un’altra persona e raccontano tutte le notizie del mondo ignoto. Riducono il rame in cenere e lo trasformano in oro, e con la potenza della loro magia affascinano i cuori del mondo intero. Possono far ammalare un uomo fino in punto di morte, e rimetterlo in buona salute in un momento. Possono istantaneamente intendere i cuori delle altre persone, ed abitualmente non hanno preoccupazioni o conoscenze. In verità, “lo jogi non ha amici;” e sebbene nella magia, nella stregoneria, nell’alchimia e nella chimica, i “Sannyasi” abbiano una grand’abilità, l’arte degli jogi in questo dominio è certamente più nota.[33]

Presumibilmente è dalle fonti in lingua Persiana e Urdu simili a quest’ultimo resoconto, che la parola Araba faqir (“uomo povero”), il cui significato originario designava un Musulmano Sufi rinunciante al mondo, assunse nell’Inglese corrente il termine di “fakir” per descrivere un qualsiasi asceta, sia Indù sia Musulmano. Questa fonte indica che dal diciassettesimo secolo, il termine faqir fu comunemente usato in India per descrivere gli jogi, e gli Europei rapidamente adottarono quest’abitudine.[34] Il resoconto appena citato fa riferimento alle pratiche del controllo respiratorio e alla disciplina yogica, inoltre illustra principalmente il fascino popolare e i poteri magici-miracolosi attribuiti agli jogi. Siffatte descrizioni di jogi si trovano anche in altri dizionari geografici dei Mughal, spesso in parallelo agli ordini Sufi, come nei Chahar gulshan o I Quattro Giardini di Ray Chaturman completato nel 1759; in esso si enumera la silsila dei dodici panislamici ordini Sufi, le quattordici khanwada (“famiglie”) Sufi peculiari dell’India e le sei darshan o scuole ascetiche Indiane.[35]

I dizionari geografici ufficiali dell'impero Mughal anticiparono, e probabilmente fornirono ai successivi colonizzatori Britannici, un modello investigativo con cui elencarono le differenti caste, i diversi mestieri e i distinti gruppi religiosi Indiani. Ho riferito altrove, che i Britannici commissionarono un numero di testi Persiani descriventi le sette religiose e i costumi dell’India.[36] Un altro testo del primo periodo Britannico è l’anonimo Silsila-i jogiyan o L'Ordine degli Jogi (commissionato nel 1800), una mappa illustrata sugli jogi scritta in Persiano, contenente delle vignette minuscole simili a dei dipinti in miniatura che espongono i differenti ordini ascetici. Alle illustrazioni sono state aggiunte delle didascalie a matita in inglese. Il testo include inoltre un'appendice con le statistiche sul reddito riguardante la popolazione di Benares. Esso è diviso in tre sezioni: Vaisnava (con sedici ordini), Shaiva (con diciannove) e “Shaktik” [(cioè, Shakti, con cinque principali ordini aventi ognuno ulteriori suddivisioni, che includono curiosamente sia i Sant (in sanscrito “Maestro del più alto ordine”) sia i Sikh]. La parola jogi o yogi è usata nel titolo di quest’opera genericamente, e per designare qualsiasi gruppo ascetico organizzato in India. In un senso specifico, lo jogi è anche il termine riservato ai Nath o Kanphata (“Kan = orecchio e phata = forato”) jogi, in questo caso giustamente inclusi tra gli ordini Shaiva:

 

“Il primo iniziatore di questo percorso fu Mahadeva [Shiva], e dopo di lui Gorakhnath e Machhindirnath [Matsyendranath]; essi definirono e resero comuni le regole dello Yoga. I dirigenti di questa setta erano delle persone che vissero anticamente di rivelazioni e di miracoli, essi avevano il potere di scelta tra vita e morte, tra maturità e gioventù. Avevano il potere di volare in cielo, di scomparire dalla vista, e altri simili prodigi e meraviglie. Oggigiorno, il rito esteriore eseguito dagli eredi di questo sentiero religioso è il seguente: ogni qualvolta uno jogi prende un discepolo, gli apre (tagliando) una parte dell’orecchio e v’inserisce un anello di fanone (in Hindi kachkara) o un cristallo, o qualcosa del genere, perché con questa spaccatura dell’orecchio (in Arabo shaqq al-udhn) non potrà mai ridiventare mondano. Mettono in ordine il cuore, controllano il respiro e praticano la disciplina fisica. Dopo aver imbrattato i loro corpi con la cenere, indossano un cappello, un mantello rammendato, dei vestiti colorati ed hanno una sbarra di ferro (in Hindi sabbal) sul collo. Trascorrono la loro giovinezza in servitudine. Alcuni sono assistenti di Bhairoñ [Bhairava, una forma di Shiva] e di Hanuman, e non si astengono dal consumare carne e vino; i loro ritiri spirituali (kharabatiyan) sono dedicati soprattutto all'immoralità e alla depravazione.[37]

