SUFISMO E TANTRISMO NEL BENGALA

Il Bengala, compreso attualmente tra il Bangladesh e lo Stato Indiano del Bengala Occidentale, è la parte più densamente popolata dell'Asia Meridionale. La sua religione principale è l’Islam. Ha un’eredità culturale ricchissima, è un crogiuolo delle tradizioni religiose più disparate come il Buddhismo, il Tantrismo, lo Shaktismo, il Bramanesimo e l’Islam. Uno degli aspetti più intriganti del mescolamento delle dottrine religiose del Bengala, è la chiara e contrassegnata influenza dello Yoga e del Tantra della tradizione Shivaita Nath sul Sufismo Bengalese. Questo non deve sorprenderci, perché una parte significativa dei Tantrici e dei Sufi si opposero aspramente ai vuoti ritualismi della religione ortodossa. Inoltre, sia il Tantra che il popolare Sufismo furono dalle loro origini, un prodotto di varie e differenti influenze, poiché seppero assimilare nel tempo varie e diverse spiritualità con estrema liberalità.

                           

L’influenza del Sufismo Iraniano lasciò le sue tracce sulla letteratura e sulla costruzione grammaticale della lingua Bengalese. Sebbene discendente dal Sanscrito, dal Pali e dalle lingue Pracrite, il lascito di settecento anni di presenza Persiana è penetrato permanentemente nella lingua e nell’animo del popolo Bengalese. La poesia del Sufismo-Tantrico Bengalese risente dell’influsso degli elementi culturali di queste due tradizioni spirituali. Migliaia di parole Persiane fanno parte del Bengali non solamente ufficiale, ma anche di numerosi dialetti locali della regione. La somiglianza è riscontrabile nel vocabolario e nella sintassi di numerose frasi. La classica espressione Bengalese “Abahawa ekhan bexi garam achhe” (Il tempo è proprio molto caldo adesso) è quasi identica al “Abohawa aknon besh garm ast” del Persiano.

 

“La dominazione Moghul (o Mughal) del Bengala iniziò con la campagna militare dell’Imperatore Akbar, il quale espose questa terra all’influsso culturale e spirituale Iraniano. Alla morte di Akbar nel 1605, l’anima Indoislamica si era suggellata costituendo la tradizione spirituale Indostana (Urdu). L’Indostan eredita lo spirito Islamico, Persiano e Indiano divenendone un centro di diffusione per tutta l’India durante il diciassettesimo e il diciottesimo secolo. Il risultato fu che verso la fine del 1800 la lingua delle classi superiori del Bengala, anche fra gli Indù, fu il Farsi. Gli insegnanti (munshis) delle provincie settentrionali, del Bihar e del Bengala insegnavano il Persiano ai figli dei ricchi, e gli uffici (maktab) e le scuole (madrasa) erano frequentate sia dagli Indù che dai Musulmani.”

(Riportato nel Raymangal di Krishnaram Das, 1686 AD)

Il periodo tra il quindicesimo ed il diciottesimo secolo, fu testimone in Bengala di conversioni di massa all’Islam tra le caste più basse desiderose di riscattarsi dall’oppressione di un sistema sociale ingiusto. Altresì, fu testimone di una crescente sintesi tra il Sufismo e il Tantra Bengalese della tradizione Nath (è il lignaggio senza tempo di Maestri Spirituali, connessi con Infinita Consapevolezza al più grande di tutti gli Yogi della storia, Babaji Gorakshanath), il quale, è significativo osservare, appartenne particolarmente alle caste più basse e non fu associato alla casta sacerdotale dei Bramini. Alcuni Sufi Bengalesi dell’età medievale, fortemente influenzati dal Nathismo, scrissero dei testi coll’intento di propagandare la loro dottrina. Eminenti personaggi furono lo Sheikh Zahed di Maldah, Sayyed Sultan e Ali Reza.

