Shah Datta o Dattatreya – Una divinità Indù in abiti Musulmani



a cura di Dusan Deak. È lettore presso il Dipartimento d'Etnologia dell’Università di Trnava, Slovacchia. La sua ricerca si focalizza sui testi Marati e Marati-Indostani riferiti alle contigue tradizioni Indù-Musulmana dell'altopiano del Deccan. Il suo interesse include anche il Sufismo, la religione comparata, e la storia culturale dell’India medievale.


Dattatreya: il Guru Immortale, Yogin e Avatara



Shah Datta o Dattatreya

I testi religiosi dell’India medievale combinano qualche volta gli insegnamenti dei santi delle differenti religioni. L’eredità scritturale e orale dell’India Occidentale conservata nella lingua Marati illustra la fusione dei credi Indù e Musulmani. In essa, il dio Indù Dattatreya appare un Fachiro Musulmano che trasmette un messaggio spirituale accettabile sia dagli Indù sia dai Musulmani. L’immaginario collettivo locale, nel tempo, modellandosi conformemente alla realtà sociale, trasformò questa divinità Indù in un Fachiro Musulmano.

I resoconti più antichi sul dio Dattatreya dipingono la divinità, manifestamente ed in pratica, come un devoto del dio Indù Shiva; i Purana, i cui racconti furono compilati principalmente nel primo millennio della nostra era e che spiegano le origini delle credenze e delle pratiche Indù, generalmente accettano l’idea che fu un’incarnazione di Vishnu. Successivamente, Dattatreya giocò un ruolo minore nelle storie che il dio–creatore Brahma lo descrisse come Trimurti – una fusione della trinità Indù di Brahma, Vishnu e Shiva – illustrandone la mancanza d'uniformità nella comprensione della personalità di Dattatreya e dei suoi insegnamenti spirituali, sia agli inizi sia oggi. Detto questo, non deve sorprendere che i suoi devoti provengano dalle varie correnti dell’Induismo. 
Tra le diverse percezioni che si hanno di Dattatreya, la predominante è di un gran guru di Yoga e di un insegnante d'Advaita propenso per una spiegazione tantrica dell’ordine del mondo. Egli è un unmatta – un saggio “arrabbiato” che è affezionato ai suoi insegnamenti, e non alle apparenze e alle impressioni “temporali” create da lui stesso. Nello stato Indiano del Maharashtra, oggi, Dattatreya fa appello al sentimento religioso d'ogni strato sociale, e crea un'opportunità per i suoi devoti cancellando i tradizionali confini socio-religiosi. È la divinità degli Yogi e dei Sannyasi – coloro che non sono obbligati a seguire le regole della gerarchia sociale Indù – per esempio, e degli insegnanti del ceto medio, degli impiegati e di molti Bramini. Nonostante le sue origini Indù, alcuni Indù accettano Dattatreya vestito da Fachiro Musulmano, un povero religioso mendicante. Questa concezione di Shah Datta nel Maharashtra si basa sulle tradizioni preservate nella lingua Marati, secondo le quali qualche volta sembra un Indù, talvolta un Musulmano. Questa liminale fede ebbe origine molto probabilmente nel sedicesimo secolo, e riflette lo stato di coesistenza delle due principali comunità religiose in India a quel tempo. 