 

Questo resoconto dal contenuto abbastanza superficiale, riunisce la fondante mitologia yogica alle meravigliose abilità operative e ai rituali comuni degli jogi. La colorata raffigurazione degli jogi e la loro reputazione sensazionale, rivela l’atteggiamento ufficiale nei confronti della “setta.”

I resoconti storici dei viaggiatori illustrano le difficoltà che il forestiero incontrò ad accedere agli insegnamenti yogici. C’è attorno agli jogi un manto colorito e tremendo di leggenda, in cui loro sono gli eroi di “attendibili o inattendibili” fiabe magiche. Esiste poi la possibilità che il singolo jogi incontrato possa essere un impostore, o nella migliore delle ipotesi, sia parzialmente informato della tradizione. Inoltre, vi è la probabilità che uno jogi si sveli poco per volta agli stranieri, stimando le loro peculiarità distintive, o spiegando in un modo che si adatti prevedibilmente alle attese dell’interlocutore. Infine, il forestiero di cultura Persiana (in seguito, lo straniero d’educazione Inglese) non è in grado di interpretare la spiegazione fornita dallo jogi e di renderla nei termini di un sistema cosmologico completamente diverso e derivante da fonti non Indiane. La propensione Islamica teologica giocò un certo ruolo nel portamento che i viaggiatori Musulmani ebbero verso gli jogi, ma la pratica yogica in sé fu interpretata come una bizzarria per destar meraviglia o per esser spiegata scientificamente. L’esotismo Indo-Musulmano del periodo Mughal trovò la sua naturale continuazione nella letteratura antropologica del periodo coloniale britannico. Piuttosto sorprendentemente, i più informati osservatori Musulmani di Yoga miravano al potere regale, non perché fossero in qualche modo interessati alla spiritualità esoterica, ma perché ritennero che i poteri occulti degli jogi potessero essere utili alle loro ambizioni politiche.

 

 

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[1] Strabo, Geography, 15.I.64.

[2] Per una breve selezione di commenti Europei sugli yogi, vedere Yule e Burnell, Hobson-Jobson, pag. 461-62, s.v. "Jogi." Un certo numero di resoconti sugli yogi fatti da viaggiatori Europei sono riprodotti da Schmidt, Fakire.

[3] Cole, “Mirror of the World”; Reis, Miroir, pag. 92-94.

[4] Alam and Subrahmanyam, pag. 291.

[5] Per il problema generale degli interpreti Musulmani della religione Indiana, vedere i miei articoli "Situating Sufism and Yoga," "The Islamization of Yoga," "Muslim Studies of Hinduism? "Admiring the Works of the Ancients."

[6] See Foltz; Green, pag. 210-11; Husain.

[7] Briggs, Gorakhnath; Ernst, “Islamization.”

[8] Sulayman, 'Ahbar as-Sin wa l-Hind, §52, pag. 22-23.

[9]Amir Khusraw, Nuh sipihr, ed. Wahid Mirza, pag. 192-94, trad. R. Nath & Faiyaz ‘Gwaliari’, in India as Seen by Amir Khusrau, pag. 98-99.

[10] Jhavery, Comparative and critical Study of Mantrasastra, pag. 230-34.

[11] Ibn Battutah, Voyages, ed. Defremery e Sanguinetti, IV:35-36.

[12] Id., Travels in Asia and Africa, pag. 225-26, 255, 257, 259.

[13] Rizq Allah Mushtaqi, Waqi`at-i Mushtaqi, MS Add. 11,633, British Museum, fogli. 91b-92a, citato da I. H. Siddiqui, "Resurgence of Chishti Silsila,” pag. 71.