Lo Sheikh Zahed scrisse un poema di Yoga intitolato “Adya Parichaya”  (letteralmente “La Familiarità Primordiale). Il poema mostra influenze di Sufismo Islamico, di Tantrismo Indù e di Nath Yoga. Quest’opera fu composta nel 1420 del calendario Bengali “Shakabda” risalente al regno della dinastia Shaka o nell’anno 1498 AD. Il poema si suddivide in otto parti: Sristitattva, Janmatattva, Janmaksan Bichar, Garbher Bichar, Dasharatna Bichar, Dashadvar Bichar, Dehatattva Bichar e Auti Bichar. Queste sezioni trattano il mistero della creazione, della vita umana, delle teorie della psicologia e delle vie che conducono alla realizzazione mediante le Asana e il Pranayama. Il poema pone in rilievo che ogni argomento, Dio incluso, è contenuto all'interno del corpo umano. In esso sono menzionate numerose Raga (in sanscrito, significa colore, tono musicale: è un modello melodico e armonico di suoni e parole) e Ragini (Raga femminili) ispiratrici all’evocazione del sentimento dominante del poema.

Nel suo “Adya Parichaya”, composto tra il 1498 e il 1499, trattato di filosofia Yogica, lo Sheikh Zahid descrive in termini quasi Tantrici, le varie fasi del percorso mistico. Quest’opera inizia a narrare la crescita embrionale in un organismo fisico e l'influenza delle stelle e dei pianeti sul parto, considerando il corpo come l'epitome dell'universo. Successivamente si sofferma sui principi e sulla disciplina dello Yoga Tantrico, e sul kayo sadhana o cultura fisica. E’ spiegato il significato del Samrasa, un termine tecnico dell’Hatha Yoga che indica lo stato di unione non-duale tra gli opposti principi di Shiva e di Shakti, ponendolo in analogia col concetto Sufi della Baqa’, cioè della Permanenza e Sussistenza nell’Assoluto, in Dio.

Secondo lo Sheikh Zahed, Shiva, il principio del Resto o di Equilibrio (Adharma) si fonde con Shakti, il principio del moto e della manifestazione fenomenale (Dharma) nel Vajra- Kuthi, il “Tuono inteso come inespugnabile fortezza” nell’esperienza della Kundalini.

L’Adharma, nella cultura Indù, è il contrario o la negazione di Dharma, sia come concetto sia come personificazione divina. Dharma è nella letteratura sanscrita la giustizia, la legge, il lecito, il merito religioso e simili; dunque l'Adharma è genericamente l'illecito e la sua personificazione è il dio dell'ingiustizia, Shiva, che ha il compito di distruggere. Nell’opera “ La Nostra Filosofia”, il compianto Ayatollah Muhammad Baqir as-Sadr, spiega che il principio del Resto, asserisce la negatività e la fissità della natura e nega che il regno della natura sia dinamico.

Il Vajra simboleggiava nei Veda la folgore, il fulmine, che - stretto in pugno come uno scettro - era la magica arma di Indra (il dio del cielo e delle nuvole e sovrano degli dei) che egli scagliava dai cieli per far breccia nelle fortezze nemiche, quale simbolo primordiale del potere supremo dell’universo: secondo una tradizione, il Buddha si appropriò delle folgori dalla mano di questa divinità.

Introdotto in Tibet da Padmasambhava, il termine “Vajra” fu reso in tibetano con l’epiteto “rdo-rje” (‘signore delle pietre’) con riferimento al diamante, una delle sostanze più dure e brillanti conosciute in natura. Nel Buddhismo Vajraiana rappresenta la purezza, la forza d’irradiazione e l'indistruttibilità della coscienza dell'Illuminazione, la luce pura come quella del diamante che recide l'ignoranza ed indica la vacuità, essenza di ogni forma. Il Vajra quindi possiede contemporaneamente le caratteristiche sia del fulmine che del diamante, e simboleggia la potenza e l’indistruttibilità del Dharma, la natura ultima ed assoluta dell’esistenza e quindi anche l’indistruttibile, immutabile ed incorruttibile natura della nostra mente (o natura di Buddha), l’Illuminazione, l’indistruttibile realtà dello ‘stato di Buddha’, cioè la natura indistruttibile ed immutabile delle qualità della consapevolezza, del corpo, della parola e della mente di un Buddha (dette appunto Consapevolezza-Vajra, Corpo-Vajra, Parola-Vajra e Mente-Vajra).