Identità fluttuanti

Le relazioni religiose e sociali tra i Musulmani e gli Indù sono un tema di dibattito accademico da decadi; esse si compongono d'ostilità, d'incomprensione e di disprezzo, ma si appoggiano anche all’ideale dell’armonia socio-religiosa. La varietà d'opinioni riflette la complessità delle numerose risposte date alla convivenza di questi dominanti gruppi socio-religiosi in India. Per comprendere il percorso evolutivo di Datta come Fachiro, è necessario riconoscere la natura eternamente fluttuante dell’identità religiosa Indiana, che ha nella fede in un Essere Supremo il suo ruolo più stabile. Nella sua forma Islamica, Dattatreya è conosciuto nei testi Marati come il Malanga Fakir (Fachiro), o Shah Datta. Il fatto che alcuni devoti, inclusi i Bramini, accettarono una divinità Indù puranica in abiti Musulmani, significa verosimilmente che i Musulmani furono accolti come parte integrante del loro mondo. In effetti, il Maharashtra fu governato per 120 anni, dal 1480 al 1600, dai Nizam Shah, Sultani d'origine Bramina che rispettavano i costumi e le tradizioni locali e non si distaccarono mai dalla loro terra d'origine. Di solito, altri esempi di buone relazioni comunitarie non sono difficili da trovare. La prima interazione tra Dattatreya e i Musulmani sembra risalire al quattordicesimo e al quindicesimo secolo. Il Gurucaritra, la principale scrittura del culto Maharashtriano di Dattatreya, parla di due sante figure dominatrici, Shripada Shrivallabha (morto il 1350) e Narsimha Sarasvati (morto il 1458). Oggi, entrambe sono adorate come incarnazioni di Dattatreya e si relazionano altresì coi Musulmani: Shripada Shrivallabha promise ad un povero lavandaio che sarebbe diventato un Sultano nella sua prossima vita, e Narsimha Sarasvati aiutò questo Sultano a vincere una malattia. 

 

                    


La storia accade in Bidar, la seconda capitale del regno Bahmani e del Sultanato regionale dell’India centrale dal 1347 al 1538. Là, secondo l’autore Indù, Dattatreya esibisce per la prima volta un atteggiamento privo di pregiudizi sia nei confronti dei Musulmani sia verso lo stesso Sultano. Comunque, le lamentele contro i sovrani Musulmani compaiono anche nel Gurucaritra. La veridicità del narratore è discutibile; poiché i racconti storici degli autori medievali Indù sono spesso imprecisi e non seguono un ordine rigoroso. 

Il misterioso Fachiro

Più tardi, Dattatreya divenne un guru stabile e saldo per i fedeli di entrambe le religioni, ed assunse la forma di un Malanga Fachiro. I Malanga sono noti agli studiosi dell’Islam Indiano come appartenenti al ramo eterodosso dei Sufi che non seguono la legge della Sharia. Questa raffigurazione di Dattatreya che agisce da Musulmano è avvolta da incomprensioni e malintesi dovuti ai devoti ortodossi, i quali accettarono l’incarnazione misteriosa di Datta come paramguru (letteralmente oltre il guru) del famoso Bramino Maharashtriano, il santo e poeta Eknath (1533 – 1599), che lottò contro l’ortodossia bramanica, in sostegno dei fuori casta.
Questo Dattatreya – Malanga Chand Bodhle – non poteva ricevere il riconoscimento ufficiale e la santificazione dai fedeli del Bramino Eknath, a causa della sua fedeltà Musulmana. Fonti letterarie affermano che era, oltre ad essere un Malanga, un digambara Datta (in questo contesto, significa semplicemente un asceta nudo), un avadhut (un asceta non vincolato dalle leggi sociali, svincolato da tutti i legami mondani) ed uno yogiraj (maestro di Yoga) residente in Daulatabad, il centro della cultura Islamica del Maharashtra. Influenzò i circoli intellettuali locali Indù e Musulmani, poi “scomparve”, perché i patrocinatori moderni della netta distinzione tra Indù e Musulmani non riuscirono a trovargli una collocazione adeguata. La sua tomba, un modello di fusione tra l’architettura Indù e la Musulmana, giace nell’incuria. Nonostante l'atteggiamento dei custodi della tradizione ortodossa, la coscienza religiosa locale accettò il Fachiro Datta. Nuovi testi che celebrano le sue gesta in Daulatabad furono creati, e nuove incarnazioni del Fachiro apparvero. Le sue vite e i suoi insegnamenti furono registrati per iscritto. La gente può dimenticare il nome del paramguru Eknath, ma non si dimenticano del Fachiro. Perciò, dalla fine del sedicesimo secolo, alcuni devoti di Dattatreya accettarono l’idea che la loro divinità possa apparire in sembianze Musulmane. I santi Yogi, che non possono essere classificati Indù o Musulmani, si trovavano dietro questa “Fachirizzazione” del dio Indù, e volutamente confondono l’appartenenza religiosa dei devoti utilizzando il loro aspetto ed i loro insegnamenti. L'accettazione dell’elemento Musulmano nell'immaginario locale deve essere stata graduale, ma riflette chiaramente l’ambiente socio-religioso del tardo medioevo nel Maharashtra, in cui del moderno comunalismo non appare traccia. Dattatreya, da allora in poi, apparve come un Fachiro, nella tradizione posteriore. Questo non significa che i fedeli abbiano disdegnato la tradizionale forma della Trimurti, solamente che nella percezione popolare, le differenze tra gli asceti Indù e Musulmani non rientrano nelle pubbliche dissertazioni. L'accettazione popolare del Fachiro come uomo di conoscenza spirituale e di potere riflette semplicemente la realtà sociale. La diffusa convinzione Indiana che i saggi potenti salvino le vite dei loro devoti si trova probabilmente dietro a questo graduale processo – non si trattò di persuasione religiosa, ma di prosecuzione degli insegnamenti. Successivamente, i devoti trasformarono il religioso e povero mendicante in un re della spiritualità. I seguaci dell’Ananda sampradaya, un culto devozionale impiantato nel Maharashtra e nel Karnataka settentrionale, iniziarono a parlare di Shah Datta Allama Prabhu, o di Re Datta, il Signore del Mondo. Secondo loro, assunse due forme: una di Fachiro, e l’altra dell’Indù Datta. Si disse che risieda in Daulatabad (chiamata “Mecca” nel testo devozionale Shah Datta Kalama) e che rianimi la vera conoscenza dei Musulmani. Egli chiarisce il significato del Corano ed è colui che salva i sinceri devoti nel giorno del giudizio universale intercedendo presso l'immortale Assoluto, Allah, il Siddha di tutti i siddha, il più perfetto dei perfetti. La trasformazione da divinità puranica a Fachiro medievale avvenne in questo modo, grazie al favore celeste e al predominio dell’autorità civile su quell'ecclesiastica. 