[14] al-Ulughkhani, Zafar ul Walih, trad. Lokhandwala, I:333 (testo Arabo, pag. 417), e I:377 (testo Arabo, pag. 470), in cui un Musulmano Deccano di nome Hasan, uno specialista in queste arti, è citato.

[15] Bada'uni II:324-25; trad., II:334-35.

[16] Abu al-Fazl`Allami, Akbar nama, I:507; trad., I:772-73.

[17] Ibid., II:261; trad., II:268.

[18] Abu al-Fazl `Allami, The A'in-i Akbari, trad. Jarrett, pag. 187-98.

[19] Babur, Babur-nama, trad. Beveridge, pag. 230, il luogo riferito è Gur-khattri; Saiyid Rizvi, A History of Sufism in India, vol. 1, tavola rivestita pag. 369, dal British Museum copia del Babur-nama. Per la vocalizzazione del toponimo Gorakh Hatari, basata su fonti Sikh, vedere Digby, "Encounters with Jogis," pag. 29-30. Briggs (pag. 98) definisce Gorkhatri un derivato di Gorakhsetra. Thackston (The Baburnama, fol. 232b, pag. 285) lo scrive Gurh Kattri.  Vedere anche Husain, pag. 142, n. 1.

[20] Jahangir, The Jahangirnama, trad. Thackston, pag. 74; id., The Tuzuk-i-Jahangiri, trad. Rogers, I:102.

[21] Ibid, trad. Thackston, pag. 153; trad. Rogers, I:254-55.

[22] Per ulteriori incidenti di Jahangir con gli yogi e gli ascetici, vedere i verbali in Mobad Shah, Dabistan, pag. 146 (Akamnath), 155 (Chatur Vapa), 162 (Sri Kant); traduz. Shea e Troyer, pag. 234, 247, 255.

[23] Goswamy and Grewal, The Mughals and the Jogis of Jakhbar.

[24] John Fryer, New Account of East India and Persia (London, 1698), pag. 95, citato da Schmidt, Fakire, pag, 164.

[25] Bouillier, Ascètes et rois, pag. 68-75, 116-18; Briggs, pag. 70, 92, 94-5, 105, 144; White, "The Wonders of Sri Mastnath."

[26] Rází, Haft Iqlím:, II:509-11. Quest‘edizione critica del testo Persiano è notevolmente superiore all'edizione pubblicata a Tehran nel 1950.

[27] Virolleaud, "A proposito di un epitome." Il poeta Nazim (morto il 1068/1657), sebbene originario di Herat, visse la maggior parte della sua vita a Islamabad (Dhaka); e non deve essere confuso col suo compatriota Nazim Harawi (morto il 1082/1671), autore di un popolare masnavi sul tema di Yusuf e Zulaykha (Storey, I:823, n. 3). Shir Khan Lodi studiò  brevemente solo con Nazim in gioventù.

[28] Balkhi, Bahr al-asrar, pag. 4-6 del testo Persiano, pag. 31-32 dell’introduzione Inglese. Cf. Storey, I:375. Questo passaggio è tradotto in pieno da Hussain, "Hindu Shrines and Practices," pag. 142-144; vedere anche Foltz.

[29] Shushtari, Tuhfat al-`alam, pag. 349-51.

[30] Eliade, Yoga, 322-23, 336, 347.

[31] Shushtari, pag. 449.

[32] Shushtari, pag. 450-51.

[33] Afsus, The Araish-i-mahfil, traduz. Court, pag. 39-40, modificato leggermente nel testo Urdu dell’Arayish-i mahfil, pag. 53. Per l’originale Persiano e le varie traduzioni, vedere Storey, Persian Literature, I:454-58.

[34] Yule e, Hobson-Jobson, pag. 347b-48a, s.v. "fakir"; Crooke, Things Indian, pag. 199-204 (citando Barbosa, Bernier, Fryer, e Colebrooke); Eliade, Yoga, pag. 423-25.

[35] Ray Chaturman, Chahar gulshan, fogli. 127a-141.

[36] Ernst, “Muslim Studies.”

[37] Anonimo, Silsila-i jugiyan, fogli. 19a-20a. L’anno 1800 dell’era Cristiana è riportato sul foglio. 61a, e le statistiche sul reddito sono contenute sui fogli. 60a-71a.