Dentro Sushumna, cioè il canale principale situato nella colonna vertebrale, c'è una Nadi chiamata Vajra, che è luminosa come il Sole (Surya). Lo Sheikh Zahed, nel suo “Adya Parichaya”, spiegava in termini Tantrici e Sufi che nel Vajra- Kuthi, cioè nella capanna o rifugio della meditazione e della preghiera (kuthi), il fulmine del Vajra si stende risplendendo dal pene (Medhra) alla testa. Nel risultato dell’atto di annientamento del sé, nel Fana, analogamente il Sufi, sussiste in un modo nuovo di esistenza, in Dio solo ritrova la propria vera identità.

L’Adya Parichaya dello Sheikh Zahed fu il primo poema in lingua Bengali dal contenuto Yogico. Fu il precursore di una catena iniziatica Sufico-Tantrica che dette origine ad altri poemi come il “Goraksavijaya”, il “Jnanapradipa”, lo “Yogakalandar” e il “Jnanasagara”.

Sayyed Sultan (1550-1648), poeta medievale della letteratura Bengali, nacque nel villaggio di Patiya del distretto di Chakrashala Chakla a sud della città portuale di Chittagong. Egli visse nel villaggio di Laskarpur dell’area di Paragalpur dello Stato Indiano dell’Orissa situato nel Bengala Occidentale e in seguito ritornò a Chittagong (Bangladesh) per qualche tempo. Fu iniziato al Tantrismo da Pir Sayyed Hasan, ma in seguito raggiunse lui stesso il grado spirituale di Pir. Muhammad Khan, autore del lavoro poetico denominato “Maqtul Hussain” (“Il martire Hossein”), fu tra il novero dei suoi discepoli. Sayyed Sultan fu noto come poeta di racconti orali o scritture sacre. Scrisse molti libri, tra cui il “Nabi Bangsha” (“La Famiglia del Santo Profeta”), il “Jnanapradipa” (“La luce fulminante della conoscenza”), il “Jnanachautisha” (“Il Chautisha della conoscenza”; il chautisha è una forma poetica medievale in cui ognuna delle 34 lettere dell’alfabeto Bengalese è usata per comporre una linea di un poema) e il “Jaikum Rajar Ladai” (La Battaglia del Re Jaikum). Alcuni dei suoi poemi sono dei componimenti in distici. Il suo “Jnanachautisha” è in primo luogo un compendio del “Jnanapradipa”: entrambi i testi trattano argomenti di Yoga e Sufismo. Il “Jaikum Rajar Ladai” narra della battaglia di un Re. Il suo lavoro più celebre è il “Nabi Bangsha” che si basa sul testo Persiano del “Kasasul Ambiya”; quest’opera analizza la storia di tutte le religioni e la vita e di tutti i Profeti fino a Hazrat Muhammad, la pace sia su di Lui e la Sua Famiglia. Poema biografico di statura epica, fu composto nel 1584: descrive le divinità di Brahma, Vishnu, Rama, Krishna, ecc… e professa contemporaneamente la gloria e la grandezza dell’Islam.

 

“Rasulcharita”, è il titolo della seconda parte del “Nabi Bangsha”, ed è considerato separatamente. Comincia con la dottrina della creazione, prosegue con la nascita di Abdullah, il suo matrimonio, la gravidanza di Amina, il tentativo di aborto commesso da Abu Giahal, la nascita e la vita di Hazrat Muhammad, la pace sia su di Lui. Questo poema contiene elementi storici e figurati tipici della cultura Bengalese.