Musulmano o Indù?

L’adorazione congiunta di differenti gruppi devozionali Indù e Musulmani ad una particolare divinità o santo, non è di pertinenza esclusiva della pratica religiosa Indiana. Oggi, il miglior esempio di Dattatreya in abiti da Fachiro è rintracciabile nella figura del famoso Sai Baba di Shirdi, sebbene non tutti i suoi devoti condividano questo punto di vista. Altri santi Musulmani identificabili in Dattatreya sono Nuri Maharaj di Thane, Tajuddin Baba di Nagpur, e anche una donna, Hazrat Baba Jan di Puna. Datta (significa qualsiasi incarnazione divina nella forma umana per l’innalzamento dell’umanità e per la liberazione dei devoti) fu adorato per molto tempo dagli Indù, e come Baba (significa padre o persona rispettabile) dai Musulmani presso il sacrario di Baba Budhangiri di Karnataka. L’area sacra di Haji Malanga di Kalyani vicino Bombay, fu eziando la zona considerata favorita di Datta. Sfortunatamente, questa mistura d'idee e di devozione che appartenne alla tradizione del Fachiro Datta non è apprezzata nell’epoca moderna. I leader politici contemporanei e le masse da loro manipolate distruggono qualsiasi cosa che differisca dalle loro opinioni. Per costoro, Dattatreya, anche se in abiti Musulmani, deve rimanere perfettamente Indù. 


Bibliografia


1. Deak, D. "Maharashtra Saints and the Sufi Tradition: Eknath, Chand Bodhle and Datta Sampradaya." In: Journal of Deccan Studies, III/2, 2005, pp. 22 – 47, ISSN 0973-2292 
2. Joshi, H. S. 1965. Origin and Development of Dattatreya Worship in India. Baroda: Oriental Institute
3. Talbot, Cynthia. 1995. ‘Inscribing the Other, Inscribing the Self: Hindu-Muslim Identities in Pre-colonial India’. Comparative Studies in Society and History. October, 37-4: 692-722
4. Stewart, T. K. 1995. ‘Satya Pîr: Muslim Holy man and Hindu God’. Lopez S. D. Jr., ed. Religions of India in Practice. New Jersey: Princeton University Press