I
SUFI YOGICI BHAKTI E I PRONOMI DIVINI

Ci
sono tre livelli in cui l’iniziato sperimenta Dio.
Al
primo livello di risveglio, Dio è vissuto corrispondente al pronome “Lui”.
L’iniziato si giustappone a quest’essere augusto come uno schiavo (in realtà un
iniziato o un apprendista), un servo, un amato o un amico.
I
Sufi Yogici Bhakti e altri devoti (come le gopi,
le mungitrici o le mandriane che furono amanti di Krishna), sono l’esempio
degli amanti di “Lui”. Le monache e
alcuni monaci rientrano anche in questa categoria.
Un
po' più in alto dell’amante affezionato vi è chi diventa amico di Dio. Abramo
fu chiamato Khalilu-Allah, cioè,
l’amico di Dio.
Ad
un livello successivo e superiore d’esperienza, l’iniziato sperimenta sé stesso
come un co-creatore di Dio e si riferisce all’Altissimo usando il pronome
“Noi”. Costui riconosce che la sua relazione in e con Dio è inseparabile
dall’Onnipotente come la goccia d’acqua è un composto inseparabile e
sostentativo dell’oceano.
Nelle
Sacre scritture è detto:
“Abbiamo
infatti creato l'uomo, e sappiamo quanto la sua anima sussurra dentro di lui, e
siamo più vicini a lui che la vena giugulare.” (Corano, 50: 16)
“Dio
non è lontano da ciascuno di noi, perché in Lui viviamo, ci muoviamo e siamo”.
(Bibbia, Atti 17, 27-28)
“Brahman risplende, vasto, auto-luminoso,
inconcepibile, il più sottile sottile. Egli è ben oltre ciò che è lontano,
eppure qui molto a portata di mano. In verità, Egli è visto qui, dimora nella
grotta del cuore degli esseri coscienti.” (Mundaka Upanishad 3.1.7)
Quando
l’iniziato al livello del “Noi” ascolta “Facciamo l’uomo” (Genesi: 1: 26) o
“Invero creammo l'uomo” (Corano, 95: 4), ricorda che ha il dovere di proseguire
e di promuovere la creazione in atto dell’uomo profetico e divino, giacché la
creazione è un processo continuo.
Ad
un certo punto, l’iniziato è assorbito pienamente. Non resta nessuna traccia
della sua identificazione mortale. Non c’è luogo in cui finisce e comincia Dio.
Per
questo dell’Uno è detto: “Io e il Padre siamo uno” (Giovanni, 10: 30).
L’espressione Persiana “hama man am”
significa letteralmente “Tutto io sono; ogni cosa è me.” Il significato
esoterico è che Dio è tutto, e tutto è Dio. (1)
A
quel punto, non ha volontà. La volontà di Dio è la sua volontà. Avendo
consegnato interamente la sua volontà personale alla volontà divina, solo
adesso è davvero un Musulmano, è Colui che cede la sua volontà alla volontà di
Dio raggiungendo così una pace interiore incrollabile.
Per
questo l’Unico Dio cessa di essere vissuto come “Lui” o “Noi”, perché non c’è
un “altro”, c’è solo Dio. Per questo, Dio diventa “Io.”
Quando
alcuni Sufi si identificavano con Coloro Che Erano Veramente (Dio), la genta
immatura che si considerava Musulmana, ma non lo era nemmeno per sogno, uccise
quei Sufi accusandoli di blasfemia.
I
grandi Sufi che sapevano di non essere mai realmente uccisi, permisero alla
gente impreparata di straziare i loro corpi. Questo scempio liberò i Sufi dalla
prigione dei loro corpi.
Nota
1:
Non significa che Cristo pretenda la natura divina per la propria persona.
Quando il derviscio proferisce “hama man
am” significa che tutto è Lui e Lui è tutto. Zulfikar Ardistani (noto come
Sheikh Mohsin Fani) nel Dabistan i-mazahib riferendosi alle opere di
Shankaracharya (ottavo Secolo) paragona i Vedantici ai Musulmani Sufi. Per il
Vedantico, c’è solo una realtà eterna, e le anime umane si trovano in relazione
ad essa come le onde lo sono in rapporto all’oceano, o la scintilla al fuoco.
La conoscenza (gyan) di questa realtà conduce alla liberazione, lo stato in cui
il jivatma (l'anima) diventa il parmatma (Dio). Così, Kabir sintetizzò
la dottrina dello Yoga, il Sufismo e il pensiero Vaishnava Bhakti.
Bibliografia
Amir Fatir,
Divine Pronouns
Hazrat Inayat
Khan, Vol. 6, The Alchemy of Happiness, The Struggle of Life
Chahryar Adle,
Irfan Habib, and Karl M. Baipakov, History of Civilizations of Central Asia:
Development in Contrast : from the Sixteeth to the Mid-Nineteenth Century,
UNESCO (March 2004)