 

La tradizione Shivaita Nath influenzò il “Jnanapradipa” (“La luce fulminante della conoscenza”) di Sayyed Sultan. Nel “Jnanapradipa”, l’autore, dà una spiegazione particolareggiata del concetto Tantrico dei sei chakra inferiori corrispondenti ai plessi nervosi e alle ghiandole endocrine. Tratta di varie posture dell’Hatha-Yoga o Asana, dei metodi del controllo del respiro (Pranayama), delle pratiche meditative o dhyana (il settimo stadio del Yoga menzionato da Patanjali), dei mudra (sigilli o posizioni contorte ed intrecciate delle mani) e del samadhi (la concentrazione estatica). Lo scopo della disciplina Tantrica, scrisse Sayyed Sultan, è di risvegliare la Kundalini Shakti, l’energia avvolta e addormentata del chakra Muladhara situato al fondo della spina dorsale e di dirigerla fino al Sahasrara, il Loto dai mille petali posto nella regione cerebrale nella quale Shiva risiede. L’ultima unione di Shiva e di Shakti all'interno di un individuo è la rappresentazione dello “stato immutabile d’immortalità”, il quale può essere raggiunto solamente dopo aver penetrato tutti i sei chakra o punti dell'energia localizzati nel corpo. Il riferimento al canale denominato Sushumna come luogo di passaggio in cui il Potere Primordiale (Adya Shakti) può essere adorato è messo in enfasi. Sayyed Sultan pone questo Potere in esso, in un vuoto contenente la conoscenza del Signore (Prabhu), nel Sahasrara (letteralmente dal sanscrito: “il vuoto dai mille petali o dimora senza sostegno”). Quando la Shakti arriva a questo chakra, scrive Sayyed Sultan, l'ultima beatitudine è raggiunta. Altrove, descrive questo stato beatifico come “Triveni”, ovvero si riferisce allusivamente al mito della dea Indiana Triveni, figura soprannaturale e simbolica che orienta le sue tre teste verso il passato, il presente, il futuro (Triveni è composto da Tri, il numero tre e da Veni che significa treccia, corrente fluviale. Triveni, è il magico punto d’incontro tra il Gange, lo Yamuna e il terzo fiume sacro “invisibile”, il Saraswati o fiume della saggezza).

Gli Yogi avviano i loro esercizi mentali e spirituali arrestando del flusso del Ganga (Ida) e dello Yamuna (Pingala), e dirigendo le loro acque lungo il corso diretto verso l'alto da Saraswati (Sushumna). Metaforicamente, il canale centrale è chiamato Saraswati in onore della dea dell’acqua che attraversa verticalmente il busto e passa attraverso questi punti focali di energia; mentre gli altri due canali laterali che passano attraverso le narici, e s’intersecano sopra e sotto ogni punto focale sono detti Ganga e Yamuna in omaggio ai due fiumi sacri.

Ognuno degli stadi del percorso Yogico che attraversa il Sufi, scrive Sayyed Sultan, richiede un atteggiamento diverso e comporta domande nuove. Comincia dal livello della Sharia (la legge Islamica), si muove successivamente attraverso gli stadi della tariqat (il percorso mistico) e della haqiqat (la realtà), e finalmente giunge al livello più elevato della conoscenza, la marifat, la gnosi.

Ali Reza fu un poeta mistico e un Pir del diciottesimo secolo. Nacque nel villaggio di Oshkhain nell’area di Chittagong, la sua casa colonica e il suo Dargah (Sacrario) sono ancora là. Fu un discepolo di Shah Kiyamuddin. Ali Reza è diventato famoso come “Kanu faqir” (povero in e per Krishna. Kanu in Bengali significa Krishna) per l’adempimento della pratica Sufi. Ebbe un certo numero di discepoli, tra cui il più celebre fu Muhammad Mukim, scrivano del “Mrigavati” dettatogli da Ali Reza.

I versi della poesia di Ali Reza si basano sulla filosofia Sufi. I suoi scritti che sono una miscela di Sufismo e Induismo includono il “Siraj qulub” (Il lume dei cuori), il “Jnansagar” (L’oceano della conoscenza), l’Agam (L'Avvento), il “Dhyanmala” (La Collana di Meditazione), lo “Yogakalandar” (Lo Yoga dei Qalandar) e lo “Satchakrabhed” (La Soluzione ai Sei Cerchi). Ali Reza semplifica la complessa filosofia Sufi col suo genio poetico.

Il linguaggio letterario di Ali Reza fu raffinato e di alto livello. L’Agam è una parte del Tantra insieme a Yamal. Il suo primo libro, intitolato “Agam”, si incentra sui concetti cosmologici, atmosferici, psicologici, sulle quattro stazioni spirituali e sulla fede in Allah. Gli “Agam” contengono informazioni sulla creazione e sul suo annientamento, il rispetto delle divinità o attributi di Dio, i sette simboli, ecc….

Il “Jnanasagara” (Il Vittorioso Oceano della conoscenza) di Ali Reza, contiene spiegazioni più dettagliate riguardanti gli stessi soggetti, e stabilisce le pratiche devozionali che i Fakir devono eseguire per arrivare a Allah.

Il “Jnanasagara” è un lungo poema Bengali. Tratta dei loti esistenti all’interno del corpo umano e contenuti nei sei chakra inferiori, i quali sono le dimore delle sei stagioni e delle sei scale musicali o Raga. Questi sono naturalmente, concetti Yogici. Ali Reza raccomanda ai Sufi di praticare lo Yoga e il Tantra come l’Ajapajapa (meditazione con l’uso di mantra e suono: questo mantra è conosciuto come "Hamsa" e si ripete 21.600 volte al giorno. Se diviene automatico è detto Ajapajapa, cioè "Japa senza nessun japa”), Hamsanada (la ripetizione di Hamsa genera un suono interno, cioè un Nada) e il controllo del respiro (inalazione ed esalazione). Il Sufi dice che il mondo esiste semplicemente a causa dell'amore di Dio e che ogni particella del vasto universo è stato creato all’infuori di questo amore. E, nell’intera creazione, sostiene, il Profeta Muhammad occupa il luogo più elevato, essendo l'uomo più perfetto.

La mano di Hamsa (in Arabo), la mano di Hamesh (in Ebraico) o la mano di Humsa (in India) è in analogia col mantra Hamsa. Si tratta del più antico e ancora popolare amuleto apotropaico contro il malocchio. La mano di Hamsa è la mano di Fatima, la figlia del Profeta Muhammad, la pace sia su di lui, e raffigura i cinque dell’Ahl-l-Bayt. La mano di Fatima rappresenta anche i cinque pilastri fondamentali dell’Islam e accompagna al cuore il saluto Islamico del Salam. Questo talismano è indossato nel mondo Islamico, in India e in Tibet contro l’invidia e la gelosia. Esistono testimonianze secondo cui ci fu in Arabia una divinità lunare preislamica chiamata Fatima. Questa dea Madre esistette fin dalla creazione del mondo. Il suo nome significa la creatrice, la fonte del Sole, l'albero del paradiso, la luna ed il fato. È la dea del tempo. Nello sciismo Islamico, Fatima possiede nove attributi. È definita senza peccato, immune dalle mestruazioni e permanentemente vergine come Maria nel Cristianesimo. Testimonianze archeologiche sostengono che la mano di Hamsa precedette nel Medio Oriente l’Islam e l’Ebraismo, e fu in relazione anche alla forma sacra della vulva, la Yoni. Le due mani congiunte raffigurano la sacra Yoni.

Nelle cerimonie matrimoniali Indiane e nel Tantrismo, le Yogini o le Shakti dipingono degli Yantra o altri diagrammi a base di henné o dalle tinte rosse sui palmi delle loro mani. Questi diagrammi a modelli floreali hanno proprietà magiche ed ipnotiche che attirano, affascinano e conferiscono poteri a sé stessi e ai loro partner sessuali.

Nel misticismo Islamico, gesti specifici hanno lo scopo di produrre uno stato alterato di consapevolezza. Nella danza estatica dei Dervisci ruotanti le mani formano particolari mudra. Alcune confraternite Sufi, disegnano con la mano destra i 99 nomi di Dio sui loro corpi durante la salmodia ritmata e musicale dello Zikr o Zikir.

Ali Reza fu un noto musicista. Le sue canzoni mistiche si ritrovano nel “Dhyanmala” (La Collana di Meditazione). Il “Muslim Kabir Padasahitya” (Versi di Poeti Musulmani), edito da Ahmed Sharif nel 1961, contiene 32 canzoni composte da Ali Reza. Ogni canzone ha il nome della Raga all’inizio. Le canzoni si ispirano al Sufismo, ma utilizzano anche dei simboli tratti dalla storia di Radha (è la figura femminile associata a Krishna) e Krishna. Alcune canzoni glorificano la dea Kalika (una delle immagini più popolari in Bengala della dea Kalì). Nel Bengala Musulmano, c’è il seguente detto popolare: “Kanu bina gita nahin” (senza Krishna non esistono canzoni).

Infine, Ali Reza, è autore di un’altro testo influente, lo “Yogakalandar” (Lo Yoga dei Qalandar), nel quale combina tecniche di Yoga con le credenze dell’ordine dei Sufi Qalandar, i Dervisci erranti. Identifica i chakra dello Yoga alle nozioni mistiche di manzil e di maqam del percorso Sufi. Raccomanda vivamente ai Sufi di prendere parte alle sessioni di Yoga, di esercitarsi nella pratica della Padmasana (la posizione del Loto o del mezzo Loto), della Mayurasana (la postura del pavone) e della Garbhasana (la posa di un bambino nell'utero della madre).

Lo Sheikh Faizullah fu uno dei maggiori poeti della letteratura medievale Bengalese del 16 secolo. Nacque a Barasat, centro abitato del Bengala Occidentale. Scrisse molti poemi, ma fu il primo scrittore del “Goraksavijay” (La vittoria di Goraksa). Questo poema appartenente alla tradizione Tantrica Nath, narra dell’eroica liberazione di Minanath, maestro di Goraksanath. Goraksanath era capace di resistere alla seduzione delle donne e superò facilmente la prova impostagli da Gauri o Parvati (la moglie di Shiva). Il maestro di Goraksa, Minanath, aveva dimenticato i principi dello Yoga e soccombette all’astuzia femminile. Goraksa lo trovò travestito da ballerina in compagnia di 1600 donne e riuscì a liberarlo da questo stato di assoggettamento riportandolo alla retta via.

Il Sufismo Tantrico del Bengala non nacque per caso, né fu imposto dal potere statale. Esso è il risultato del proselitismo compiuto dai Sufi e dai Dervisci che affrancarono i nuovi convertiti all’Islam dai ceppi di un sistema rigido e di casta. I Sufi erano tolleranti, comprensivi e trovavano sempre punti in comune tra la vecchia tradizione religiosa e la nuova fede, l’Islam. Il processo di integrazione di queste tradizioni spirituali non deve essere valutato in funzione Islamica, ma gli studi sul Tantra ci permettono di capire l’interazione e la malleabilità di questa dottrina con le altre fedi. Raramente il lavoro di avvicinamento cadde nel sincretismo e solo alcuni Qalandar infransero la Sharia. Per la maggior parte del tempo, la letteratura popolare e musicale celebrò le rispettive fedi mescolando i diversi simboli nel rispetto dell’ortodossia Islamica.

Bibliografia:

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2. Aldo Franzoni, Il simbolismo e il linguaggio segreto dei Tantra, a cura dell’Istituto Kunpen Lama Gangchen.

3. Ayatullah Muhammad Baqir as-Sadr, Our Philosophy, Published by Muhammadi Trust of Great Britain and Northern Ireland.

4. Marcello Perego, Le parole del Sufismo, Mimesis, 1998

5. Banglapedia: National Encyclopedia of Bangladesh, 10 Volumes, Dhaka, Asiatic Society of Bangladesh, 2003

6. Shaman Hatley, Mapping the Esoteric Body in Medieval Bengali Islamic Yoga, University of Pennsylvania, American Academy of Religion, 2004.

7. Abu Ali at-Tabrisi, Fatimah: The Radiant, Daughter of the Apostle of Allah, 1999.